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(Palestina occupata)

Palestina, quegli ignorati prigionieri palestinesi in sciopero della fame

(15 Maggio 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in ciptagarelli.jimdo.com

Continua lo sciopero della fame

foto: ciptagarelli.jimdo.com

di Alain Gresh, Le Monde Diplomatique; da http://blog.mondediplo.net/2012-05-08

Immaginiamo per un momento duemila prigionieri politici in Cina in sciopero della fame da varie settimane o altri duemila prigionieri in un movimento simile in Russia. Non vi è dubbio che le televisioni e le radio, così rapide nel mobilitarsi per gli attacchi ai diritti umani in paesi lontani, aprirebbero i loro notiziari con questa notizia, si indignerebbero per questa violazione dei diritti elementari, farebbero appelli alle nostre autorità a reagire e, anche, ad intervenire, a imporre sanzioni a Pechino e a Mosca.

Ci sono davvero duemila prigionieri politici in sciopero della fame, ma sono in Palestina. E non sembra che l’informazione interessi a molti. Ma da molto tempo sappiamo che i palestinesi, gli arabi e i mussulmani non sono davvero esseri umani come gli altri.

Veniamo prima di tutto ai fatti, comunicati dal corrispondente di Le Monde (« Le mou­vement de grève de la faim des prisonniers palestiniens en Israël s’étendrait à 2 000 détenus », Lemonde.fr, 6 .5.2012):

“Israele ha sempre più difficoltà a controllare il movimento dello sciopero della fame dei prigionieri palestinesi, che continua ad estendersi. Questa azione, cominciata il 17 aprile per protestare contro la pratica della detenzione amministrativa (che permette di tenere in carcere un sospetto senza processo per un periodo rinnovabile di sei mesi), sarebbe intrapresa oggi da circa duemila prigionieri, secondo Addameer, l’associazione palestinese di difesa dei diritti dei prigionieri palestinesi” (….)

“Ci sono almeno due prigionieri che si trovano in stato critico: Bilal Diab, di 27 anni e originario di Jenin, e Thaer Halahla, di 33 e originario di Hebron (entrambi membri della Yihad Islamica), che hanno iniziato lo sciopero della fame il 29 febbraio. Dopo sessantasei giorni senza cibo, sarebbero entrati in quella che i medici definiscono “una fase aleatoria di sopravvivenza”. Entrambi sono comparsi, sulla sedia a rotelle, lo scorso 3 maggio davanti al Tribunale Supremo israeliano, ma questo ha posposto a data futura la decisione sulla loro messa in libertà.

“Almeno altri sei prigionieri sono in stato di salute considerato allarmante. Questo movimento di sciopero si è esteso ai principali centri di detenzione di Israele e ad esso si sono unite figure importanti della resistenza palestinese, come Ahmad Saadat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Mentre si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà in varie città palestinesi, il governo del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, mostra dubbi sulla condotta da adottare”.

Questo sciopero pone in primo luogo il problema delle detenzioni amministrative (cioè senza prove e senza processo), una pratica ereditata dall’epoca del Mandato britannico, quando Londra lottava (1944-1948) contro il “terrorismo sionista”. Come ho ricordato in De quoi la Palestine est-elle le nom ?, queste leggi eccezionali erano state denunciate da molti giuristi, tra cui il dott. Moshe Dunkelblum, che più tardi avrebbe fatto parte del Tribunale Supremo di Israele. Il 7 febbraio 1946 egli dichiarava: “Queste ordinanze costituiscono una minaccia costante contro i cittadini. Noi giuristi vediamo in esse una flagrante violazione dei principi fondamentali della legalità, della giustizia e della disciplina. Esse legalizzano la più perfetta delle arbitrarietà delle autorità militari e amministrative. (….) Spogliano i cittadini dei loro diritti e conferiscono alle autorità poteri illimitati”.

Ma, una volta arrivati al potere, i sionisti dimenticarono queste critiche e rivolsero queste leggi contro gli arabi.

Il Tribunale Supremo di Israele, che alcuni presentano come il garante della democrazia in questo paese, ha rifiutato il ricorso dei due detenuti amministrativi in sciopero della fame da due mesi («Court rejects petition by Palestinian hunger strikers against detention», Haaretz, 8.5.2012).

Ipocritamente, il Tribunale ha osservato che la pratica della detenzione amministrativa è “una aberrazione in campo giuridico”e che, quindi, va utilizzata “il meno possibile”, ma ha rigettato il ricorso dei prigionieri. C’è stato un tempo in cui Israele autorizzava ufficialmente “pressioni fisiche moderate” contro i prigionieri palestinesi: un po’ di tortura, ma non troppa…. Una decisione che questo Tribunale Supremo “umanista” ha mantenuto fino al 1999 (*) (allora si era in pieni “negoziati di pace” tra Israele e l’OLP!).

Le dichiarazione di Richard Falk, relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, hanno messo in primo piano lo sciopero dei detenuti palestinesi. Falk si è dichiarato “disgustato delle continue violazioni dei diritti umani nelle carceri israeliane. Dal 1967, 750.000 palestinesi , tra cui 23.000 donne e 25.000 bambini, sono stati detenuti nelle carceri palestinesi, cioè circa il 20% del totale della popolazione palestinese dei territori occupati” ha ricordato (citato da Armin Arefi, , «Israël: la dernière arme des prisonniers palestiniens », AFPS).

Conclusioni: non una parola sulla maggioranza dei mezzi di comunicazione, nessuna pressione sul governo israeliano, nessuna indignazione morale di tutti quei grandi intellettuali … La terra continua a girare e alcuni si stupiscono che i discorsi europei sulla democrazia e sui diritti umani suscitino più che altro risate sarcastiche nel mondo arabo.

(*) Cosa che non è di ostacolo a che si continui a praticare la tortura: di fatto, una delle rivendicazioni di questo sciopero della fame è che cessino le torture ai prigionieri e ai detenuti.

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

Centro di Iniziativa Proletaria G. Tagarelli - Milano

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