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L'imperialismo contemporaneo

Il dibattito in Italia

(20 Luglio 2004)

Esamineremo qui di seguito tre teorie, soprattutto di autori italiani, ma non solo, sull’imperialismo contemporaneo:

- 1) l’”Imperialismo Transnazionale” (I.T.), di Gianfranco Pala (1995-99);
- 2) il “Semi-Imperialismo” (S.I.), di Gianfranco La Grassa (2003);
- 3) l’”Impero” (IM), di Hardt-Negri (2001).

Useremo un metodo di esposizione il più possibile sintetico, il che nuocerà di sicuro alla ricchezza di contenuto dei testi esaminati (vedi Bibliografia alla fine), che si consiglia, in ogni caso, di leggere per intero, ma gioverà alla messa a fuoco del tema che ci occupa: qual è lo stato dei lavori di analisi teorica sull’imperialismo attuale, perlomeno in Italia. L’ordine dei testi non è cronologico, come risulta evidente dalle date, bensì di progressivo allontanamento dal solco dell’analisi marx-leniniana sull’imperialismo.

1. L’”imperialismo transnazionale” (I.T.)

Non si rinviene nei testi del Pala una vera e propria definizione diretta od esplicita dell’I.T. Pare che l'A. ritenga che l’imperialismo abbia attraversato tre fasi: la fase “nazionale” [1896-1945], o “fase della sottomissione formale dello Stato al capitale”; quella “multi-nazionale” [1945-1975], di transizione a quella, infine, “transnazionale” [dal 1975 a tutt’oggi], o “fase della sottomissione reale dello Stato al capitale”: le date sono mie congetture, ricavate dalle considerazioni sparse qua e là nei vari testi dell’A. Nella prima fase, l’imperialismo si è sviluppato come capitalismo monopolistico finanziario (v. G.Pietranera) a base nazionale (imperialismo inglese, Usa, tedesco, francese, italiano, ecc.). Nella seconda fase, cioè nel trentennio successivo alla seconda guerra imperialistica mondiale, esso si è trasformato (a partire dagli Usa) in “imperialismo multinazionale”, come “base funzionale del capitalismo monopolistico finanziario operante nel mercato mondiale”. Nella terza, ed attuale, fase il capitalismo monopolistico finanziario multinazionale diventa sempre più “trasversale” rispetto “alla sua base nazionale di provenienza, alla sua coalizione con capitali di diverse basi nazionali, e alla sua localizzazione operativa strategica”.

“La nuova fase transnazionale dell'imperialismo rende sempre più subalterni e inadeguati nella vecchia forma gli assetti istituzionali degli stati nazionali. C'è dunque, all'interno della contraddizione degli anni '70-80, l'esigenza espressa da tutte le manifestazioni dell'imperialismo contemporaneo di adeguamento della forma stato, rispetto alla figura dello stato nazionale sovrano ereditata dall'epoca liberalborghese (e con essa anche della corrispettiva determinazione storica di nazionalità).” (da Stati di disgregazione. Strategia di dominio sovrastatuale dell'imperialismo transnazionale, articolo pubblicato in "La contraddizione" n. 72, maggio-giugno 1999).

E prosegue: “Non uno ... ma due modelli di stato per la nuova borghesia finanziaria transnazionale. E se nella prima forma, quella dominante, la tendenza è all'aggregazione sovranazionale di figure e funzioni prima distinte, al fine di organizzare meglio l'apparato di supporto delle forze "interne" (economiche, politiche e militari); nella seconda forma, quella dominata, la tendenza è alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali, verso un ritorno in chiave moderna e subalterna alle autonomie subnazionali e regionali, territoriali ed etniche o religiose. La conseguenza di ciò è l'ulteriore lacerazione sociale interna e il dissolvimento di quei vecchi stati nazionali, a favore di un più facile controllo da parte dei superstati a base imperialistica transnazionale”. [Un inciso: la “borghesia finanziaria transazionale” è costituita da apolidi?]. E infine: “... il carattere transnazionale di classe del capitale finanziario moderno si contrappone, dominandolo, al carattere di nazione dello stato”. E così via discorrendo.

In estrema sintesi: l’imperialismo si allontanerebbe sempre più dalla sua base di origine nazionale, cioè dai centri di accumulazione del capitalismo monopolistico finanziario, collocati nei singoli stati nazionali, e tende da una parte a disgregare gli Stati nazionali esistenti e, dall’altra, a crearsi (senza riuscirci compiutamente) forme di potere transnazionali (con l’obbiettivo di un “Superstato unico mondiale”). In effetti, questo è ciò che appare alla superficie della c.d. mondializzazione (nel senso, nostro non dell’A., che tutto il mondo è, ormai, capitalistico; si è formato un mercato unico mondiale dei capitali, ove essi si muovono in tempo reale, apparentemente svincolati da ogni legame territoriale).

Tuttavia, se si guarda le cose con più attenzione e più da vicino, si nota che le attuali punte di diamante dell’imperialismo, ad esempio, europeo (Siemens, Edf, Eni, ecc.) mantengono, senza ombra di dubbio alcuno, il loro marchio d’origine nazionale (tedesco, francese, italiano, ecc.). Lo stesso vale per tutti gli altri giganti monopolistici e relativi imperialismi.

Se fosse vero ciò che sostiene il Pala, non si comprenderebbero – inoltre - le guerre economiche e commerciali (tariffarie, protezionistiche, ecc.), che lungi dall’essere scomparse, o in via di estinzione, sono più vive che mai: dalla guerra dell’acciaio, a quelle continue del petrolio, fino alla più recente guerra degli Ogm, nelle quali la “base nazionale” delle multinazionali risulta di tutta evidenza, di contro agli altri Stati nazionali (imperialistici e non). Ad ogni modo, la sua analisi è molto più complessa ed interessante, e rimandiamo ai suoi testi per i necessari approfondimenti.

2. Il “Semi-Imperialismo” (S.I.)

L’analisi di La Grassa (cui aderisce il filosofo Costantino Preve), è articolata, e parte dalle fondamenta del capitalismo stesso. Vediamo di sintetizzarla.

- a) “L’elemento fondamentale, ‘essenziale’, del modo di produzione capitalistico non è, come sostiene Marx, la proprietà privata dei mezzi di produzione ... bensì è precisamente il conflitto interimprenditoriale. Le forme proprietarie sono mezzi vari utilizzati dalle imprese per realizzare condizioni migliori nelle quali porsi in vista del reciproco conflitto per la supremazia mercantile (e non solo mercantile)” (p.11). Con l’ulteriore precisazione, che per “imprese” l’A. intende “sistemi di ruoli, non semplicemente ... insiemi di soggetti empirici, concreti” (nota 5, p.12).
- b) Il modo di produzione capitalistico percorre, e ripercorre, “epoche monocentriche” ed “epoche poli-centriche”. Nelle epoche monocentriche, un’impresa o un gruppo d’imprese o un sistema nazionale conquista e gode di un “effettivo potere di monopolio, venendo a costituire una struttura di tipo piramidale”, in un contesto di “conflitto sordo manifestantesi come guerra di posizione” da parte degli ex-concorrenti più deboli (p.13). Nelle “epoche poli-centriche”, malgrado il gigantismo delle imprese, si verifica la rimessa in discussione della struttura monopolistica, in un contesto di “guerra di movimento”, e tutte le carte si rimescolano, o tendono a rimescolarsi.
- c) “La centralizzazione monopolistica non è, pertanto, uno stadio dello sviluppo capitalistico” (né irreversibile”, né “supremo”, né “ultimo”), bensì una “caratteristica di situazioni monocentriche”.

Tutto ciò premesso, l’A. conclude che “l’imperialismo è una fase (ricorsiva) dello sviluppo della formazione sociale mondiale capitalistica che ha due caratteristiche fondamentali: i) esistenza di grandi concentrazioni imprenditoriali capitalistiche di tipo oligopolistico, nell’industria come nella finanza, in acuta competizione sul piano mondiale, per l’acquisizione ... di sempre maggiori quote di mercato; ii) conflitto altrettanto acuto, ma condotto con metodi differenti, tra Stati ... per la conquista di sempre più ampie sfere di influenza ...”.

Visto che, attualmente, si riscontra solo la prima caratteristica (acuta competizione inter-imprenditoriale), ma non la seconda (conflitto inter-statale), dato l’assoluto strapotere militare Usa, l’A. sostiene “la sussistenza odierna di un semi-imperialismo” (p.58).

Qui, nel mentre si cerca di mantenere (a differenza dell’I.T. di Pala) l’imperialismo coi piedi ben piantati sul terreno nazionale d’origine, quindi si considerano le potenze imperialistiche come Stati nazionali, si crea una confusione ancor più pericolosa (perniciosa), sottraendo ai rapporti di produzione capitalistici la loro base nella proprietà privata dei mezzi di produzione (di contro alla massa di possessori della sola forza-lavoro), sostituita per importanza da astorici e generici “conflitti interimprenditoriali”, paradigma utilizzabile anche in tutte le società mercantili pre-capitalistiche (buono per le imprese schiavistiche greco-romane, così come per quelle commerciali dell’alto feudalesimo europeo) e, paradossalmente, anche nelle società pre-mercantili (per le tribù di allevatori contro quelle di agricoltori, ad es.)! Pertanto, eliminando la contraddizione specifica, la molla dinamica del modo di produzione capitalistico (contrasto tra sviluppo e socializzazione delle forze produttive coi sottostanti rapporti privatistici di produzione), non è più possibile alcuna analisi scientifica dell’imperialismo, che viene ridotto ad una generica modalità apertamente belligerante di conflitto inter-statale.

3. L’”Impero” (IM)

Il testo omonimo è di ardua comprensione, ponderoso ed erudito. Dovremo essere, quindi, il più concisi possibile, addirittura telegrafici.

- a) Il lavoro intellettuale è direttamente produttivo. Corollario: non c’è più distinzione tra “economico” e “culturale”. Il concetto di “proletariato” e di “classe operaia”, va sostituito, si scioglie in quello di “moltitudine” (da non confondersi con popolo: v. pp.106-107).
- b) L’imperialismo si è trasformato in “Impero”, una sorta di “bio-potere globale” (una sorta di spazio mondiale dominato da un unico capitale). Gli Usa sono la manifestazione attuale dell’Impero, ma non sono, non si confondono con, l’Impero (lo rappresentano momentaneamente). “L’Impero è il nuovo soggetto politico che regola gli scambi mondiali [il Wto?], il potere sovrano che governa il mondo” (p.13): [forse la somma di Bm, Fmi, Wto e Nato?] “... con l’avanzare della globalizzazione [?!], la sovranità degli Stati-nazione, benchè ancora effettiva, ha subìto un progressivo declino” (p.13).
- c) L’Impero, mediante i “processi bio-politici” della globalizzazione, produce la propria contraddizione: la coscienza anti-global, cioè anti-Impero, della moltitudine, il cui movimento di protesta porterà alla “democrazia assoluta della moltitudine” (?!).

Con questa (dottissima e complessa, a volte enigmatica, spesso astrusa) teorizzazione, si giunge allo stravolgimento e ripudio di tutte le categorie marxiste: a partire dal concetto di classe e divisione in classi della società; passando per il concetto di “lavoro produttivo” (di profitto per il capitale) e dalla stessa “produzione di merci” (capitale industriale); per concludere con quello leniniano di “imperialismo” (“L’imperialismo è finito”, p.15).

* * *

Riassumendo. Abbiamo esaminato, a volo d’uccello, tre teorie contemporanee, soprattutto italiane (ma non solo), sull’imperialismo attuale.

La prima, l’Imperialismo Transnazionale del Pala, pur fornendo molti spunti interessanti e cercando di restare ancorato all’analisi marxista, conduce alla fin fine fuori strada, in quanto – sottostimando il fondamento statale e nazionale dell’imperialismo – non permette di condurre un’analisi calzante degli attuali contrasti inter-imperialistici.

La seconda, il Semi-Imperialismo del La Grassa, pur apprezzabile per la sincerità dei propositi e per il tentativo di giungere a definizioni rigorose, porta anch’esso (e ancor più) fuori strada, in quanto introduce elementi di confusione (nel mentre persegue intenti di chiarezza) su concetti basilari, quali i rapporti (privatistici) di produzione nel capitalismo, e il capitalismo monopolistico. In tal modo, l’A. non si avvede che non è l’imperialismo attuale ad essere “dimezzato” o “monco” (anzi!), ma la sua stessa teoria, la quale non consente di analizzare l’attualità dei conflitti inter-statali (come, ad esempio, l’attuale guerra Usa-Gb all’Irak, come risposta militare alla guerra economica avviata ai tempi di Saddam contro di essi da Francia, Russia, Germania, Cina e anche Italia, per il controllo delle risorse petrolifere locali, e per il tentativo di sostituzione del dollaro con l’euro nelle contrattazioni petrolifere).

La terza, l’Impero di Hardt-Negri è la più insidiosa e deviante: a rigore non si tratta di una vera e propria teoria dell’imperialismo contemporaneo, bensì di un tentativo politico-filosofico di demolizione teorica delle basi stesse di una qualunque teoria scientifica dell’imperialismo attuale. Così come del fondamento e della caratteristica essenziale del marxismo: la teoria della “dittatura del proletariato”.

Concludendo.

L’imperialismo attuale è il capitalismo monopolistico, a base statale e nazionale, in una fase di dispiegato parassitismo finanziario e putrefazione sociale; nella quale prevalgono le esportazioni di capitale monetario (“investimenti di portafoglio”) su quelle di capitale produttivo (gli “investimenti diretti esteri”, o Ide); in un contesto di acuti attriti e contrasti inter-monopolistici, che sfociano (o tendono a sfociare) in veri e propri conflitti inter-imperialistici tra Stati nazionali, anche se questi ultimi avvengono per interposta nazione (aggredisco l’Afghanistan per tenere lontani i russi e controllare da presso i cinesi; ecc.) e con metodi non convenzionali (il c.d. “terrorismo internazionale”, concetto ambiguo a double-face).

Come combatterlo?

Partendo sempre dal presupposto che “il nemico è in casa nostra”, ossia l’oligarchia finanziaria (o plutocrazia) che detiene la proprietà e il controllo del capitalismo monopolistico finanziario del paese in cui operiamo. Sviluppando, organizzando ed estendendo la lotta dalla fabbrica alla società, su tutte le questioni fondamentali di esistenza della classe operaia e del proletariato in genere (salario, orario, condizioni di vita e di lavoro, salute, istruzione, inflazione, qualità della vita, ecc.). Trasformando la lotta da difensiva in offensiva contro lo sfruttamento, e per l’abolizione, del lavoro salariato. E, soprattutto, contrapponendo sempre comunismo ad imperialismo, per evitare di cadere dalla padella dell’anti-imperialismo (Usa, o degli altri paesi) alla brace dell’italo-imperialismo.
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Bibliografia

1. G.Pala-M.Donato: Economia nazionale e mercato mondiale (la fase transnazionale dell’imperialismo). Laboratorio politico, Napoli 1995 (pp.20). (Questo è il testo base. Ma i concetti sono stati affinati nel testo successivo, e in altri ancora.)
G.Pala-M.Donato: La catena e gli anelli (Divisione internazionale del lavoro, capitale finanziario e filiere di produzione). La Città del Sole, Napoli 1999 (pp.54).

2. G.La Grassa: L’imperialismo (Teoria ed epoca di crisi), CRT, Pistoia 2003 (pp.75).

3. M.Hardt-A.Negri: Impero (Il nuovo ordine della globalizzazione), Rizzoli, Milano 2001 (pp.451).
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s.b.

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