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Israele: torna protesta sociale ma resta vaga

Migliaia di persone di nuovo in strada contro carovita e ineguaglianze. Ma la protesta rimane vaga, non coinvolge gli arabi israeliani e non tocca l'occupazione dei territori palestinesi

(13 Maggio 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in nena-news.globalist.it

Israele: torna protesta sociale ma resta vaga

foto: nena-news.globalist.it

ROBERTO PRINZI

Tel Aviv, 13 maggio 2012, Nena News - “Noi siamo la maggioranza e siamo tornati per strada”. Con questo slogan migliaia di israeliani hanno affollato ieri sera Kikar Rabin a Tel Aviv protestando contro il governo Netaniahu e la sua politica economica. É così, a quasi un anno, Tel Aviv diviene nuovamente l'epicentro degli “indignados” israeliani. Allora (il 14 Luglio) la venticinquenne Daphne Leef piantava una tenda di fronte al celebre teatro HaBima a Tel Aviv protestando contro il costo della vita (in particolare delle case). Il giorno seguente, in sostegno alla sua protesta, una cinquantina di tende occupavano il centralissimo boulevard Rothschild. Il movimento di protesta sarebbe cresciuto di giorno in giorno raggiungendo il suo picco il 6 Agosto quando soltanto nelle strade di Tel Aviv sfilarono più di 300.000 persone.

Lo slogan (mutuato dalle “primavere arabe”) era: “il popolo vuole la giustizia sociale”. Ma chi era questo “popolo”? Ne facevano parte anche gli “arabi” (i palestinesi cittadini d'Israele)? E come poteva aver successo una protesta che eludeva (per poter raggruppare il maggior numero di persone) il legame indissolubile tra crisi economica e l'Occupazione della Cisgiordania e Striscia di Gaza? Con queste premesse non ha sorpreso il suo fallimento e il rapido oblio delle istanze dei manifestanti da parte del premier Netaniahu. Lo scaltro Primo Ministro, dopo aver vacillato per qualche settimana per la prima volta dall'inizio della legislatura, riprendeva saldamente il potere. Il dibattito politico interno israeliano tornava nuovamente ad occuparsi del “pericolo nucleare iraniano”, della “preoccupante situazione siriana”. Né la “protesta delle tende” poteva trovare una sponda e un sostegno in una opposizione frammentata in tanti partiti in lotta l'uno con l'altro (e nel caso di Kadima lacerato da battaglie intestine) nel tentativo di scalfire il potere di Netaniahu che, in pompa magna, tornava a trionfare nei sondaggi dei principali quotidiani locali. La “protesta estiva”, allontanata dal dibattito pubblico e diventata presto un ricordo lontano, era richiamata di tanto in tanto dalla opposizione nel tentativo (finora dimostratosi fallimentare) di poter conquistare le simpatie (meglio dire i voti) della classe media israeliana che principalmente paga sulla sua pelle la crisi economica internazionale.

Déjà vu

Ma, in concomitanza con le proteste mondiali degli indignados ad un anno dalla loro prima manifestazione a Madrid e dalla recente formazione del governo di coalizione Mofaz-Netaniahu, anche nelle principali città di Israele è ritornata in piazza la “protesta sociale”.

A Gerusalemme due cortei partiti da Gan Hasus e da Tzomet Pat sono confluiti presso la residenza del Premier e diversi manifestanti hanno provato a bloccare le strade adiacenti. Tra i cartelli dei manifestanti: «Noi, la maggioranza, siamo tornati in strada» e «Tutto il popolo è opposizione». Tra gli organizzatori si è voluto precisare che la «protesta non è di un solo partito, qui ci sono tutte le correnti di tutti i partiti».

Ad Haifa la protesta ha avuto luogo nel Centro Horev e vi hanno partecipato diverse centinaia di manifestanti. Uri Walteman, attivista di Hadash (partito parlamentare di sinistra), ha dichiarato: «il governo fa il conto di 94 parlamentari nella nuova coalizione contro il 26 dell'Opposizione. Ma qui, nelle strade, il conto è un altro. Qui noi siamo il 99%».

Il fulcro delle proteste è stata come l'estate scorsa Tel Aviv. Una marcia partita dal quartiere HaTikva si è diretta verso Kikar Rabin. Decine di manifestanti dei quartieri meridionali della città hanno protestato perché il governo li ha «trascurati» . Alla testa del corteo uno striscione recitava «Rivoluzione». Nel criticare le politiche del governo Netaniahu non sono mancati però toni razzisti. Intervistato dal quotidiano Yediot Aharonot una cittadino del quartiere Florentin di Tel Aviv ha dichiarato di protestare anche contro l'eccessiva ondata di immigrati nella zona meridionale della città i quali «creano uno condizione di vita impossibile nel quartiere obbligando i residenti ad andarsene».

Ma il centro della protesta è stata Kikar Rabin dove si sono riunite alcune migliaia di cittadini. Una delle organizzatrici, Orly Barlev ha affermato che «il messaggio è contro il sistema politico che non si occupa dei cittadini. Quello che abbiamo visto questa settimana (l'ingresso di Mofaz nella coalizione governativa, ndr) è frutto solo di interessi personali. Non c'è alcun riguardo per il benessere della gente, nè quando si anticipano le elezioni né quando le si annullano». Ma, sulla falsa riga della protesta dell'estate scorsa, Barlev continua «qui non si attacca nessun politico in particolare perché noi lottiamo principalmente contro il sistema». Sebbene riconosca che «questo governo ha acuito i gap sociali presenti nella società» le preme soprattutto sottolineare il fatto che non ci siano personalità di spicco a parlare durante la manifestazione. Questo dimostra che «non importa chi parla, non vi è qui un messaggio personale, qui il messaggio è globale. Un messaggio che si va ad unire a quello dei nostri fratelli nelle altre parti del mondo».

Contraddittorietà e limiti della "protesta"

Ma appare assai contraddittorio come un messaggio che si proponga di essere diretto a tutti i cittadini d'Israele (come recitavano i tanti cartelli di Kikar Rabin) non coinvolga anche i palestinesi d'Israele (che rappresentano il 20% della popolazione). Invece, esattamente come un anno fa, la "protesta" rimane nel vago, utilizza "popolo" ma intendendo con questo termine solo gli israeliani ebrei. Non desta allora stupore che siano proprio le note dell'inno nazionale israeliano HaTikva e l'invito dal palco a cantarlo "tutti insieme" a chiudere l'evento. Ma come coniugare allora lo slogan «uguaglianza di diritti, uguaglianza di doveri», il «Noi siamo il 99%» e «Persone prima degli interessi» laddove la prima disuguaglianza nasce proprio all'interno del movimento stesso che nasce e si rivolge solo alla popolazione ebrea d'Israele? Presenti alla manifestazione i gruppi parlamentari Meretz (centro sinistra) e Hadash (sinistra) che hanno invitato il Premier attuale Netaniahu a dimettersi perchè la sua politica economica ha esacerbato le sofferenze delle classi meno abbienti. Come l'estate scorsa non vi è alcun riferimento ai palestinesi dei Territori Occupati, la sempre più probabile guerra in Iran non viene mai nominata. Sono escluse come nel Luglio scorso le tematiche più scottanti per paura di non poter rompere il "fronte" eterogeneo che compone il movimento «a-politico» e «a-partitico». É vero Mofaz, Netaniahu, Barak e Lieberman talvolta sono attaccati. Ma non con argomentazioni politiche. L'intento è qui principalmente populistico e demagogico: sono presi come simbolo della corruzione della Knesset e di una classe politica interessata esclusivamente ad ingrossare le sue tasche e senza alcun interesse verso il «99% dei cittadini». Anche ieri sera, come era successo qualche giorno prima a Tel Aviv nella protesta contro l'accordo Mofaz-Netaniahu- non sono mancati momenti di tensione quando i manifestanti hanno provato a forzare il blocco della polizia e dei reparti del Magav tentando di confluire nell'adiacente Ibn Gvirol, in un primo momento, e verso Melekh Jeorg in un secondo. A fine serata saranno nove gli arrestati. Ma se sia ad Haifa che a Gerusalemme che a Tel Aviv, i contenuti delle proteste si sono mostrati praticamente del tutto simili a quelli dell'estate scorsa, laddove nuovamente non si sono voluti affrontare i "temi spinosi" dell'economia israeliana direttamente connessi con l'occupazione dei Territori palestinesi, se questo movimento di protesta non esprime alcuna reale necessità e volontà di cambiamento dello status quo dei rapporti di classe, se le piazze restano prive dei palestinesi cittadini d'Israele, se il conflitto con i palestinesi viene nuovamente accantonato, se la possibilità concreta di una guerra con l'Iran (ogni giorno più probabile) viene trascurata dagli "indignados" israeliani (laddove proprio questa guerra sarà pagata dalla classe medio bassa e dai giovani che riempivano Kikar Rabin) se insomma il variegato movimento ripeterà, come sembra fare, gli stessi errori di un anno fa c'è da essere certi che la richiesta di «giustizia sociale» avrà vita breve e forse apporterà risultati modesti (si considerano a tal proposito i risultati insoddisfacenti della Commissione Tranjtenberg). Ma questa volta il preoccupato e frustrante «cosa è cambiato dopo un anno?» di ieri sera potrebbe essere il tragico epitaffio del movimento. Nena News

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