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Addio compagne

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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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Rifondazione gioca su tutti i numeri

Cronaca semiseria di una direzione nazionale

(30 Maggio 2012)

Volendo rappresentare la linea di Rifondazione Comunista di questi tempi, potremmo utilizzare l’immagine del giocatore d’azzardo che punta su tutti i numeri della roulette. Quel giocatore ha una sola certezza. Perderà poco alla volta ma è sicuro che perderà.



Giocare su tutti i numeri equivale a non giocarne nessuno. Ed è così che all’ultima direzione nazionale (22 maggio), Paolo Ferrero, ha chiesto al gruppo dirigente di “non discutere di come andremo alle prossime politiche… c’è un terremoto compagni, un cataclisma, tutto è in movimento, non sarebbe giusto in una situazione come questa impiccarci a una sola posizione”.

Di fronte alla nostra obiezione: “Neanche per dire che siamo indisponibili ad accordi con le forze che sostengono il governo Monti e che escono demolite dalle elezioni?”. “No, neanche per questo”, è stata la risposta a stretto giro.

Ed è così che da una parte si apre a Cremaschi e al comitato No debito (che si oppone ad ogni forma di alleanza con il Pd) dall’altra si continua a tenere aperta la FdS, con Diliberto che non perde occasione per dichiarare la propria internità al centrosinistra.

Parimenti sul terreno sindacale si sta con la Fiom, la Cgil che vogliamo, Lavoro Società, la Rete 28 Aprile e chi più ne ha più ne metta. Sono la stessa cosa? Certamente no, ma bisogna dialogare con tutti. Come non averci pensato prima…

Nasce un nuovo soggetto politico un po’ strampalato e senza alcuna identità di classe come l’Alba? Nessun problema Ferrero mostra il suo interesse, e propone di “mandarci dei compagni”.

E non dimentichiamoci della costituente della sinistra d’alternativa! Vendola non ci vuole? Nessun problema, dipenderà dalla legge elettorale, alla fine potrebbero essere costretti a fare l’alleanza anche con noi.

Se uno dei nostri si alza per criticare l’insostenibilità di una linea del genere arriva immancabile l’intervento di Ramon Mantovani che sottolinea come in fondo le scelte elettorali sono questioni tattiche. Il che equivale a dire che non hanno alcuna relazione con la strategia.

Il dissenso col compagno Mantovani sarebbe certamente più grave, se il partito una strategia effettivamente l’avesse. Come ama dire Ferrero “galleggiare è già molto importante”. E a chi ci accusa di fare dell’ironia eccessiva mandiamo un bell’invito per la prossima riunione della direzione nazionale.


Francia, Spagna, Grecia


I bertinottiani parlavano spesso di contaminazione, oggi il gruppo dirigente del Prc è talmente contaminato che rischia di non avere più una sua identità. Per questa ragione chiunque, anche il più minuscolo dei comitati, può permettersi di imporre al partito condizioni inaccettabili, come stare in fondo ai cortei o rinunciare alle nostre bandiere, e senza colpo ferire.

Un partito comunista ha invece un bisogno vitale di un profilo, un’identità ancor prima che di una strategia se vuole crescere e crescere in primo luogo sulle proprie basi politiche.

Siamo sempre stati criticati dalla maggioranza per proporre una linea di questo tipo.

Domandiamoci una cosa: come hanno fatto Syriza, e le altre formazioni della sinistra radicale a crescere in Europa? Con l’unità pasticciata delle sinistre o insistendo sul proprio progetto?

Seppure su basi riformiste alcuni messaggi chiari queste formazioni politiche sono riuscite a farli passare tra le grandi masse: parlano chiaramente di lotta al capitalismo, di prendere il potere e di rivoluzione (anche se per Melènchon si tratta di una rivoluzione dei cittadini).

Hanno avuto successo perché di fronte a una crisi di sistema hanno avanzato proposte forti, di rottura. Vedremo quanto saranno in grado di mantenersi indipendenti e di resistere alle pressioni del capitale. Ma questa è un’altra discussione. Intanto fin lì sono arrivate.

Ferrero ha avuto l’ardire di sostenere che siamo entrati nella “fase Lenin”, la fase delle grandi rotture, ma non ha tratto alcuna conclusione da questa affermazione e non c’è un briciolo di leninismo nella linea che ha proposto nel documento conclusivo.

Il documento oltre a registrare il “risultato di tenuta della FdS” (in realtà un lieve arretramento nel confronto con le regionali del 2010 come lo stesso Pegolo ha ammesso nell’introduzione) giustifica la mancata crescita elettorale con le differenze culturali che esisterebbero in Italia rispetto ad altri paesi come la Francia.

Citiamo testuale: “la richiesta di cambiamento radicale – che si esprime attraverso le culture che vi sono a disposizione nella società – è vissuta in primo luogo come richiesta di rovesciamento del sistema dei partiti e solo in seconda battuta come utilizzo dei partiti della sinistra per cambiare l’esistente”.

Conclusione: la linea è corretta bisogna solo aggiustare il tiro nel senso di più critica alla politica e non solo all’economia politica. In altre parole inseguire Grillo sul terreno della critica alla casta e al sistema dei partiti.

Ma in quel sistema viene catalogata anche Rifondazione Comunista? Incredibilmente a questa domanda Ferrero risponde affermativamente, o quanto meno riconosce che il Prc si colloca su una linea di confine.

E allora? Pensiamo che basti un po’ di partito sociale per ripulirci l’immagine o non è necessario forse rivedere radicalmente la linea politica del partito?


Keynesismo


Sul terreno del programma entra in scena la proposta della Terza repubblica basata sulla democrazia partecipata. Di che si tratta? Riorganizzare il capitalismo su basi politiche diverse? Stefano Zuccherini, si è spinto a ipotizzare l’assemblea costituente.

Il documento si limita a parlare oltre che della Terza repubblica, di un “processo inclusivo e partecipato che costituisca il terreno della partecipazione politica e unitaria”.

Mentre da una parte si sostiene l’idea corretta che gli organi del potere politico sono svuotati di significato e di funzioni per lo strapotere delle oligarchie finanziarie e del capitale internazionale, dall’altra si propone un quadro politico progressivo senza mettere in discussione l’attuale base economica.

Oggi una democrazia realmente partecipata può esistere solo nel quadro di una rottura con il capitalismo. Come si fa a dire che siamo entrati nella “fase Lenin” e mantenersi allo stesso tempo sul terreno del gradualismo?

Su questo punto Ferrero, nelle conclusioni, ci ha riservato una polemica in quanto, a suo dire, i compagni di FalceMartello non sarebbero in grado di riconoscere le magnifiche sorti progressive del keynesismo.

La tesi è che tutte le rivendicazioni intermedie, transitorie, e in definitiva tutto ciò che si colloca tra la situazione attuale e la rivoluzione socialista, va sotto il titolo di keynesismo.

Ci vediamo costretti a chiarire ancora una volta (lo avevamo già fatto alla riunione nazionale della mozione 2 del primo aprile in cui Ferrero era presente) che Keynes non si proponeva di criticare e ancora meno di cambiare il sistema ma al massimo di introdurre dei correttivi intervenendo su due leve fondamentali: l’espansione del credito attraverso le banche centrali e l’aumento della spesa pubblica attraverso l’indebitamento degli Stati.

Politiche che sono state abbondantemente usate nel dopoguerra e che hanno condotto alla situazione attuale con un indebitamento pubblico e privato che non ha precedenti nella storia e che è all’origine delle politiche della troika che stanno affondando la Grecia e gli altri paesi europei. Il Keynesismo ha esaurito semplicemente i suoi margini.

Questo nulla ha a che fare con le rivendicazioni intermedie e con la necessità di sviluppare piattaforme rivendicative che partano dal livello di coscienza delle masse, questione sulla quale ovviamente concordiamo.

Ma allo stesso tempo nella nostra propaganda va spiegato che ad entrare in crisi non è un particolare modello di sviluppo, ma il sistema capitalista nel suo insieme.

In mancanza di un progetto alternativo, di una collocazione indipendente dal Pd e di una chiara identità anticapitalista e di classe difficilmente il partito può uscire dalle secche in cui è entrato negli ultimi anni.

Solo alzando le vele e raccogliendo il vento che soffia dalla Grecia si può risalire la china. Le mezze misure servono a poco. Oggi più che mai.

Alessandro Giardiello - FalceMartello

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