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(20 Agosto 2010) Enzo Apicella
L'esercito usa si ritira dall'Iraq

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(Iraq occupato)

Il "passaggio di poteri" a Baghdad: è proprio l’ONU la Grande assente

(30 Giugno 2004)

Mancava l’Onu a celebrare il "passaggio di poteri" avvenuto a Baghdad con due giorni di anticipo.
L’inviato speciale, Lakhdar Brahimi, dopo aver definito Paul Bremer "un dittatore" ha annunciato le sue dimissioni. Comprensibile, dopo che tutte le principali raccomandazioni formulate per la formazione del cosiddetto Governo Provvisorio sono state ignorate dal proconsole Bremer e dall’uscente Governing Council che, nella sostanza, è succeduto a se stesso.

Il Segretario Generale dell’Onu, dal canto suo, ha informato che stante la situazione attuale l’Onu non rientrerà in Iraq, mentre le elezioni, teoricamente fissate per il gennaio 2005, sono già apertamente messe in forse.
La situazione sul terreno è sotto gli occhi di tutti: un esperto in colpi di stato, ex agente della CIA, guida un governo considerato largamente non rappresentativo se non degli interessi statunitensi. Le prevedibili conseguenze sono già in atto: il conflitto armato tende a intensificarsi, ad allargarsi e a trasformarsi in guerra civile. Diviene possibile la saldatura tra gruppi di resistenza irachena e il terrorismo di Al Qaeda. La conferenza di conciliazione prevista dalla risoluzione dell’Onu, con la decisione di Al Sadr di non parteciparvi, è già fallita prima di cominciare.

Secondo il sondaggio effettuato nella seconda metà di maggio dalla CPA (Coalition Provisional Authority) il 92% degli iracheni considera gli Usa occupanti e non liberatori, e il 55% (contro il 32%) si sentirebbe più sicuro se se ne andassero subito, il 77% ritiene che il governo transitorio dovrebbe poter ordinare agli Usa di andarsene. La presenza dell’esercito Usa, dicono gli iracheni, non è la soluzione del problema della insicurezza: è il problema.
La vicenda delle torture è stata chiusa in fretta e furia: nessuna possibilità dei tribunali iracheni di giudicare i responsabili, che tribunali militari Usa condannano a poco più di un anno di reclusione, con la condizionale. Nessuna dimissione dei responsabili politici della catena di comando, che arriva sino al presidente Bush.

La ricostruzione e la ripresa della economia irachena, saranno ancora rinviate con le prevedibili conseguenze per la vita di milioni di iracheni. Secondo il ben informato"Revenue Watch" di George Soros negli ultimi giorni di governo l’amministrazione Usa ha impegnato, in un rush finale, altri 2 miliardi di dollari (di proprietà degli iracheni) al di fuori della programmazione e sottraendole al controllo del Governo provvisorio. Personaggi indiscussamente torbidi come Ahmed Chalabi controllano, avendo piazzato parenti ed amici in ruoli chiave, la economia irachena, in un conflitto di interessi che fa impallidire quello italiano.

La credibilità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è ridotta ai minimi storici, in particolare nel mondo arabo. Non essere in grado di ottenere da Israele il rispetto di nessuna delle numerose risoluzioni che la riguardano e nello stesso tempo aver "coperto" la continuazione dell’occupazione militare dell’Iraq lo trasforma in uno strumento sempre più inservibile per la causa della pace.
La risoluzione 1546 ripristina, tra l’altro, un meccanismo che gli iracheni conoscono già e che ha permesso agli Usa, contro il parere di gran parte degli altri paesi, di prorogare per 13 anni sanzioni economiche che hanno causato la morte di oltre un milione e mezzo di iracheni. Come per revocare l’embargo era necessario un voto del Consiglio di Sicurezza, sempre impedito dalla minaccia del veto, così oggi, per porre fine alla presenza militare. In sostanza solo gli Usa potranno decidere se e quando ritirarsi.

Tutto ciò sarà pagato con il protrarsi di una vita insostenibile per milioni di iracheni per i quali la svolta c’è stata, ma in peggio. Ciò che comincia a mancare, infatti, è la speranza di uscire dal tunnel. E la disperazione, si sa, può essere molto pericolosa.

Fabio Alberti
Presidente di Un Ponte per

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