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(22 Marzo 2011) Enzo Apicella

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(Imperialismo e guerra)

La crisi mondiale e il ruolo della Germania (e del Giappone)

La tendenza è all'aggravamento dei contrasti, e alla loro trasformazione in conflitti aperti, inter-imperialistici

(13 Luglio 2004)

La ripresa Usa mostra segni evidenti di affaticamento

Le maggiori economie del mondo, quelle del G7, rallentano. L'indice apposito elaborato ogni mese dall'Ocse indica per i sette Grandi un sensibile raffreddamento della congiuntura in maggio rispetto a aprile. Fra le economie che frenano ci sono anche gli Stati Uniti e, ovviamente, l'Italia (per quel poco che può frenare, essendo quasi ferma). Rispetto al mese precedente si segnalano movimenti positivi solo in Germania e Canada. Rispetto a sei mesi prima, invece, risultano tutti in calo, senza nessuna eccezione. Il che conferma che questa ripresa non era poi così straordinaria, visto che sta già rallentando.

La ripresa americana mostra segni di prematura stanchezza. Si stima che l'economia degli Stati Uniti chiuderà il 2004 con una crescita tra il 3.5 e il 4.5%. Negli Stati Uniti, al contrario di quanto accade in Asia, la ripresa è trainata dai consumi e dal debito privato. I profitti si sono riavuti dalla debolezza del dopo 11 settembre, ma non si investono in macchine e impianti. Solo la domanda di apparati elettronici da parte delle aziende è risalita, spinta dal vuoto di acquisti di tre anni, che ha reso gli apparati esistenti rapidamente obsoleti, tanto veloce è l'innovazione nel settore.

L'economia cinese farà assai meglio, aggiungendo alla serie di traguardi strepitosi già raggiunti un altro 8-9% di crescita. Ugualmente accadrà all'India, e persino il disastrato Giappone sembra aver ricevuto una iniezione di dinamismo dalla domanda di mezzi di produzione giapponesi espressa dalle bollenti economie dei due giganti asiatici. In Asia, infatti, le nuove economie giganti assorbono quantità enormi di importazioni di mezzi di produzione. Così si spiega la ripresa giapponese. Così si spiega ancor meglio la performance assai vigorosa delle esportazioni tedesche, l'unica luce nel panorama grigio dell'economia della Germania.

Cresce l'industria pesante in Germania sull'alleggerimento dei salari operai

Da 150 anni, ogni volta che la domanda di mezzi di produzione sale, in qualche parte del mondo, essa tende a rivolgersi e ad essere soddisfatta dalla industria pesante tedesca. Il 57% delle esportazioni tedesche è fatto di "beni di investimento", cosicché la ripresa delle esportazioni tedesche segnala che da qualche parte del mondo si sta verificando un boom di investimenti.

Eppure, a guardare la quota di esportazioni tedesche sul totale mondiale, essa negli ultimi anni va diminuendo. Segno che la parte di esse diretta fuori dell'Europa non cresce così rapidamente come le esportazioni di paesi a salari più bassi ma tecnologicamente capaci, come la Corea del Sud. In Europa, invece, la quota delle esportazioni tedesche continua a crescere. Nei confronti dei concorrenti europei, infatti, i tedeschi hanno mostrato di saper incrementare la propria produttività assai meglio, mentre allo stesso tempo hanno saputo tenere a freno i prezzi, che sono aumentati in Germania della metà rispetto alla media europea. Esportando le fasi più intensive di lavoro delle proprie produzioni nei paesi dell'Europa centrale a basso salario e in altri paesi in via di sviluppo, le industrie tedesche hanno tenuto ulteriormente a freno i costi, generando una forte corrente di importazioni da quei paesi. Ovviamente, insieme alle fasi di lavorazione, i tedeschi hanno esportato anche posti di lavoro, fiaccando così la forza contrattuale dei lavoratori tedeschi.

Paradossalmente, è proprio l'unilateralità del tipo di ripresa che si manifesta in Germania a favorire ulteriormente le esportazioni: la domanda interna langue, e dunque occupazione, salari e prezzi restano moderati, anche se molto elevati rispetto a quasi tutti i paesi del resto d'Europa. La stasi della domanda interna rende più competitive le esportazioni. Segno che i prezzi, in Germania, sono molto sensibili alla domanda, al contrario di quanto accade nel nostro paese. La perdita di posti di lavoro, che le imprese tedesche hanno distrutto in Germania per ricrearli in paesi a bassi salari e a scarsa protezione sociale, preme pesantemente sulle capacità contrattuali dei lavoratori tedeschi, tanto da costringerli a tornare indietro dalla conquista delle trentacinque ore settimanali verso le quaranta ore, senza ulteriori aumenti salariali, appena negoziate con la Siemens, contro l'impegno dell'azienda a non distruggere posti di lavoro per due anni. Questo che già si descrive come il "modello Siemens" pare destinato a diffondersi rapidamente nell'industria tedesca. Ma più esso si diffonderà e meno appare possibile, a parità di altre condizioni, che la domanda interna possa divenire nuovamente il motore dell'economia tedesca. Riducendo la domanda interna, il "modello Siemens" è destinato a rendere ancor più competitive le esportazioni tedesche, e dunque a cercare ancora più decisamente all'estero la soluzione dei problemi della economia e della società germaniche. Si rafforza, così, l'aggressivismo imperialistico tedesco.

Allo stesso tempo, tuttavia, questo tipo di soluzione aumenta il malessere che ha investito da alcuni anni i lavoratori tedeschi. Essi si sentono destinatari di un diffuso risentimento da parte di imprenditori e uomini politici, specie di quelli del partito socialdemocratico, al governo dal 1998, e ricambiano sfiduciandoli. I sindacati stanno cercando di arginare il malcontento operaio favorendo la nascita di un partito nuovo alla sinistra dei socialdemocratici, fondato da fuoriusciti da quel partito, che si appresta a muovere i suoi primi passi in vista delle elezioni del Rheinland Palatinato del prossimo maggio.

I trasferimento di reddito a Est e la costruzione di nuove fabbriche nei lander orientali si trasformano in domanda per merci e servizi prevalentemente prodotti nei lander occidentali. Una sorta di questione meridionale alla tedesca. Ed è questo il motivo per il quale gli imprenditori dei lander occidentali hanno accettato con giubilo il modello di riunificazione introdotto e portato avanti dal cancelliere Kohl. Sulle cui orme si è mosso anche Schroeder. Le avveniristiche fabbriche costruite nei nuovi lander dalle imprese della Germania occidentale hanno ricevuto giganteschi sussidi pubblici; dunque sono state pagate dai contribuenti tedeschi (e un po' anche da noi europei). In qualche caso si stanno rivelando delle cattedrali nel deserto come quelle erette nei passati decenni nel nostro mezzogiorno, non perché non sono efficienti, ma perché non attivano altre imprese ed altra occupazione nelle aree in cui sono.

E' probabile, quindi, che i motivi del malessere economico tedesco si trovino nei postumi di una grandiosa operazione di politica internazionale, quale è stata ed è ancora la riunificazione, che non ha risolto i problemi della ristrettezza del mercato interno, rispetto all'enorme capacità produttiva della sua industria pesante. Si stanno ripresentando gli stessi problemi, in forma allargata, degli anni che hanno preceduto le due guerre imperialistiche mondiali (eccesso di capacità produttiva pesante, rispetto alla ristrettezza del mercato interno, e alla spartizione del mondo da parte delle potenze imperialistiche concorrenti).

La soluzione ai problemi tedeschi fondata sulla restrizione progressiva delle condizioni di vita dei lavoratori (salari, sanità, pensioni) si basa, almeno nel breve e medio periodo, sull'ipotesi che la maggiore competitività che essa dovrebbe comportare venga assorbita da una sufficiente e crescente domanda internazionale per le merci tedesche. In nessun modo, infatti, il decrescere dello status sociale e la rinuncia ai diritti e ai privilegi da parte dei lavoratori tedeschi può stimolare la domanda interna in Germania. Riducendo le pensioni e aumentando le ore di lavoro a parità di salario non si crea nei lavoratori, nei pensionati e nei loro congiunti alcuna euforia consumistica, anzi. In Germania c'è chi consiglia l'adozione della "ricetta americana", e per primo il nuovo presidente della repubblica, Horst Koehler. Parte essenziale di tale ricetta è la stimolazione continua dei consumi interni mediante l'indebitamento privato. Ma ciò richiede una profonda trasformazione del sistema finanziario tedesco basato sul risparmio privato usato per finanziare le imprese,tramite le banche (modello renano). Supposto che la si avvii, e che riesca, nel breve periodo si continuerà a trovare rimedio solo nelle esportazioni e, quindi, in una rinnovata spinta imperialistica.

Ciò diviene particolarmente importante quando, come sembra fare Wall Street in questi giorni, si mettano in dubbio la forza e la durata della ripresa americana. E quando pare lecito prevedere una fine traumatica del boom cinese, tra inflazione ed effetti indesiderati e violenti del tentativo di controllo dei bollori dell'economia da parte delle autorità, che non vogliono né rivalutare né alzare i tassi di interesse, ma insistono nell'usare misure dirigistiche su un sistema economico di cui esse stesse hanno promosso un'anarchica liberalizzazione. Se si ferma la Cina, si ferma anche il resto dell'Asia che la rifornisce di beni e l'America Latina che le vende materie prime; inevitabilmente l'onda del riflusso colpirà anche i produttori giapponesi prima, e poi tedeschi, di mezzi di produzione. Questo è il pericolo dell'avere al centro dell'Unione Europea un paese che dipende strutturalmente dalle esportazioni di mezzi di produzione al resto del mondo. Ci troveremo in balìa dell'aggravamento dei contrasti e dei conflitti inter-imperialistici che in esso si scateneranno, quando un boom di investimenti in macchine e impianti sarà seguito da un altrettanto profondo slump.

Anche nella Ue rialzo dei tassi?!

Per quanto riguarda l'Europa in genere, molti si attendevano qualche sostanzioso ribasso del costo del denaro, proprio per dare una spinta a un'economia che nel suo complesso avanza poco e fra mille contraddizioni. Ma la Bce ha sempre resistito e non ha mai abbassato i tassi di interesse.

Adesso, secondo Morgan Stanley, potrebbe addirittura essere vicinissima a un rialzo. La spiegazione viene trovata nel prezzo del greggio, che continua a salire, e nell'inflazione europea, che sta stabilmente al di sopra quel 2 per cento che la Bce considera una soglia non valicabile. E quindi, visto che l'inflazione europea è già alta, e visto che il petrolio non promette niente di buono, ecco che alla Bce avrebbero già le carte pronte per rialzare (probabilmente al 2,25%) il costo del denaro già a partire da settembre, nel corso delle prima riunione post vacanze estive.

Se questo dovesse avvenire, e la cosa appare abbastanza probabile, ci sarebbero ovviamente conseguenze negative sulla già zoppicante congiuntura europea. E questo perché si verificherebbe lo scenario opposto rispetto a quello atteso: rialzo invece di ribasso.

La cosa potrebbe avere un impatto particolarmente negativo sull'Italia, dove la congiuntura è ancora fragilissima e dove anche la finanza pubblica (già sotto una montagna di debiti) potrebbe venire a trovarsi in seri guai se il costo del denaro dovesse davvero cominciare a salire. Insomma, guai per i lavoratori, i disoccupati, i pensionati ma anche per il governo Berlusconi, che già vacilla per contrasti interni.

s.b.

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