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In memoriam: 50 anni fa l’invasione statunitense del sud del Vietnam

(4 Giugno 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in ciptagarelli.jimdo.com

Vietnam

foto: ciptagarelli.jimdo.com

di Jean Bricmond (*); da: legrandsoir.info; 1.6.2012

Quest’anno non ricorderemo il 50° anniversario di un fatto che non esiste, almeno nella memoria collettiva dell’Occidente, quello che Noam Chomsky chiama l’invasione statunitense del sud del Vietnam. Ma fu proprio nel 1962 che gli Stati Uniti cominciarono a bombardare il Vietnam del Sud, cercando di salvare un governo sudvietnamita che avevano imposto dopo la sconfitta di Dien Bien Phu e gli accordi di Ginevra del 1954, che segnarono la fine della tappa francese della guerra.

Il presidente nordamericano Eisenhower si era rifiutato di lasciar convocare le elezioni previste in tali accordi, elezioni che dovevano portare alla riunificazione del Sud con il Nord del paese pensando che, a quel tempo, le avrebbe vinte Ho Chi Min. Più tardi, nel 1962, quel governo sud vietnamita era diventato completamente impopolare e sarebbe potuto cadere per un’insurrezione interna.

Quella che, nella storia ufficiale, chiamiamo guerra del Vietnam cominciò solo nel 1964-65 con l’incidente del Golfo del Tonkino e l’inizio dei bombardamenti sul Nord Vietnam. Ma considerare questa data come il principio della guerra significa mantenere il mito americano di una “difesa” del Sud Vietnam rispetto al Nord e dimenticare il no alle elezioni dopo il 1954 e l’invio della forza aerea degli Stati Uniti che bombarderà il sud a partire dal 1962.

L’espressione “invasione americana del Sud Vietnam” è copiata da quella dell’invasione dell’Afganistan da parte dell’Unione Sovietica nel 1979, dato che questa, allo stesso modo, intervenne per salvare un governo afgano che aveva contribuito ad installare. La comparazione è ingiusta con l’URSS (paese limitrofo con l’Afganistan e non lontano migliaia di chilometri come nel caso del Vietman e degli Stati Uniti), ma anche così l’espressione “invasione americana del Sud Vietnam” è impensabile, inudibile nella nostra società, persino, nella maggior parte delle volte, nei movimenti pacifisti.

Invece questo intervento del 1962 fu l’origine di una delle più grandi tragedie del secolo XX e la peggiore dopo il 1945, con tre paesi devastati per decenni (Vietnam, Cambogia e Laos) e milioni di morti, anche se nessuno sa con esattezza quanti. Gli statunitensi applicarono, rispetto al computo dei morti, la “mere gook rule”: se è morto ed è giallo è un “vietcong”, cioè un guerrigliero comunista. Questo modo di contare aveva anche il vantaggio di minimizzare il numero di morti civili.

Rispetto ai vietnamiti non c’è alcun dovere di memoria.

Nessuna legge proibisce il revisionismo massiccio che impera nella nostra cultura rispetto a questo non-accadimento. Non si costruiscono musei né si erigono statue ai morti e ai feriti di questo conflitto. Non si creano cattedre universitarie per studiare questa tragedia. Coloro che hanno partecipato a questi massacri, e continuano a farne regolarmente l’apologia, vengono ricevuti in tutte le cancellerie del mondo senza mai essere accusati di “complicità” o di “compiacenza”.

Dalla guerra del Vietnam non si è appresa nessuna “lezione della storia”. Le lezioni della storia hanno sempre la stessa direzione: Monaco, Monaco, Monaco. La debolezza delle democrazie di fronte all’autoritarismo e avanti, mettiamo dei fiori nei nostri fucili o – meglio – inviamo bombardieri e aerei senza pilota contro paesi diretti da “nuovi Hitler”per fermare “nuovi olocausti”: Yugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia; Siria o Iran domani.

Persino da un punto di vista storico la questione di Monaco è falsa, ma lasciamo perdere. L’astuzia di “Monaco” è far sì che la sinistra e l’estrema sinistra si riuniscano sotto la bandiera stellata dell’antifascismo.

Peggio ancora, le tragedie che hanno accompagnato la fine di questa guerra dei trent’anni (1945-1975), i boat people e i Khmer rossi sono stati utilizzati in Occidente, dagli intellettuali di sinistra soprattutto, per generare e giustificare la politica di ingerenza, proprio quando era esattamente l’ingerenza costante degli Stati Uniti negli affari interni del Vietnam la fonte di queste tragedie.

Se dovessero trarre “lezioni dalla storia” della guerra del Vietnam, andrebbero nella “brutta” direzione, quella della pace, del disarmo, di uno sforzo di modestia in Occidente in relazione a Russia, Cina, Cuba, Iran, Siria o Venezuela. La direzione diametralmente opposta alle “lezioni” tratte da Monaco e dall’olocausto.

I vietnamiti non erano vittime di “dominazione simbolica” o di “odio” ma di bombardamenti massivi. Oltretutto essi non si vedevano come vittime, ma come attori del loro stesso destino. Li dirigeva uno dei maggiori geni politici di tutti i tempi, Ho Chi Min, insieme al genio militare Giap.

Non lottavano per la democrazia ma per l’indipendenza nazionale, concetto obsoleto nel nostro mondo “globalizzato”. E questa lotta l’hanno fatta contro le democrazie, Francia e Stati Uniti.

Ma i vietnamiti non aborrivano i nostri “valori” (parola inusistata in quell’epoca), né l’Occidente, né la scienza, né la razionalità, né la modernità: volevano semplicemente dividerne i frutti.

Non erano particolarmente religiosi e non ragionavano in termini di identità ma di classe. Sottolineavano sempre una distinzione tra il popolo statunitense e i suoi dirigenti. Questa distinzione era forse semplicista, ma ha permesso di separare, negli stessi Stati Uniti, i dirigenti dalla loro popolazione.

I vietnamiti non hanno ricevuto riparazioni di guerra per le sofferenze loro imposte. Nessuno ha mai chiesto loro scusa. Non l’hanno mai chiesto: gli bastava la loro vittoria. Non vollero che un tribunale penale giudicasse i loro aggressori. Chiesero solo che “venissero curate le ferite della guerra”, il che – chiaramente – venne loro negato con disprezzo. Come diceva il presidente americano Carter, futuro premio Nobel per la pace, “le distruzioni sono state reciproche”. Certo: circa 50.000 morti da una parte, parecchi milioni dall’altra.

Sono passati da una specie di socialismo ad una specie di capitalismo, causando così revisioni laceranti in alcuni dei loro difensori occidentali; ma in Asia capitalismo e comunismo sono pseudonimi, le vere parole sono: indipendenza nazionale, sviluppo, raggiungere (e superare) il livello dell’Occidente.

E’ stato rimproverato loro di voler rieducare i nemici catturati, quegli aviatori venuti da lontano a bombardare una popolazione che credevano senza difesa. Sarà ingenuo, ma era forse peggio che assassinarli senza processo o rinchiuderli a Guantànamo?

Affrontavano una barbarie inqualificabile ma, qualsiasi fossero i problemi, chiedevano sempre di trovare una soluzione politica e negoziata, parole che i nostri attuali difensori dei diritti umani non vogliono neanche sentire.

La loro battaglia fu importante nel principale movimento di emancipazione del secolo XX, la decolonizzazione.

Fu anche una specie di missione civilizzatrice al contrario, nel far prendere coscienza ad una parte dei nostri giovani occidentali della tremenda violenza delle nostre democrazie nelle loro relazioni con il resto del mondo. Lottando per la loro indipendenza nazionale, i vietnamiti hanno lottato per l’umanità intera.

Dopo il 1968 questa presa di coscienza è andata sparendo poco a poco, dissolta nell’ideologia dei diritti umani, nel soggettivismo e nella post-modernità e nel conflitto contiuo di identità.

Ora che la nostra politica di ingerenze si trova ad un punto morto, e in cui si vocifera contro l’Iran e la Siria, potrebbe essere utile ricordare quella fatidica decisione del 1962, un insieme di arroganza imperiale e credenza nell’onnipotenza della tecnologia che avrebbe sprofondato il sud-est asiatico nell’orrore.

Si potrebbe ancora dire, di fronte alle guerra non difensive, “che non succeda mai più”?

(*) Figura di spicco del movimento anti-imperialista, Bricmont è professore di fisica teorica all’Università di Lovanio (Belgio).

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

Centro di Iniziativa Proletaria G. Tagarelli - Milano

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