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Governo, partiti e classi in Italia

Appunti e spunti per un'analisi di classe

(20 Giugno 2004)

Il governo Berlusconi attuale appare più che altro come un governo della borghesia commerciale-immobiliare-professionale, legata alla frazione commerciale del capitale finanziario, soprattutto del settore dei servizi (pubblicità, televisione, spettacolo, e annessi) e del settore immobiliare; con la miriade di piccoli, medi e grandi interessi affaristici indotti. E’ il governo degli arrampicatori sociali, dei bauscia, degli speculatori e dei venditori di fumo. Non ha una politica, né interna né estera, di lungo respiro. Tira a campare, facendosi gli affari suoi (...), finchè dura.

La medio-grande e grande industria è rappresentata più che altro dalla Confindustria, anche nella sua attuale versione manageriale (Montezemolo). La sua rappresentanza politica è trasversale all’arco politico-parlamentare: non si intravede un vero e proprio “partito della grande borghesia industriale”. Anche perché, oggi come oggi, non esiste più una vera e propria grande borghesia industriale pura, in quanto da tempo i maggiori imprenditori industriali sono diventati, assieme ai loro top manager, finanzieri, cioè esponenti della frazione industriale del capitale finanziario italiano. Il suo programma: redditività del capitale, a partire da un alto livello del saggio generale di profitto, minor peso fiscale possibile e bassi tassi d’interesse; contenimento salariale, flessibilità forza-lavoro e tranquillità aziendale; finanziamento pubblico alla produzione e sostegno statale alle esportazioni, di capitali e di merci. L’attuale governo, finora, ha garantito sgravi fiscali e bassi tassi d’interesse, ma poco o nulla ha potuto fare contro la caduta tendenziale del saggio di profitto; ha varato leggi sulla massima flessibilità degli orari e della forza-lavoro, ma favorendo gli aumenti degli euro-prezzi e il carovita ha provocato spinte salariali e, con esse, il peggioramento delle relazioni industriali (cioè, scioperi duri e selvaggi); ha trasferito palate di soldi alle imprese (circa 50mld/ l’anno), i quali invece che essere investiti in attività produttive sono stati destinati ad attività speculative (dato il basso tasso di profitto); ha favorito l’italo-imperialismo, con oltre 100 missioni all’estero del vice-ministro Urso, crediti all’export tramite l’Ice, e l’appoggio militare ad esso (con ben 23 missioni militari all’estero). Tuttavia, anche in quest’ultimo settore, il governo non ha soddisfatto a pieno il capitale industriale in quanto la missione in Irak, finora, si è rivelata un flop sul piano della partecipazione italiana alla ricostruzione, vista l’eccessiva subordinazione della politica estera berlusconiana agli Usa (i quali affidano sub-appalti a condizioni capestro). Resta aperto anche il delicato problema della corporate governance, cioè del rapporto tra proprietà (degli azionisti) e controllo (dei manager), ma è un problema aperto e comune alle altre frazioni del capitale finanziario.

La frazione bancaria del capitale finanziario, nei suoi esponenti di vertice, resta grossomodo ancora divisa tra finanza laica e finanza bianca o “cattolica”, senza tuttavia considerare questa divisione come vera e propria frattura (l’”interesse”, nei due sensi, comune prevale sempre su ogni divisione). La finanza laica è rappresentata soprattutto da Mediobanca e da Unicredito (Galateri e Profumo). Quella “bianca” da Fazio (Bankitalia), Bazoli (Intesa), Geronzi (Capitalia) e Caloia (Ior). Come per la frazione industriale, non vi è in Italia un vero e proprio “partito dei banchieri”. Pertanto, la sua rappresentanza resta appannaggio dell’Abi. In concreto, si può dire che i Ds sono il partito di Mps e Unipol, mentre la finanza bianca si bilancia tra Udc (centro-destra) e Margherita (centro-sinistra). Geronzi ha finanziato tutto e tutti, da destra a sinistra, nessuno escluso: rappresenta se stesso e il capitale monetario da prestito puro, al quale non interessa la tessera di partito ma solo la solvibilità del cliente. Fazio, per un po’, è stato il perno di manovre per la costituzione di un “centro neo-guelfo”, ma è rimasto ingolfato negli scandali Cirio e Parmalat. La finanza laica, finora, ha appoggiato l'attuale governo, ma sempre con la tipica diffidenza del commerciante di denaro rispetto al commerciante di merci immateriali (servizi): cioè, esigendo sempre maggiori garanzie, finora soddisfatte con le cartolarizzazioni immobiliari. Il programma della frazione bancaria si riassume in due punti: alti interessi ed elevate commissioni d’intermediazione finanziaria. Il primo punto non può essere soddisfatto dal governo, in quanto il tasso d’interesse di riferimento è ormai stabilito dalla Bce (2%). Per quanto riguarda le laute commissioni, a dire il vero il periodo d’oro è stato quello dei governi di centro-sinistra, grazie agli smobilizzi e alle privatizzazioni degli anni 1993-2000 (quella della Telecom del 1997 è stata la più ricca privatizzazione del mondo, e la prima tranche Enel del 1999 la più ricca smobilizzazione azionaria mondiale dopo quella della giapponese NT&T del 1987, con conseguenti commissioni bancarie da capogiro).

La piccola borghesia imprenditrice settentrionale è rappresentata dalla Lega Padana. Laddove la Lp non ha presa, essa si manifesta mediante Liste civiche o appoggiando questo o quel partito che dà o promette di più. Il suo programma: apertura del credito bancario e a buon mercato; bassi salari e forza-lavoro flessibile e precaria; messa fuori legge dei sindacati e di ogni forma di organizzazione operaia; riduzione delle imposte; sussidi all’export; misure protezionistiche. Inutile ogni commento: non ci sarà mai governo di centro-destra, centro o di centro-sinistra che potrà soddisfarlo integralmente. Solo un regime dittatoriale di destra potrà, inizialmente e demagogicamente, promettere di adottarlo, per poi “tradirlo” in pratica, soprattutto per il primo e l’ultimo punto. Le banche prestano e presteranno sempre i soldi solo a chi ne ha già tanti ma non abbastanza. Il protezionismo danneggia le multinazionali e le aziende italiane che producono all’estero e poi vendono in Italia.

Per quanto riguarda la classe operaia, e il proletariato in genere? Il suo programma immediato è semplice: salari adeguati all’attuale livello di vita, periodici e regolari; minori orari di lavoro e pre-determinati; ritmi di lavoro a misura d’uomo, non di profitto; libertà di organizzazione autonoma e potere contrattuale, aziendale e collettivo; riduzione dei canoni di locazione, delle imposte dirette e indirette, nonchè delle tariffe dei servizi essenziali. I suoi obbiettivi futuri: appropriazione sociale dei mezzi di produzione e di scambio; abolizione del lavoro salariato, assieme alla merce e al denaro; produzione finalizzata alla soddisfazione dei bisogni dei produttori, non dei parassiti; costruzione di una società comunista. I mezzi per raggiungerli: un partito rivoluzionario; organismi operai di lotta e di potere; conquista violenta del potere politico; suo mantenimento mediante la dittatura del proletariato; il tutto, il più possibilmente assieme agli operai degli altri paesi (Francia e Germania, prima di tutto). Visto il panorama politico italiano, c’è ancora molta strada da compiere: rimbocchiamoci le maniche!

s.b.

Fonte

  • http://capireperagire.blog.tiscali.it/

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