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Israele: stasera tornano in piazza gli indignados, con un bilancio scadente

A quasi un anno dal campo di tende in Viale Rotschild e dalle manifestazioni di centinaia di migliaia di israeliani, si riaffaccia la protesta contro il carovita ma Netanyahu e la sua politica di sicurezza vincono su tutto, con l'appoggio di gran parte della popolazione

(12 Maggio 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in nena-news.globalist.it

Israele: stasera tornano in piazza gli indignados, con un bilancio scadente

foto: nena-news.globalist.it

ELENA VIOLA

Gerusalemme, 12 marzo 2012, Nena News - A sei mesi di distanza, gli indignados israeliani sembrano voler riprovarci. All’inizio di questo nuovo anno, la penna tagliente di Haaretz Gideon Levy aveva affermato che la serie di proteste diffusesi in ben dodici centri israeliani, e terminata l’ottobre precedente, aveva fallito perché “troppo impaziente, permissiva e disciplinata. Aveva ottenuto consensi senza però affrontare le questioni davvero critiche, come il budget devoluto alla difesa e l’occupazione.” Ora, quello che in molti si domandano è se Levy tornerà a pronunciare l’inaspettata - detta da lui - affermazione, “Ieri notte (23 luglio) sono stato davvero orgoglioso di essere israeliano.”

Tutto è cominciato il 14 luglio 2011. Quel giorno, giovani israeliani di buona famiglia issarono non più di una ventina di tende nella nota via dello shopping d’alta moda di Tel Aviv, Rotschild, facendo da apripista per l’identica ‘occupazione’ tra i fratelli gerusalemiti. Una ristretta protesta contro gli esorbitanti prezzi d’affitto e d’acquisto delle case si tramutò presto in un evento unico e di tutt’altra portata.

“Da molti anni ormai ci si era accorti di come in Israele fosse impossibile parlare di democrazia alcuna,” dice Stav Shaffir, una delle organizzatrici del movimento di protesta israeliano, in un’intervista condotta da Wendi Kanin di Occupy Oakland. “A coloro che si erano stanziati sul boulevard a Tel Aviv per reclamare il diritto alla casa, si unirono tutti i cittadini israeliani indignati dall’inflessibile risposta del governo alla semplice volontà del popolo di far sentire le proprie ragioni.”

Il governo Netanyahu mostrava ancora una volta il suo volto più oscuro, sottovalutando, suo malgrado, la potenza dell’avversario. L’aver etichettato le proteste in corso come illegali dette uno stimolo ulteriore agli israeliani riuniti in numero sempre crescente a riappropriarsi dei loro primigeni diritti. Diritto alla terra, alla casa, alla libertà di espressione. Si vennero a creare vere e proprie città all’interno delle città, sistemi autogestiti da individui diversi ma affini nel loro intento.

“In questo paese ognuno di noi è sempre stato identificato all’interno di una specifica categoria,” afferma Yonatan Levi, organizzatore delle proteste scoppiate a Tel Aviv. “Il motto fin ora è stato: ‘Dimmi chi odi e ti dirò chi sei’. Fin dall’inizio delle proteste abbiamo voluto invertire le cose e intimato la gente a unirsi a noi senza simboli che potessero identificarli.”

“Israele è uno stato gravato da una moltitudine di conflitti interni,” dice Shaffir a tal proposito. “Ci sono scontri e tensioni tra israeliani ebrei e arabi israeliani, tra immigrati ebrei provenienti da paesi orientali e occidentali, tra le comunità religiose e quelle secolari. Per anni e anni siamo stati abituati a incolparci a vicenda per i rispettivi problemi ma finalmente abbiamo deciso di fare fronte comune contro il vero e solo nemico: il rigido sistema governativo israeliano.”

Le proteste sono proseguite senza sosta lungo l’estate intera e, nel loro picco massimo, hanno raggiunto il mezzo milione di presenze nella giornata del 23 luglio. Tra le questioni sollevate rientravano il costo della casa, dei trasporti, dell’assistenza all’infanzia, del cibo e della benzina. Se il costo della vita si andava a impennare giorno dopo giorno, i salari erano immobili da lungo tempo.

C’è chi è arrivato a parlare di 'miracolo' riferendosi all’estate israeliana del 2011. L’entusiasmo era palpabile ovunque. Mentre il premier israeliano era sempre più aspramente criticato dal suo elettorato e spinto ad abbandonare la leadership con duri cori come Bibi, go home!, i sondaggi del tempo avevano riportato un appoggio quasi incondizionato – pari al 90% – della popolazione israeliana alle proteste in corso.

Alle critiche di alcuni rappresentanti della sinistra israeliana riguardo alla poca attenzione dimostrata dagli ‘indignati’ alla difficile condizione degli arabi israeliani, i palestinesi in Israele, o alla quotidiana occupazione sofferta dai palestinesi in Cisgiordania e Striscia di Gaza, le risposte non si erano fatte attendere. Con esiti inaspettati. Gli intervistati arabo-israeliani, come Shahin Nasser di Haifa, non esitavano ad affermare che, “quello che sta avvenendo è vera e propria coesistenza, arabi ed ebrei marciano insieme, spalla a spalla, per chiedere pace e giustizia sociale.”

Ma allora… Che cosa è fallito? Com’è possibile che la frenesia sociale e intellettuale dell’estate scorsa sia evaporata così?

Migliaia di cittadini israeliani hanno alzato la voce contro i tanti, forse troppi per essere realisticamente risolti, problemi di ogni giorno e in cambio hanno ottenuto poco o nulla. I prezzi sono in crescita, il budget devoluto per la spesa militare si gonfia ogni anno che passa e le colonie israeliane si moltiplicano a vista d’occhio svendendo a prezzi stracciati locali ben sopra i modesti parametri dei cittadini indignati della capitale.

Pochi giorni fa una nuova svolta: l’accordo tra lo scaltro premier israeliano a capo del partito di maggioranza Likud e il poco convincente, e piuttosto ininfluente, leader del principale partito di (debole) opposizione, Kadima, Shaul Mofaz.

Centinaia di persone sono scese in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme e Beer Sheva martedì scorso per protestare contro il Big Deal (grande patto) e per intimare il premier a lasciare la poltrona governativa e sottoporsi a elezioni anticipate, come da precedente programma.

L’insofferenza politica va di pari passo con la trasversale insofferenza sociale e apolitica. E’ così che, allora, dopo essere state promosse sul web qualche giorno fa, nuove proteste in nome della ‘giustizia sociale’ sono state organizzate in tanti centri israeliani per la giornata di oggi. La bella stagione è appena iniziata e potrebbe inaugurare una nuova frizzante estate di proteste.

Per non rischiare di scivolare in un nuovo autunno di delusioni, però, il popolo israeliano deve prestare attenzione. Come scrive Gideon Levy, non ha senso alcuno riempirsi la bocca di termini altisonanti, come ‘rivoluzione’ o ‘giustizia sociale’, se non si affrontano in modo definitivo i due complementari talloni d’Achille dello stato israeliano.

Una presa di posizione forte nei confronti della crescente spesa militare e della soffocante occupazione israeliana in Cisgiordania e Striscia di Gaza potrebbero rivelarsi le vere chiavi di volta per la nuova era tanto auspicata. Nena News

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