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Desaparecidos

L’ex dittatore argentino Videla ammette “circa 7 o 8.000 sparizioni” e punta il dito sul padronato come complice

(20 Aprile 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in ciptagarelli.jimdo.com

Desaparecidos

foto: ciptagarelli.jimdo.com

Sono stati avari, avrebbero dovuto ammazzarne mille, diecimila di più”: la frase, secondo Jorge Rafael Videla, appartiene a industriali argentini.

A 86 anni, il condannato dittatore ha deciso di smettere di nascondere la battuta contro i suoi mandanti, anche se evita di far nomi. “Se ne lavarono le mani. Ci dissero: ‘Fate quello che dovete fare’ e poi ci lasciarono fare” ha ammesso dalla sua cella l’ex tenente generale, che in questi giorni sta aspettando la sua terza condanna all’ergastolo. Videla, per la prima volta, ha ammesso on the record che la dittatura che guidava a partire dal colpo di Stato del 1976 uccise “sette o ottomila persone”, anche se gli organismi per i diritti umani calcolano che la cifra arrivi a 30 mila.

“Per non provocare proteste, all’interno e all’esterno del paese, si prese la decisione a tavolino che questa gente sparisse; ogni sparizione può essere intesa come mascheramento, come dissimulazione di una morte” ha cercato di spiegare.

Le affermazione della più grande icona del terrorismo di Stato, simili a quelle che il già condannato ex generale Ramòn Genaro Dìaz Bessone fece alla giornalista francese Marie Monique Robin, allora senza sapere che lo stavano filmando, fanno parte del libro “Disposizione Finale. La confessione di Videla sui desaparecidos”, del giornalista Ceferino Reato, che Editorial Sudamericana ha appena pubblicato.

Gli anni e le condanne sembrano aver sciolto la lingua del dittatore, che in febbraio ha concesso una lunga intervista alla rivista spagnola Cambio 16. “Non c’era altra soluzione; (tra i vertici militari) eravamo d’accordo che si trattava del prezzo da pagare per vincere la guerra alla sovversione e avevamo bisogno che ciò non fosse evidente, che la società non se ne rendesse conto. Bisognava eliminare un grande insieme di persone che non potevano essere portate davanti alla Giustizia e nemmeno fucilate” ha detto, senza rivelare nulla che già gli organismi per i diritti umani del paese non avessero denunciato fin dal primo momento in cui si consumava il genocidio.
“Dio sa quello che fa, perché lo fa e come lo fa. Io accetto la volontà di Dio. Credo che mai Dio mi abbia lasciato la mano”, si permette di dubitare Videla.

“La frase ‘Soluzione Finale’ non venne mai usata. ‘Disposizione Finale’ fu una frase più utilizzata; sono due termini molto militari e significano togliere dal servizio una cosa che è inservibile. Quando, ad esempio, si parla di un’uniforme che non si usa più o che non serve perché è danneggiata, questa passa a Disposizione Finale” ha spiegato un Videla tranquillo a Reato, che lo ha intervistato per 20 ore tra l’ottobre 2011 e il marzo 2012 nella cella n. 5 dell’Unità penitenziaria 34, l’unico carcere del paese che funziona all’interno di una unità militare: Campo de Mayo. Neppure le due parole scelte come titolo del libro sono nuove, di fatto un sopravvissuto tucumano (1) nel 2010 fornì alla Giustizia una lista di 293 persone sequestrate delle quali 195 figuravano come “DF” e spiegò che era la sigla di “Disposizione Finale”.

Il dittatore ha giustificato l’uso della tortura e sottolineato una volta di più l’influenza della cosiddetta Dottrina Francese nella lotta contro la guerriglia, tema al quale la francese Robin dedicò un libro ed un documentario. Nella sua ammissione sul “metodo” scelto per cancellare dalla faccia della terra i suoi nemici, Videla ha incluso il caso dell’ex capo dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo, Mario Roberto Santucho, ucciso in una sparatoria. “Era una persona che generava aspettative; l’apparizione del suo corpo avrebbe portato a tributi, a celebrazioni. Era una figura che bisognava appannare” ha spiegato il repressore, opaco per eccellenza, che si è permesso di sottolineare le differenze tra le principali organizzazioni armate degli anni ’70. “Per la sua preparazione militare e ideologica, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo (ERP) era più nemico che Montoneros; era qualcosa di diverso, un’altra cosa. Montoneros conservava qualcosa del nazionalismo, del cattolicesimo, del peronismo con cui era nato”, ha detto.

“Le sparizioni avvengono sulla base dei decreti del presidente ad interim Italo Luder, che ci danno la licenza di uccidere. Dal punto di vista strettamente militare non avevamo bisogno del golpe; è stato un errore” ha ammesso Videla. “Non potevamo chiedere di più né avevamo bisogno di più” ha detto.
Allora, perché il colpo di Stato? “Il nostro obiettivo (il 24 marzo 1976) era disciplinare una società resa ormai anarchica. Rispetto al peronismo, uscire da una visione populista, demagogica; rispetto all’economia, andare verso una economia di mercato, liberista. Volevamo anche disciplinare il sindacalismo e il capitalismo di rendita”, ha spiegato Videla.

Uno dei temi che Reato ha affrontato con Videla e con il suo ex ministro dell’Interno, il generale Albano Harguindeguy, è quello delle liste di informazioni con i nomi dei desaparecidos. “Non ci sono liste col destino finale dei desaparecidos. Potrebbero essercene alcune, ma parziali” ha continuato l’intervistato, eludendo la domanda. Harguindeguy ha ammesso che nel 1979 vennero elaborate delle liste per “avere una base d’appoggio per parlare di desaparecidos”, ma ha assicurato che non esistono più. “E’ stato tutto bruciato per ordine di Bignone (l’ultimo dittatore), per decreto di Bignone”.

Un altro dato non nuovo che Reato tratta è quello della divisione del paese in zone, sub-zone e aree militari nei mesi precedenti al golpe di Stato e degli ordini ai comandanti di ognuna delle cinque zone di compilare liste di persone che dovevano essere arrestate la mattina del 24 marzo 1976. Secondo alcuni repressori consultati dall’editore di Perfil, in queste liste apparivano sia “leaders sociali” che “sovversivi”, i cui nomi erano stati forniti dai Servizi di Informazione delle Forze Armate e della Sicurezza ma anche di industriali e dirigenti, sindacalisti, funzionari, dirigenti politici, professori e persino studenti.

L’autore, sulla base di documenti militari, ricorda che il destino di ognuno dei sequestrati dalle Forze Armate veniva deciso nelle“comunità di controspionaggio” o “comunità informative” di ogni zona militare, integrate dai responsabili dei diversi Servizi di Controspionaggio. Questi gruppi si riunivano una volta alla settimana e decidevano se liberarlo, se cancellarlo o assassinarlo, altro dato rivelatore che si ripete in ogni processo ai repressori dalla metà del decennio degli ’80.

(1) Abitante della provincia argentina di Tucuman, nel nord-ovest del paese.

da: surysur.net; 16.4.2012 (traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

Centro di Iniziativa Proletaria G. Tagarelli - Milano

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