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Lettera aperta al segretario regionale veneto del Partito della Rifondazione Comunista

di un iscritto al PRC di San Donà di Piave

(13 Giugno 2004)

Caro segretario,

mi è pervenuta oggi, sabato 12 giugno, una lettera da te indirizzata a tutti gli iscritti al PRC del Veneto per “ricordarmi” che il partito “invita” a indicare tra le preferenze per le elezioni europee i nomi di Bertinotti e di Musacchio. Non mi era mai successo in molti anni di militanza -dal 1975 ad oggi prima nell’Organizzazione Comunista Avanguardia Operaia, poi in Democrazia Proletaria, quindi nel PRC- che un dirigente mi esprimesse un così pressante richiamo al voto per due specifici candidati.

La motivazione che adduci per giustificare questo intervento dall’alto del tuo mandato è che ci sarebbe molta confusione sotto il cielo, tanta che agli iscritti del partito in questi giorni sarebbero giunte altre indicazioni di voto, persino da fuori regione, che disattenderebbero le scelte assunte, “democraticamente”, dagli organismi dirigenti nazionali. Peraltro denunci questo fatto come una caduta di stile di alcuni candidati che assumerebbero così atteggiamenti “estranei alla tradizione comunista”.

Io penso, al contrario, dopo aver letto più volte la tua lettera, che se c’è qualcosa di criticabile in quanto sta accadendo nel partito è proprio l’atteggiamento delle dirigenza, a partire dal modo in cui sono state composte le liste elettorali.

Innanzitutto, se è vero che nella “tradizione comunista” non c’è mai stata la rincorsa al voto personale, è altrettanto vero che questo accadeva perché le scelte dei candidati erano quasi sempre frutto di un lavoro politico condiviso e quindi di una scelta veramente democratica, informata a collocare nella testa di lista compagni sentiti da tutto il corpo del partito come rappresentativi anche della più piccola ed insignificante cellula dell’organizzazione. Se ciò si può dire di Bertinotti, altrettanto non si può affermare di Musacchio -che ho conosciuto in un convegno tenuto a San Donà di Piave e in cui è intervenuto nel più inadeguato stile del burocrate di partito- che è un benemerito sconosciuto non solo per l’elettorato veneto del PRC, ma anche per larga parte degli iscritti dell’organizzazione.

Nondimeno anche la candidatura di Bertinotti, che pure sembrerebbe ineccepibile dal punto di vista politico, non lo è dal punto di vista del metodo (ma si sa che forma e contenuto sono uno complemento dell’altro). Perché mai infatti il segretario nazionale è stato collocato come capolista in tutte e cinque le circoscrizioni elettorali? Per garantire la sua elezione non bastava collocarlo alla testa della lista di una circoscrizione sicuramente vincente? Siccome io credo che ciò sarebbe stato più che sufficiente ritengo inopportuna, ed antidemocratica, anche la scelta di Bertinotti. In primo luogo perché ciò assume l’aspetto di un inaccettabile viatico verso il culto della persona che disgraziatamente è frutto della peggiore delle tradizioni del movimento comunista -quella stalinista per intenderci, che il nostro ultimo congresso ha ripudiato nei metodi e nei contenuti. Secondariamente perché si usa un nome mediaticamente trainante come quello del segretario nazionale per tirare la volata a un funzionario che esprime ben poco del PRC nel nostro territorio. Infine perché credo che altre figure significative -queste sì note nel nord-est- quali Menapace e La Valle sono degne di attenzione da parte del partito e dell’elettorato, e che quindi la testa di lista andava formata con criteri diversi da quelli utilizzati. Se poi l’intenzione era quella di far eleggere con certezza un candidato iscritto al PRC, a maggior ragione le dirigenze regionali del nord-est e quella nazionale avrebbero dovuto praticare con l’insieme del partito un percorso di discussione e di condivisione delle scelte da compiere, e non, invece, l’accentramento perseguito, che odora molto del peggior decisionismo.

Ma nel tuo discorso vanno rilevati altri due elementi che per me lo rendono inaccettabile.

Se si deve criticare l’operato di qualcuno, la migliore delle tradizioni del movimento comunista impone che lo si faccia alla luce del sole, esplicitando verso chi è rivolta la critica, perché gliela si rivolge, in cosa consiste la diversità del punto di vista. Nella tua lettera alludi invece a imprecisati soggetti che “creano confusione” esprimendo indicazioni contrarie a quanto indicato dalla dirigenza nazionale e lanci un vero e proprio anatema -“il Partito condanna fermamente”- verso qualcuno a cui non posso neppure rivolgermi per ascoltarne le opinioni e formarmene una libera e personale.

Il richiamo alla “tradizione comunista”, poi, è drammatico se collocato nel quadro del momento e del discorso. Infatti, invece di utilizzare questo appello come sinonimo di una forte ripresa dell’analisi della realtà in chiave marxista, come richiederebbe la situazione internazionale, lo stato dello sviluppo del capitalismo, la condizione materiale dei lavoratori, la mancanza di accesso ai diritti materiali e culturali dei popoli della terra, si usa quell’espressione nel più becero dei significati di obbedienza ad un’imposizione, che non avendo riscosso, ovviamente, la libera adesione di molti militanti la si vuol far passare come una necessità dovuta alla designazione già avvenuta -quale atto di vera democrazia- di Musacchio alla carica di capogruppo al parlamento europeo.

A fronte di un tale sfrontato richiamo dichiaro senza nascondermi che le mie preferenze nel voto al PRC non saranno minimamente indirizzate né a Bertinotti e tanto meno a Musacchio.

Brunello Fogagnoli
Iscritto al PRC di San Donà di Piave

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