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(20 Agosto 2010) Enzo Apicella
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Iraq: hashemi in fuga, maliki nei guai

Dopo Qatar e Arabia Saudita, il vicepresidente sunnita vola ad Istanbul. La sua fuga indebolisce ulteriormente un Iraq instabile. E mentre il leader di Iraqiya accusa Baghdad di torture e omicidi, il Kurdistan chiede soluzioni radicali contro il "dittatore" Maliki

(13 Aprile 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in nena-news.globalist.it

Iraq: hashemi in fuga, maliki nei guai

foto: nena-news.globalist.it

CHIARA CRUCIATI

Roma, 13 aprile 2012, Nena News (nella foto, il premier Maliki e il vicepresidente Hashemi) – Non si arresta la fuga del vicepresidente iracheno, Tareq al Hashemi. Dopo Qatar e Arabia Saudita, il leader del partito sunnita Iraqiya è volato in Turchia, accolto dal premier Erdogan. Una fuga dettata dal tentativo di evitare il mandato d’arresto spiccato dal primo ministro iracheno Nouri al Maliki e che sta incrinando i già difficili rapporti dell’Iraq con i Paesi della regione.

Il mandato d’arresto contro Hashemi risale allo scorso dicembre, quando l’ufficio del primo ministro ha accusato il vicepresidente di terrorismo: Hashemi avrebbe pianificato un attacco a Baghdad e ordito un colpo di stato contro il nuovo governo sciita, al potere dopo la dittatura sunnita di Saddam Hussein e otto anni di occupazione militare statunitense.

La fuga di Hashemi era cominciata all’indomani dell’annuncio del mandato d’arresto: il vicepresidente iracheno aveva riparato nella regione autonoma del Kurdistan, nel Nord dell’Iraq, protetto dai leader curdi. Protezione che ha scatenato le ire di Baghdad, che più volte ha minacciato il governo curdo, accusandolo di violazione della costituzione e abuso di potere. Stessa rabbia si è riversata nell’ultima settimana su Qatar e Arabia Saudita, rei di aver accolto con tutti gli onori il fuggitivo.

Hashemi incontra il premier turco Erdogan

Hashemi è atterrato ad Istanbul martedì, preceduto da una dichiarazione ufficiale in cui annuncia l’incontro con il premier turco Recep Tayyip Erdogan. La data della riunione non è ancora stata stabilita a causa degli impegni istituzionali di Erdogan prima in Cina e poi in Arabia Saudita. Obiettivo del meeting quello di affrontare la questione irachena all’interno della regione e mettere sul tavolo i settarismi che stanno insanguinando il Paese. Un’ondata di violenze che Hashemi e i partiti sunniti della coalizione di governo imputano allo strapotere sciita concentrato nelle mani di Maliki.

E proprio la fuga di Hashemi sta creando non poche difficoltà a Baghdad che negli ultimi mesi, in particolare alla fine di marzo durante l’incontro della Lega Araba in Iraq, ha tentato di mostrare il volto nuovo e pacificato del Paese, senza risultati significativi. Prima in Qatar, dove è stato accolto dall’emiro e dal primo ministro, poi in Arabia Saudita dove ha incontrato il ministro degli Esteri Saud al-Faisal, Hashemi ha in pochi giorni fatto infuriare Baghdad, le cui richieste di estradizione immediata alle due monarchie del Golfo sono rimaste lettera morta.

Il vicepresidente accusa Maliki: torturate e uccise le sue guardie del corpo

Hashemi non intende sotterrare l’ascia di guerra. Martedì il vicepresidente iracheno ha apertamente accusato il governo di Baghdad di aver torturato e ucciso due delle sue guardie del corpo, durante un interrogatorio delle forze di sicurezza governative il mese scorso. Il 15 marzo era morta in carcere una terza bodyguard, Amir Sarbut Zaidan al-Batawi. Immediata la reazione di associazioni internazionali per i diritti umani: Human Rights Watch ha subito chiesto l’apertura di un’inchiesta sull’accaduto perché sul corpo di Batawi sono state trovate ferite multiple e la morte è stata imputata a insufficienza renale.

Hashemi aveva anche in quell’occasione accusato le forze governative di torture, un’accusa a cui gli ufficiali governativi avevano risposto affermando che le foto del corpo di Batawi in mano al vicepresidente erano state ritoccate con Photoshop.

Kurdistan contro Baghdad: “Il regime si sta trasformando in dittatura”

Massud Barzani, leader della regione autonoma del Kurdistan, ha rivolto domenica scorsa un duro attacco al primo ministro, colpevole, secondo Barzani, di monopolizzare il potere e di preparare il terreno per una nuova dittatura. “L’Iraq sta andando verso la catastrofe, verso il ritorno della dittatura – ha detto il leader curdo – È inaccettabile che Maliki rivesta allo stesso tempo le cariche di primo ministro, ministro della Difesa, ministro degli Interni, capo dell’intelligence e comandante delle forze armate”.

Un monopolio che va spezzato. Barzani, ricevuto mercoledì alla Casa Bianca, ha annunciato che al suo ritorno in Iraq chiederà un meeting di tutti i leader di partito iracheni per salvare il Paese, anche attraverso “soluzioni radicali”, dalla guerra civile e dalla crisi politica che Maliki sta infiammando. “Non è un ricatto né una minaccia – ha proseguito Barzani – Chiederò un referendum tra la popolazione del Kurdistan. Qualsiasi sia il prezzo, non accetteremo mai un ritorno della dittatura in Iraq”.

L’incubo del settarismo e le violenze contro le minoranze etniche

L’Iraq appare sempre più invischiato nella concreta minaccia della divisione etnica interna, una minaccia che molti osservatori ritengono porterà ad una vera e propria partizione del Paese. Come Al Akhbar spiega bene un editoriale, cristiani, mandei, ebrei, yaziti, rifugiati palestinesi, armeni, caldei, siriaci, circassi, iracheni di colore, turkmeni (comunità che rappresentano tra il 3 e il 5% dell’intera popolazione irachena) non rientrano nella strutturazione etnica nata e voluta dall’invasione americana dell’Iraq: un Nord curdo, un Sud sciita e un triangolo sunnita.

La conseguenza immediata è la violenza diretta verso le minoranze etniche, la totale mancanza di protezione delle istituzioni statali e il trasferimento forzato di molte comunità etniche che ha portato alla loro significativa riduzione: i circa 30mila mandei che vivevano in Iraq prima del 2003 sono oggi poco più di 13mila; i rifugiati palestinesi sono passati da 35mila a 15mila; la popolazione cristiana da un milione e 400mila a circa 600mila.

Attraverso violenze, mancanza di servizi di base, minacce, rapimenti e omicidi, le minoranze etniche sono diventate preda di un settarismo istituzionalizzato, che l’occupazione militare ha partorito e cresciuto nell’obiettivo di dividere l’Iraq tra sunniti, sciiti e curdi. Nena News

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