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Gutta cavat lapidem?

Gutta cavat lapidem?

(19 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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PRIMO MAGGIO 2012

LA CLASSE OPERAIA NON HA NULLA DA FESTEGGIARE,
DEVE SOLO TORNARE A LOTTARE PER I PROPRI INTERESSI !

(30 Aprile 2012)

Il 1° maggio del 1886 migliaia di operai scesero in sciopero a Chicago, rivendicando la riduzione a 8 ore della giornata lavorativa. Essi lottarono per quattro lunghi giorni, poi la repressione non si fece attendere: alcuni proletari caddero sotto il fuoco della polizia e molti altri furono arrestati. Cinque di loro, accusati in un processo manovrato, di essere i capi della rivolta, di lì a pochi mesi furono impiccati alla forca della democratica giustizia americana, sacrificando le proprie vite in uno scontro in cui a decidere era la forza, non il diritto o la scheda elettorale. Per ricordare quell’eccidio, i combattenti di quella grandiosa battaglia, e, soprattutto, come espressione dell’unione di tutti i lavoratori contro il capitalismo, il movimento proletario internazionale, nel 1889, proclamò il Primo Maggio giornata mondiale di lotta della classe operaia.
Oggi i proletari hanno dimenticato il valore di simili battaglie, smarrendo sempre più la strada della lotta di classe: essi non si muovono in maniera efficace neanche più per migliorare o, almeno, difendere le loro condizioni di vita e di lavoro.
Lo sfruttamento quotidiano del proletariato continua incessante. Il debito pubblico, la necessità di non finire come la Grecia, sono divenute il ricatto con cui molti governi occidentali imboniscono milioni di lavoratori sull’orlo del lastrico. La parola crisi viene agitata quale miglior alibi, consentendo al capitale un proficuo, incalzante, inesorabile sfruttamento. Poiché risulta impossibile, ormai, la “restituzione” dei debiti, è evidente come le pronte manovre varate dai governi, producano l’effetto di alimentare, attraverso massicci trasferimenti di ricchezza, un imperialismo affamato di profitti inesigibili dai comparti produttivi. Non sono possibili né credibili “manovre di fuoriuscita dalla crisi”, motivo per cui il capitale chiede ai propri governi la sola “credibilità” di applicare un costante salasso nei confronti del proletariato, di cui temono la rivolta.
In questo senso la minaccia del “fallimento dello Stato” agisce come dispositivo che tende ad abbassare le rivendicazioni dei soggetti coinvolti, intimorisce i lavoratori e abbassa le condizioni generali della loro esistenza. Questo sortisce l’effetto voluto solo a patto che le istituzioni politiche del capitalismo -governi, parlamenti e tutte le agenzie del dominio capitalistico- svolgano il loro ruolo. Gli stati ed i governi nazionali -consapevoli che è sempre più difficile riuscire a far accettare ai lavoratori “sacrifici” da lacrime e sangue”- si preparano mediante governi con esecutivi forti ad imporre le misure necessarie ed “inevitabili”, cercando ed ottenendo nello stesso tempo una “concertazione” con le organizzazioni sindacali. Se i lavoratori saranno recalcitranti ad accettare tutto ciò, si troveranno di fronte la polizia a fargliele accettare.
Il “dominio” del capitale è la forma attraverso cui ormai soltanto trova la propria legittimità il potere politico.
Operai, compagni!
Chi può negare che nel corso degli ultimi anni la borghesia, con l’aiuto diretto dei sindacati tricolore, ha smantellato giorno dopo giorno tutto ciò che era stato conquistato nei decenni scorsi?
Oggi tutti noi, oltre a faticare sempre più per arrivare alla fine del mese, quotidianamente soffriamo di una sempre maggiore insicurezza nei luoghi di lavoro e di un’incertezza persistente legata alla possibilità di essere in qualunque momento licenziati. Sono, sempre e comunque, le leggi economiche capitalistiche che s’impongono inesorabili ovunque nel mondo a spingere il servitorame politico di ogni colore (meglio se mascherato da “difensore” dei lavoratori e dei più deboli) a prendere decisioni contro la classe operaia, nella speranza di garantire la sopravvivenza del sistema. “Abbassare il costo del lavoro” significa: diminuire il numero dei lavoratori occupati; ridurre il salario, sia quello diretto che quello indiretto (pensioni e liquidazioni, ecc.); applicare indistintamente la famosa “flessibilità” (ossia lavorare sempre di più con contratti a termine e malpagati oggi, per restare a casa domani); ricevere meno per lo stesso lavoro, a seconda dell’area geografica, dell’età, del sesso, del paese di provenienza.

Compagni, operai!
In Italia come in tutto l’Occidente la borghesia, coadiuvata validamente dai sindacati di Stato e dai partiti di “sinistra”, in questo ormai lungo periodo di ubriacatura democratica è riuscita a distruggere in noi proletari ogni memoria delle grandi lotte del passato per la nostra emancipazione.
Chi ci invita dunque a “festeggiare” il Primo Maggio, non ci vuole di certo in piazza o fuori dai cancelli delle aziende a lottare per i nostri interessi di classe e in difesa delle nostre stesse condizioni di vita e di lavoro.
Ci chiede invece di accettare senza colpo ferire le Finanziarie “lacrime e sangue” per la salvaguardia dell’economia nazionale. Ci ha già chiesto di condividere le imprese di guerra dell’italico capitalismo straccione, sempre alla ricerca di “un posto al sole” fra le potenze imperialiste mondiali.
Chi fa questo, chi vuole continuare a “festeggiare” il Primo Maggio tra sventolii di bandiere tricolori, concerti e messe di benedizione, lo fa a suggello di una vittoria consolidata su noi lavoratori, a difesa del sistema capitalistico, del suo sfruttamento e dei suoi omicidi nei luoghi di lavoro, dei suoi Stati armati e delle sue costituzioni, delle sue violenze e delle sue inevitabili guerre destinate a sfociare in una guerra generalizzata come unica soluzione borghese alla crisi e nella quale noi avremo il ruolo di carne da cannone. Il capitalismo ha la necessità di liberarsi delle eccedenze di uomini e di merci e non si fermerà di fronte a nulla.

Ma che fare, allora, di fronte a questa realtà e a questa situazione apparentemente immutabili e incontrastabili?

Noi comunisti, oggi come ieri, non possiamo che indicare al proletariato l’alternativa storica della ripresa della lotta di classe, della lotta contro il capitalismo per una società senza mercato e merci, senza salario e profitto, senza la divisione in classi e lo sfruttamento di una minoranza sulla maggioranza del genere umano. Le nostre parole d’ordine sono le parole d’ordine storiche e classiste del proletariato rivoluzionario che lotta per il Comunismo:
- Ripresa della solidarietà classista al di sopra di ogni categoria produttiva, di ogni religione, razza e nazione, perseguendo l’unione di tutti i lavoratori (occupati, disoccupati, precari, immigrati, iscritti e non ai sindacati).
- Riscoperta dell’arma dello sciopero senza preavviso e ad oltranza, praticando il blocco totale della produzione e della circolazione delle merci e non garantendo i servizi pubblici minimi.
- Ripresa della lotta per ottenere forti aumenti di salario, più consistenti per le categorie peggio pagate; per il salario garantito ai disoccupati e per una drastica riduzione della giornata lavorativa a parità di salario.
- Difesa intransigente dei nostri interessi di classe e delle nostre condizioni di vita e di lavoro, rifiutando le compatibilità economiche e politiche imposte dal capitale come la difesa dell’economia nazionale e aziendale.
- Rinascita di organismi classisti di difesa economica immediata indipendenti da qualsiasi Stato ed interesse borghese, rigettando le pratiche e le politiche traditrici degli odierni sindacati.
- Ripresa, in caso di guerra, del disfattismo rivoluzionario e della fraternizzazione fra i militari degli opposti schieramenti, opponendosi all’intervento militare della propria borghesia in qualsiasi teatro di guerra al di fuori di ogni illusione che il pacifismo possa evitare la guerra.

Il proletariato ha una sola immensa forza, il numero: deve solo imparare ad usarla. Il capitalismo è un gigante dai piedi di argilla.
“I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare”.

PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA
PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI !

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