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L’Argentina si riprende il petrolio. Madrid, furiosa, chiede aiuto all’UE

(19 Aprile 2012)

Con una mossa repentina, la Presidenta Kirchner ha espropriato il 51% delle azioni della YPF in mano alla spagnola Repsol. Riprendendosi il petrolio che il corrotto Menem aveva svenduto a Madrid ai tempi in cui il paese era commissariato dal FMI e tentava di evitare il default.

Argentina si riprende il petrolio

Altissima tensione tra Madrid e Buenos Aires dopo che, accelerando i tempi e mettendo il governo spagnolo davanti al fatto compiuto, la Presidentaha espropriato e nazionalizzato la YPF(Yacimentos Petroliferos Fiscales), la sezione locale della multinazionale Repsol.
Non erano passate neanche due ore dall’annuncio da parte della Kirchner sul commissariamento della società petrolifera che il ministro della pianificazione, Julio De Vido, in testa ad una colonna di alti funzionari, prendeva possesso della sua sede, cacciando dalla porta del garage i suoi dirigenti con la coda tra le gambe.
Con De Vido a prendere possesso dell’YPF c’era anche il vice ministro dell'economia Axel Kicillof, secondo i media lo stratega dell'esproprio del 51% del pacchetto azionario della Repsol attraverso un progetto di legge inviato al Parlamento che lascerebbe alla Repsol un misero 6%. Con loro diversi governatori delle province del Paese, tra i quali saranno distribuite il 49% delle azioni espropriate agli spagnoli.
Uno schiaffo in pieno volto al premier spagnolo Rajoy e ai suoi ululanti ministri, che non hanno preso bene il gesto del governo argentino e che stanno ora invocando l’appoggio attivo dell’Unione Europea contro l’ex colonia, accusata di ‘chavismo’. Dire che gli esponenti politici, i giornalisti e gli imprenditori spagnoli sono furiosi è dir poco.
Il governo di Madrid parla apertamente di «ostilità» dell'Argentina in un'escalation di dichiarazioni sempre più minacciose. «Con questa presa di posizione e questa ostilità da parte delle istituzioni argentine - ha detto il ministro dell'industria spagnolo Jose Manuel Soria - ci saranno conseguenze inevitabili che vedremo nei prossimi giorni. Saranno in campo diplomatico, industriale ed energetico». «L'Argentina si è sparata sui piedi», ha rincarato il ministro degli Esteri Jose Manuel Garcia-Margallo. Ma il più drastico è stato il premier Mariano Rajoy, che ha definito ingiustificato l'atto unilaterale di Buenos Aires, parlando di «rottura dell'armonia» nei rapporti tra i due Paesi. Dimenticandosi che la Fernandez de Kirchner si è semplicemente ripresa ciò che l’inetto e corrotto Menem aveva regalato agli spagnoli 17 anni fa, probabilmente in cambio di qualche lauta prebenda.
Titoli bellici campeggiano ormai da una settimana sui principali quotidiani iberici, con il quotidiano di destra ‘La Razon’ che parla della ‘sporca guerra di Kirchner’.
I più violenti nei giudizi, naturalmente, sono i manager della Repsol. Secondo l'amministratore delegato Antonio Brufau, annunciando la nazionalizzazione di Ypf,la Kirchner «fa propaganda» per «coprire la crisi economica del Paese» e per «distrarre la popolazione dai problemi interni», annunciando che la multinazionale spagnola utilizzerà tutti gli strumenti legali a sua disposizione per opporsi ad una decisione che considera «discriminatoria» e chiederà una compensazione adeguata per la società, stimata a 8 miliardi di euro. Brufau ha poi mentito spudoratamente, assicurando che i conti di Repsol non risentiranno della perdita di Ypf (anche se nel 2011 la società ha pesato per il 21% dell'utile netto della multinazionale), così come il dividendo che rimarrà quello previsto. Ma i mercati non gli hanno creduto e le azioni della Repsol sono colate a picco. Anche perché il vice ministro dell’economia argentino Axel Kicillof ha avvertito: «Non pagheremo i 10 miliardi di dollari che Repsol pretende. Solo i mentecatti pensano che lo Stato sia uno stupido e adempia a ciò che chiede la stessa impresa». Gli analisti argentini ritengono che «l'indennizzo giusto» debba scaturire dal valore contabile delle azioni, cioè dal rapporto tra il patrimonio netto della società ed il numero di azioni emesse, che «non dovrebbe superare i quattro miliardi di dollari». Senza contare che il ministro della pianificazione, Julio De Vido, nel corso di un dibattito al Senato ha sostenuto che Repsol dovrà pagare per i danni provocati all'ambiente nelle zone in cui ha operato.

La Spagnaè stata colpita nel vivo, e da subito ha chiesto, e ottenuto, il sostegno dei partner dell’UE. Alle parole di fuoco dei governanti e dei manager spagnoli ha fatto eco il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, che non ha nascosto il suo «disappunto», facendo appello alle autorità argentine perché «rispettino i loro impegni e obblighi internazionali». Pieno appoggio arriva naturalmente anche dal governo di Londra, impegnato in un duro braccio di ferro con Buenos Aires sulla sovranità dell’arcipelago delle Malvinas, e dei giacimenti di idrocarburi nei mari circostanti. In una nota il ministro degli esteri di Londra William Hague avverte che la mossa di Buenos Aires non farà altro che allontanare i possibili investitori e accusa l’Argentina di ‘protezionismo’. “Lavoreremo insieme alla Spagna e ai nostri partner dell’Unione Europea per garantire che le autorità argentine rispettino i loro obblighi internazionali” ha puntualizzato il ministro degli Esteri inglese. Il premier italiano Mario Monti non si è discostato molto dal collega inglese, parlando di una politica «pregiudizievole per tutti» che rischia di «complicare e scoraggiare» le relazioni economiche tra Buenos Aires e Roma. Monti si è riferito in particolare alle barriere tariffarie imposte dall'Argentina alle importazioni e ha preso le parti dell’Enel alle prese con un blocco decennale delle tariffe elettriche. «Vorrei sottoporre alla sua attenzione - scrive Monti alla Kirchner - l'appello rivolto al governo argentino dal gruppo Enel, affinché si realizzino le condizioni per poter continuare ad operare nel Paese, con le proprie società di distribuzione e generazione elettrica. Come saprà, - prosegue il premier - le società Edesur e Endesa Costanera soffrono di problemi di liquidità che potrebbero condurle a breve all'insolvenza».

Anche l’alto rappresentante per gli affari esteri dell’UE, Catherine Ashton, si è detta “allarmata” dal fatto che, spiegando i motivi dell’espropriazione di ‘Ypf’, la Presidenta Kirchner abbia fatto riferimento anche ad investimenti in altri settori, come le telecomunicazioni e le banche. Intanto le parole minacciose dei governi europei si stanno tramutando in fatti: di oggi la notizia che è stata sospesa la riunione del comitato congiunto Ue-Argentina, in programma per domani e dopodomani a Buenos Aires. Inoltre l'Argentina è stata esclusa dal programma della missione organizzata dalla Commissione Europea, con la partecipazione di rappresentanti di diverse imprese, per la prossima settimana in Sudamerica. La decisione è stata annunciata dal vicepresidente della Commissione europea, responsabile per l'Industria, Antonio Tajani, intervenendo sul caso Repsol davanti alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. «La Commissione appoggia totalmente la Spagna. Non escludiamo alcuna opzione», ha aggiunto.

In tutta l’America Latina i movimenti popolari e progressisti seguono con estremo interesse, quando non con vivo entusiasmo, la repentina decisione del governo argentino. Che nella decisione abbiano pesato alcuni interessi politici e imprenditoriali locali è indubbio, ma ciò non toglie il carattere storico, epocale della nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi in un paese che ha appena scoperto un mega giacimento nella provincia di Mendoza.

L’Ypf fu svenduta agli spagnoli nel 1993, quando il presidente Carlos Menem, obbedendo ai diktat del Fondo Monetario Internazionale, privatizzò la società petrolifera con la scusa di raccogliere liquidità da destinare al ripianamento del debito estero. 17 anni dopo a svendere i propri patrimoni pubblici, sotto il ricatto del default e obbedendo alle cure imposte dal FMI, sono i governi europei. L’economia di un paese che ha rifiutato di pagare buona parte del suo debito, l’Argentina, è tornata a crescere, e Buenos Aires infligge un duro scacco ai boriosi ex padroni di Madrid.

Marco Santopadre - Contropiano

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