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Mubarak, una condanna da real politik

(3 Giugno 2012)

mubarak fantocci

Ergastolo, che a 84 anni è quasi una carezza. Hosni Mubarak ha ascoltato disteso su una barella, come aveva fatto per tutti i mesi del processo, la sentenza pronunciata stamane dalla Corte di Giustizia che lo condanna insieme al già ministro dell’Interno Habib Al-Hadly quale responsabile politico e morale dell’eccidio di 850 cittadini durante le rivolte dell’anno passato. Dietro gli occhiali scuri che da mesi gli celano lo sguardo da faraone decaduto, una maschera meno preziosa di Tutankhamon utile però a non far trapelare la minima emozione, il raìs decaduto ha ascoltato il dispositivo letto dal capo dei giudici Ahmed Rifaat (http://www.youtube.com/watch?v=tsxQS0K0dHo). Delusa la folla forcaiola che avrebbe voluto quella sentenza esemplare, peraltro prevista dalla legge, delusi anche i meno numerosi supporter dell’ex presidente sostenitori dell’assoluzione piena, tutti tenuti lontani dalla caserma-tribunale da cinquemila agenti e duemila soldati. Eppure l’emotività ha caratterizzato le fasi finali della lettura della sentenza che riguardavano la corruzione addebitata a Mubarak, ai figli Alaa e Gamal e al loro socio in affari Husseim Salem: tutti assolti perché il reato è vecchio di oltre dieci anni e viene prescritto. A quella parola gli avvocati dell’accusa e parecchi presenti in aula hanno sollevato grida contro i magistrati reclamando rinnovamento e pulizia anche questo settore.
La corruzione riguardava tangenti che periodicamente la famiglia Mubarak riscuoteva da molteplici attività commerciali o d’altro genere che coinvolgevano gli apparati statali dei Ministeri della Difesa e dell’Interno e la famigerata lobby militare. Uno degli addebiti che coinvolgevano la politica estera a dir poco compiacente del vecchio raìs verso Israele riguardava la vendita di gas al governo di Tel Aviv a prezzi stracciati, ben inferiori ai ricorrenti di mercato. Le notizie sulla morbidezza dello stato detentivo dell’anziano ma sempre influente imputato (custodito in un ospedale militare e poi in un soggiorno-prigione allestito in una caserma cairota) avevano aizzato le polemiche fra le fazioni dei “rivoluzionari” e dei mubarakiani diffusi fra Forze Armate, gruppi di sostegno a feloul come l’attuale candidato alla presidenza Shafiq, componenti religiose come quella copta. Analisti avevano anche preso in considerazione l’influenza che assoluzione o condanna capitale avrebbero avuto sul voto presidenziale atteso fra due settimane. Si diceva che un’assoluzione avrebbe favorito Mursi, il candidato della Fratellanza che sta cercando di ampliare su basi anti-regime il sostegno a se stesso che i laici progressisti e rivoluzionari vedono di parte e temono per la deriva confessionale. La condanna avrebbe dato maggiore spinta ai nostalgici e a chi s’oppone al proseguimento di un clima d’instabilità nel Paese.
La sentenza stabilisce una sorta di condanna a metà che salvaguarda la necessità di chiudere con Mubarak, lasciando però la porta accostata per l’ingresso dei mubarakiani, riorganizzati su fronti diversificati e consistenti. Parzialmente accontenta tutti, perché rappresenta un significativo gesto rivolto contro il simbolo dell’autocrazia, egiziana e non solo, nei confronti della quale è sbocciata la protesta della cosiddetta primavera araba. Giunge anche a conclusione tramite un processo compiuto dagli organi giudiziari ufficiali della nazione che salvaguardano l’habeas corpus del prigioniero, nulla a che vedere con la barbarie dei processi sommari a Gheddafi. Si evita al satrapo di turno la fine dei tanti tiranni passati per le armi a furor di popolo o terminati ingloriosamente, pur attraverso la condanna capitale di tribunali, a concludere anzitempo il proprio percorso di potere. Eppure le lacrime delle madri dei martiri della rivoluzione stamane erano caldissime, a loro non basta che l’assassino dei figli finisca i suoi giorni nella prigione Tora dov’è stato già condotto. E i più infervorati stanno marciando verso il noto Palazzo del Ministero degli Interni. La sentenza che doveva accontentare tutti può riaccendere la piazza a pochi giorni da un altro significativo atto dell’Egitto di domani.

2 giugno 2012

Enrico Campofreda

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