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L’agroalimentare in cifre

(23 Luglio 2004)

Il comparto agroalimentare, definibile come l’insieme complesso delle attività coinvolte nel flusso di beni e servizi che va dal punto iniziale delle aziende agricole fino ai consumatori finali, e che comprende perciò i settori che contribuiscono direttamente alla produzione, alla trasformazione ed alla elaborazione dei prodotti alimentari (ossia agricoltura, pesca e industria alimentare), occupa un ruolo di primaria importanza, oltre che strategico, all’interno delle economie dei Paesi avanzati.

Per quanto concerne l’Unione europea, l’agroalimentare rappresenta, con il metalmeccanico e il tessile-abbigliamento, uno dei principali settori in termini di fatturato, numero di imprese e occupazione, con ritmi di crescita – nonostante molti economisti lo considerino un settore ormai “maturo” – costanti ormai da vari anni. Secondo dati Eurostat relativi al 2002, le industrie europee del settore registrano un volume di produzione pari a circa 600 milioni di euro, con oltre 2,5 milioni di occupati. I maggiori produttori di beni alimentari in Europa sono la Francia e la Germania, che assorbono circa il 40 per cento del totale della produzione comunitaria, seguiti dall’Inghilterra con il 16 per cento, nonché dalla Spagna e dall’Italia, la cui produzione si attesta intorno al 10 per cento del totale. I dati sul commercio internazionale evidenziano una spiccata tendenza verso gli scambi intracomunitari, che assorbono oltre il 70 per cento del totale delle esportazioni dei Paesi dell’Unione europea (a fronte, peraltro, di una lenta ma costante crescita, da alcuni anni, della quota delle esportazioni verso Paesi extracomunitari).

Venendo all’Italia, secondo dati forniti dall’ISMEA (che considerano, oltre al comparto primario e all’industria alimentare, anche la ristorazione), l’agroalimentare nel 2002 ha immesso complessivamente nel sistema economico nazionale beni per un valore di oltre 205 miliardi di euro, pari all’8,5 per cento del valore della produzione nazionale, mentre il valore aggiunto si attesta intorno ai 91 miliardi di euro, pari al 7,4 per cento del totale. In termini occupazionali l’incidenza del comparto agroalimentare sull’economia è ancora più elevata, attestandosi al 10,5 per cento.

Significative differenze si riscontrano, tuttavia, se si guarda al peso dei singoli settori all’interno del comparto. Per quanto riguarda, in primo luogo, l’assorbimento della spesa finale, l’industria alimentare ha contribuito per oltre la metà al valore complessivo della produzione agroalimentare, seguita dalla ristorazione con il 29 per cento e da agricoltura e pesca con il 20 per cento. Valutato in termini di valore aggiunto, il peso dell’industria alimentare scende invece al 36 per cento, mentre salgono al 33 per cento e al 31 per cento quelli della ristorazione, da un lato, e dell’agricoltura e della pesca, dall’altro. Rispetto al totale degli occupati nel settore agroalimentare, infine, l’agricoltura e la pesca assorbono il 44 per cento, mentre l’industria alimentare e la ristorazione impiegano, rispettivamente, il 20 per cento e il 36 per cento degli occupati.

Differenti tendenze evolutive caratterizzano, inoltre, il settore primario e l’industria alimentare sotto il profilo dimensionale e produttivo delle imprese, secondo quanto si ricava dai dati riferiti all’andamento dell’ultimo decennio.

In campo agricolo si registra una generale concentrazione delle superfici utilizzate in aziende di maggiore dimensione, a fronte di una riduzione complessiva delle terre coltivate (meno 13,6 per cento tra il 1990 e il 2000) e di una significativa diminuzione del numero delle aziende agricole (meno 14,2 per cento tra il 1990 e il 2000): il settore zootecnico, in particolare, ha subito una notevole contrazione nell’ultimo decennio (rispetto al 1990 il numero delle aziende allevatrici è complessivamente diminuito del 35,2 per cento, con valori più elevati nelle regioni settentrionali). Tali tendenze, tuttavia, registrano andamenti geografici significativamente differenziati. Mentre nelle regioni settentrionali si registra un aumento delle dimensioni medie con l’affermarsi di aziende medio-grandi ad alto grado di aggiornamento tecnologico, nel sud e nelle isole la tendenza alla diminuzione delle superfici coltivate contrasta con la diminuzione delle superfici medie, atteso l’alto numero delle aziende (per lo più in forma individuale e a conduzione diretta). Nel centro, invece, la diminuzione delle terre coltivate e del numero di aziende si realizza in presenza di un aumento delle dimensioni medie, con il rafforzamento di aziende di nicchia fortemente tipizzate e ad alto valore aggiunto.

L’industria alimentare italiana risulta composta di quasi 67.000 imprese, con circa 450.000 addetti. Se si guarda alle aziende con più di 10 dipendenti, tuttavia, si contano appena 7.000 aziende, per un totale di 278.000 occupati. Per quanto riguarda gli aspetti dimensionali, la tendenza degli ultimi anni registra una crescente polverizzazione del settore, con un significativo aumento delle imprese di piccole dimensioni e la riduzione del numero medio degli addetti, sia sul fronte artigianale che su quello propriamente industriale (da 7,5 a 6,7 addetti nel decennio tra i due censimenti). Se si raffrontano i dati settoriali con quelli dell’industria in generale si evince, inoltre, che per quanto riguarda sia il numero medio degli addetti sia la riduzione occupazionale, l’alimentare presenta una dinamica più accentuata. Il numero medio di addetti nell’industria considerata nel suo insieme è pari a 9, mentre il decremento occupazionale complessivo, negli ultimi dieci anni, si attesta al 5,2 per cento, a fronte del 10,7 per cento dell’alimentare. Se si guarda all’andamento geografico dei dati, peraltro, ci si rende conto che buona parte dei trend descritti è imputabile al maggior numero di nuove imprese, la gran parte di piccola dimensione, localizzate nel sud e nelle isole. In ultimo, un dato di carattere generale di indiscusso significato alla luce delle nuove dinamiche dei mercati globali e della ristrutturazione in atto nel comparto alimentare a livello mondiale – con l’affermarsi di grandi gruppi industriali, soprattutto americani, sul versante delle commodities – è rappresentato dalla perdurante ed accresciuta carenza di vere e proprie aziende alimentari di grandi dimensioni. Nell’ultimo decennio le imprese agroalimentari con più di 1.000 addetti sono scese da 19 a 17, mentre quelle con più di 500 addetti sono passate da 49 a 34.

Per quanto attiene al profilo produttivo, l’industria alimentare presenta, tradizionalmente, un aspetto anticiclico, confermato anche dai dati più recenti relativi alla produzione 2003 e ai primi mesi del 2004. All’interno di un quadro economico generale certamente difficile, l’industria alimentare ha chiuso il 2003 con un incremento dell’1,3 per cento, inferiore rispetto a quello registrato nel 2002, pari all’1,6 per cento. Tale dato, tuttavia, va considerato anche in relazione all’andamento dell’industria nel suo complesso, ove nel medesimo periodo si è registrata una contrazione dello 0,8 per cento. Occorre evidenziare, peraltro, che tale andamento è stato sorretto unicamente dal mercato interno, atteso il dato preoccupante costituito dalla sostanziale riduzione (-1,1 per cento) delle esportazioni.

I mutamenti di mercato

Il comparto agroalimentare è stato investito, negli ultimi anni, da numerosi e rapidi mutamenti di mercato, che hanno profondamente trasformato il quadro tradizionale di riferimento degli operatori, con conseguenze dirompenti in una pluralità di ambiti. I mutamenti in questione attengono alla crescente concentrazione e internazionalizzazione delle imprese, all’evoluzione dello scenario distributivo e all’affermazione di nuovi modelli di consumo.
La crescente concentrazione e internazionalizzazione delle imprese si lega essenzialmente all’apertura e alla liberalizzazione dei mercati mondiali. In questo mutato scenario le strategie di impresa conducono alla ricerca di accordi e alleanze, attraverso operazioni di fusione e cessione, ai fini del raggiungimento di una maggiore efficienza e di un’ottimizzazione dimensionale. Relativamente all’Italia, la globalizzazione ha messo spesso in crisi modelli tradizionali di impresa basati in prevalenza sulla dimensione familiare. Tale dimensione, mostratasi per lungo tempo vincente almeno nelle fasi di avvio e di sviluppo del business, negli ultimi tempi ha subito i traumi di una maturità inadeguata ad affrontare la sfida globale, con evidenti limiti strutturali, manageriali e finanziari. Il risultato di tale processo è stato un vasto numero di operazioni di cessione (quasi 200 nell’ultimo triennio), assai spesso a vantaggio di grandi gruppi stranieri.

Il mutamento dello scenario distributivo si esplica nella progressiva affermazione della grande distribuzione. Anche in tale mercato si assiste all’emergere di grandi imprese multinazionali, in un quadro caratterizzato da una forte tendenza alla concentrazione. Un recente ed autorevole studio di una società di consulenza americana (Mc-Kinsey) parla di “oligopolio distributivo” per descrivere quello che sarà, a breve, lo scenario mondiale del retail, dominato da pochi grandi gruppi (5 o 10 al massimo) presenti con proprie strutture di vendita in tutti i continenti. Il mercato europeo è attualmente dominato da sei grandi gruppi, nessuno dei quali è italiano. Nonostante il ritardo relativo del nostro Paese su questo piano, tuttavia, anche in ambito nazionale l’evoluzione della grande distribuzione alimentare ha confermato, in particolare sotto la spinta della c.d. riforma Bersani del commercio (Decreto legislativo n. 114 del 1998), una forte crescita delle presenze e delle superfici.

L’affermazione di nuovi modelli di consumo, soprattutto nei Paesi ad economia avanzata, si esprime nella deregulation degli atti alimentari, con la crescente influenza delle scale di preferenza individuali, nella destrutturazione dei pasti, con la progressiva valorizzazione della componente extradomestica in corrispondenza di nuovi ritmi di vita e modelli sociali, nonché nella crescente affermazione della richiesta di sicurezza e qualità dei cibi. Quest’ultimo aspetto, in particolare, assume una rilevanza centrale, soprattutto alla luce dell’impatto che le emergenze sanitarie degli ultimi anni in campo alimentare (mucca pazza, influenza aviaria) hanno avuto sull’opinione pubblica.

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