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Terzigno

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(30 Settembre 2010) Enzo Apicella
Terzigno: una nuova discarica nel territorio di produzione del Lacryma Christi

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Di discariche, inceneritori e falde acquifere

Rifiuti e altri attacchi alle risorse idriche

(25 Luglio 2012)

discaricheuccelli

L’intervista che qui vi proponiamo, ci è stata ispirata dalle cronache di Roma e provincia, segnate dalla continua ricerca di località in cui collocare discariche. Tra le motivazioni addotte per respingere quella che è una forma di aggressione al territorio – oltre che una modalità arretrata di gestione del ciclo dei rifiuti – vi è spesso la vicinanza delle previste discariche a falde acquifere. Un argomento assai fondato, come si evince dal discorso sviluppato dal nostro interlocutore, Francesco Aucone, geologo e militante della Federazione dei Comunisti Anarchici. Il quale, confrontandosi con domande dal carattere volutamente generale, ha impresso alle sue risposte un respiro saggistico.

1) Roma è un'area metropolitana gigantesca, per giunta storicamente segnata da una crescita disordinata. Ciò porta inevitabilmente con sé dei problemi per le risorse naturali. In termini generali, questo sviluppo convulso, quanto incide e quali danni produce sulle risorse idriche del territorio?
Il problema dell’impatto di una metropoli come Roma rispetto alle risorse idriche del territorio va affrontato a partire da due aspetti distinti, che però sono allo stesso tempo legati tra loro: il bilancio quantitativo delle risorse e la pressione ecologica esercitata dalla grande concentrazione umana sulle risorse stesse.
Secondo i dati dell’ATO2 (Ambito Territoriale Ottimale del Lazio centrale) di qualche anno fa, Roma consuma mediamente circa 330 milioni di metri cubi l’anno (compresi però anche i Comuni di Ciampino, Fiumicino e lo Stato Vaticano) a cui andrebbero aggiunti i circa 180 milioni circa di metri cubi di acqua che si perdono in quel colabrodo che è la rete distributiva cittadina.
Di questi circa il 70% viene consumato nelle abitazioni private, il 6% nell’industria e nel commercio ed il 24% per altri usi quali: fontane e fontanelle, impianti sportivi e ricreativi, comunità religiose, caserme, innaffiamenti ecc.
L’acqua consumata a Roma, l’unica capitale mondiale ad essere rifornita da sole acque di sorgente, arriva da altri territori, anche se tutti appartenenti al bacino del Fiume Tevere. Infatti sono 5 gli acquedotti che portano l’acqua potabile a Roma. I principali sono il Peschiera e il Capore (che poi confluiscono in un unico condotto), provenienti dal bacino del Fiume Velino e del Farfa, e l’acquedotto Marcio, proveniente dall’alta valle del Fiume Aniene. Poi vi sono l’Appio Alessandrino ed il Nuovo Vergine, che provengono da più vicino e sono più piccoli.
Tutta quest’acqua che arriva a Roma attraverso gli acquedotti è superiore al fabbisogno, e quindi ai consumi, della città. Infatti il totale captato è di circa 550 milioni di metri cubi l’anno contro i 330 consumati, anche se la consistente quota che viene persa nella rete distributiva, non mette del tutto al riparo da eventuali profonde crisi idriche. Crisi che non sono da escludere in futuro, viste le avvisaglie del cambiamento climatico che da circa 30 anni, ormai, sta interessando in diversa misura i paesi circummediterranei, tra cui l’Italia, con un calo altalenante ma progressivo delle precipitazioni e conseguentemente dell’alimentazione dei sistemi idrogeologici da cui Roma, e non solo, si approvvigiona.
Dal punto di vista dell’impatto del sistema di gestione delle risorse idriche sul territorio, l’acqua in entrata nel sistema cittadino viene poi direttamente o indirettamente immessa nel sistema idrologico e idrogeologico del territorio romano, a parte quella che se ne va per evapotraspirazione(1).
Viene immessa direttamente nel sistema idrogeologico attraverso le perdite della rete distributrice (che, come abbiamo visto, rappresentano più del 30% del totale captato) subendo solo piccole trasformazioni, legate all’apporto di sostanze lisciviate dai terreni di riporto all’interno dei quali si trovano le tubazioni.
Viene immessa indirettamente, prevalentemente nella rete idrologica superficiale, dopo aver subito profonde trasformazioni chimiche e fisiche nell’uso domestico e industriale e dopo aver subito i processi di depurazione previsti dalla legge. Questo teoricamente, poiché non è solo la rete distributiva idrica ad essere un colabrodo, ma anche la rete fognaria, per cui una buona parte dei reflui cittadini, sia di tipo domestico che industriale, non riescono a raggiungere i depuratori e vanno ad alimentare le falde del sottosuolo cittadino con tutto il loro carico di tensioattivi, ammoniaca, nitrati, fosfati, cloruri, grassi, batteri fecali, metalli pesanti, idrocarburi, ecc, oltre a provocare quell’erosione sotterranea che spesso è la prima causa di fenomeni come il cedimento di fondazioni, l’apertura di voragini, gli abbassamenti del suolo, ecc. Senza considerare gli sversamenti illegali sul suolo o nella rete idrografica di reflui non depurati da parte delle attività industriali. Di questi non si conosce l’entità ma è un fatto che le falde del sottosuolo romano risultano profondamente inquinate.
Ritornando alla domanda iniziale si può dire che Roma dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico è messa in una posizione ideale, circondata da massicci calcarei che ospitano immense falde acquifere, sfruttate dalla città fin dalla sua nascita, con un sistema efficiente, dal punto di vista ingegneristico, di acquedotti. Ma si può anche dire che questa ricchezza naturale è messa a dura prova dalle modalità tecnico-amministrative di gestione delle risorse idriche, con una rete distributiva che disperde più del 30% delle stesse.
Le dispersioni della rete fognaria inoltre, unite agli sversamenti illegali, e all’inquinamento generalizzato dell’ecosistema cittadino, hanno compromesso profondamente le falde del sottosuolo romano. Falde che, specialmente nei quadranti est e sud-est della città, hanno delle dimensioni importanti, contenute in spesse coltri vulcaniche e che potrebbero rappresentare delle risorse importanti. Fino ad ora però nessun gestore, né statale né ta capitale misto o privato, ha mai considerato in maniera seria queste problematiche.

2) Potresti spiegarci, per sommi capi, la normativa che protegge le risorse idriche in generale e le falde acquifere in particolare?
La prima legge a protezione dell’acqua dall’inquinamento è del Luglio 1934, col R.D. n.1265, nel quale era previsto l’obbligo di depurazione dei liquami fognari prima dell’immissione nei corsi d’acqua.
Mentre per il primo piano di gestione degli acquedotti bisogna aspettare il 1963, con la Legge n. 129 del 4 Febbraio.
Fino ad allora la gestione e la protezione delle risorse idriche era appannaggio dello Stato; è nel 1972 che si attua il decentramento della gestione delle risorse idriche nei suoi vari aspetti infrastrutturali, di protezione ambientale e di gestione. Tutto ciò passa alle regioni con il D.P.R. n. 8 del 15 Gennaio 1972.
Da questo punto in avanti ogni Regione comincia a formulare una propria legislazione, orientata specialmente a stabilire i limiti di accettabilità dei vari tipi di acque, mentre la legislazione statale continua a fornire specialmente delle linee guida; come la Legge n. 183 del 18 Maggio 1989 che stabilisce Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo, in cui sono comprese linee guida non solo per la razionalizzazione della gestione della risorsa idrica, ma anche per la difesa del territorio dal dissesto idrogeologico. È con questa legge che nascono le “Autorità di bacino”, enti misti tra ministeri ed enti locali predisposti alla gestione integrata dell’acqua all’interno dei bacini idrografici italiani, il cui strumento operativo è costituito dai “Piani di bacino”.
Anche la cosiddetta “Legge Galli”, o Legge n. 36 del 5 Gennaio 1994, è importante in quanto contiene alcuni principi generali sulla tutela e sull’uso delle risorse idriche, e stabilisce che tutte le acque, superficiali e sotterranee, anche se non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa da utilizzare secondo criteri di solidarietà; tale legge stabilisce inoltre che l’uso dell’acqua per consumo umano è prioritario rispetto agli altri usi.
Tuttavia la Legge Galli non è tutta rose e fiori, anzi, introduce delle regole che aprono la strada alla mercificazione dell’acqua da parte del Capitale privato. Infatti una prima sostanziale innovazione introdotta dalla legge Galli è rappresentata dalla separazione tra titolarità e gestione del servizio idrico; si pone fine, in questo modo, alla coincidenza tra i "titolari" ed i "gestori" del servizio prevista fino ad allora dal sistema italiano, introducendo formalmente una differenza tra proprietà della risorsa e gestione della risorsa che nei fatti porterà, attraverso l’acquisizione dei poteri che conferisce la gestione privata, ad una sostanziale svendita di una risorsa collettiva al capitale privato, ed alla sua collocazione sul mercato capitalistico.
Un’ulteriore spinta verso la mercificazione della risorsa idrica operata dalla legge Galli è rappresentata dall’introduzione della nuova disciplina tariffaria, che, ispirandosi al principio della copertura dei costi, introduce l’obbligo di remunerazione del capitale investito, con tutte le conseguenze a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni di gestione privata delle risorse idriche, fatta di aumenti esponenziali delle bollette e di moltiplicazione dei disservizi.
Non dimentichiamoci, però, che una parte delle risorse idriche è già privatizzata da decenni ed è rappresentata da tutte quelle falde contenenti acque minerali che molte multinazionali sfruttano con lauti guadagni a fronte di due spiccioli di concessione pagati alle Regioni.
Le leggi di cui abbiamo parlato sopra sono orientate specialmente alla razionalizzazione della gestione della risorsa, mentre per quanto riguarda la tutela delle acque dall’inquinamento dobbiamo fare, sul piano temporale, un passo indietro con la “Legge Merli” (Legge n. 319 del 10 Maggio 1976), che stabilisce i limiti di accettabilità delle acque reflue nei corpi idrici naturali e che ha come oggetto: la disciplina degli scarichi, la formulazione di criteri generali per l'utilizzazione e lo scarico delle acque, l'organizzazione dei pubblici servizi di acquedotto, fognature e depurazione, la redazione di un piano generale di risanamento delle acque ed infine il rilevamento sistematico delle caratteristiche qualitative e quantitative dei corpi idrici.
I principi base della Legge Merli continuano nel D.L.vo 11 maggio 1999, n.152, che tra l’altro stabilisce i tempi di adeguamento delle situazioni a forte rischio inquinamento (come scarichi di reflui nel suolo di interi agglomerati urbani) alle direttive della Comunità Europea. Con questa legge nessuno più potrà scaricare i reflui direttamente nel suolo, tranne le abitazioni isolate che potranno continuare a farlo impiegando pero forme di trattamento come le “fosse Imhoff”(2) o la fitodepurazione.
Caso strano, sono esentate da questi obblighi le imprese che estraggono l’energia geotermica, quelle che gestiscono l’estrazione mineraria e quelle che estraggono petrolio, che potranno continuare a immettere l’acqua, legata ad alcune loro fasi lavorative, direttamente in falda, con gli immaginabili rischi d’inquinamento.
Per concludere il nostro excursus sul quadro normativo in tema di gestione delle risorse idriche è di fondamentale importanza citare il D.Lgs 152/2006, il quale ha modificato sostanzialmente l’assetto e le competenze in materia di difesa del suolo e di gestione delle risorse idriche introdotto dalla preesistente normativa (DL 183/89), in quanto ha disposto la ripartizione del territorio nazionale in otto Distretti Idrografici (come ho in parte accennato, la 183 prevedeva la ripartizione territoriale in bacini Idrografici a carattere nazionale, interregionale o regionale; con a capo l’Autorità di Bacino, organo misto Stato-Regioni) e la soppressione delle esistenti Autorità di Bacino, nonché il trasferimento delle relative funzioni alle Autorità di Distretto. A queste ultime sono preposti organi di governo in cui è preponderante la rappresentanza ministeriale rispetto a quella delle Regioni.
Con il D.Lgs 152/2006 e le successive modifiche e integrazioni, viene ufficialmente recepita la Direttiva comunitaria Quadro sulle Acque 2000/60/CE, la quale prevede che gli Stati Membri predispongano un Piano di Gestione delle acque, per ciascun distretto idrografico, compresa la mitigazione del rischio idrogeologico tramite la prevenzione e la previsione dello stesso.
Perché ritengo che questo passaggio normativo sia importante?
Perché rispecchia quell’accentramento dei poteri che sta avvenendo a livello comunitario, che, partendo dagli aspetti finanziari legati alla gestione della spesa pubblica, sta investendo sempre più tutti gli altri aspetti legati alla gestione delle risorse collettive, comprese quelle primarie come l’acqua.

3) Quali sono i principali fattori di inquinamento delle falde acquifere?
Sotto questo profilo, le attività umane che risultano più dannose sono: l’attività industriale (nella quale vanno annoverati con tutti gli onori gli inceneritori), sia con la produzione di acque reflue che con quella di gas, polveri sottili e nanoparticelle; l’attività agricola, quando si serve di pesticidi e concimi chimici; la dispersione delle acque reflue (come abbiamo visto particolarmente presente nelle aree metropolitane); l’attività estrattiva delle materie prime e delle energie fossili (sia in alcune tecniche di perforazione che in quelle estrattive: ne sanno qualcosa gli abitanti del Delta del Niger); le discariche di rifiuti.
Una volta che la falda risulta inquinata, anche se si corre ai ripari eliminando la fonte d’inquinamento, i tempi di recupero possono essere dell’ordine, a seconda del tipo di falda e della sua entità, anche di centinaia di anni.

4) Dunque, abbiamo individuato uno dei motivi per cui opporsi agli inceneritori. Visto che, in provincia di Roma, ad Albano Laziale, vi è una forte protesta contro la prospettiva di averne uno, potresti descrivere la situazione idrica locale?
Andando all’esempio di Albano, esso è situato nella struttura dei Colli Albani. Ossia nel cosiddetto Vulcano laziale, che è di forma pseudocircolare, costituito da un edificio principale che nel momento di maggiore attività doveva sfiorare i 2000 metri di altezza, e caratterizzato da un’area di caldera (l’area dei Pratoni del Vivaro) e da vari coni di eruzione, alcuni dei quali occupati da laghi (Albano e Nemi) e altri rappresentanti i rilievi oggi più alti che sfiorano i 1000 m di altitudine, come Monte Cavo e Maschio delle Faete, nel Comune di Rocca di Papa.
Anche la struttura dei Colli Albani – come quella di altri apparati vulcanici del Lazio - è caratterizzata da una notevole eterogeneità dei litotipi sia in senso verticale che laterale. Ciò ha determinato una idrogeologia complessa, con la formazione di un acquifero multistrato(3) caratterizzato da tante falde sospese più o meno piccole (la superficie libera di due di queste emerge e forma i due laghi Albano e di Nemi) al di sopra della grande falda di base cui attingono con pozzi profondi molti comuni dei Colli, compreso quello di Albano.
Alcune di queste sorgenti assicurano, almeno in parte, l’approvvigionamento idrico a molti comuni dei Castelli. Almeno in parte perché diversi Comuni sono costretti ad estrarre l’acqua, mediante pozzi a volte profondi centinaia di metri, della falda di base del sistema vulcanico.
Lo conferma proprio il caso di Albano laziale, il cui approvvigionamento idrico è assicurato – come per i comuni di Castel Gandolfo ed Ariccia- dalla sorgente di Malafitto, ma solo in parte. In sostanza, Albano Laziale è costretto, per soddisfare il suo fabbisogno fabbisogno, a pompare l’acqua da pozzi le cui quote di fondo sono in diversi casi al di sotto del livello del mare, attingendo appunto dalla falda di base del massiccio vulcanico.
In tali condizioni, l’attività di incenerimento dei rifiuti diviene pericolosa specialmente per la falda basale, che è geometricamente più esposta ed ha un’area di ricarica(4) molto più vasta rispetto a quella delle piccole falde sospese, poste a quote superiori e meno raggiungibili dagli inquinanti atmosferici di un eventuale inceneritore ubicato verso la pianura (naturalmente, sia pure in misura minore, anche le seconde sarebbero comunque sottoposte al rischio di inquinamento).
L’inquinamento prodotto da un inceneritore può essere studiato osservando il bilancio gestionale di materia associato alla sua attività: per una tonnellata di rifiuto incenerita in entrata, compresi l’aria necessaria alla combustione, gli additivi per il trattamento dei fumi e circa 2000 metri cubi di acqua per il raffreddamento e lo spegnimento delle scorie, escono circa 6000 metri cubi di fumi contenenti nitrati, solfati, polveri sottili, nanoparticelle, metalli pesanti, diossine e furani e acqua di scarico contenente idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti e diossine.
I fumi distribuiscono i microinquinanti, i quali si vanno a depositare sul suolo, su un’area vastissima. Alcuni di questi per l’azione delle precipitazioni e delle acque percolanti possono raggiungere la falda ed inquinarla. Altri vengono trattenuti dal suolo, che in tal senso funge da filtro protettore ma rimane inquinato a sua volta.
Non dimentichiamo che nell’area comunale di Albano Laziale è già presente una discarica, in località Roncigliano, e che alcuni rilievi dell’Arpa hanno individuato nelle acque sotterranee prelevate dai piezometri(5) di monitoraggio, concentrazioni di benzene, tribromometano, dibromoclorometano, floruri ed altri inquinanti come i metalli pesanti ben oltre i limiti di legge.
Le discariche di rifiuti indifferenziati hanno una potenzialità inquinante notevole grazie all’azione del percolato. Il percolato è un liquido che trae origine prevalentemente dall'infiltrazione d'acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi. Esso è un refluo con un tenore più o meno elevato di inquinanti organici e inorganici, derivanti dai processi biologici e fisico-chimici all’interno della discarica, contenente anche i metalli pesanti.
Nelle moderne discariche si cerca in tutti i modi di isolare la massa di rifiuti dal suolo che li contiene per mezzo di membrane impermeabili e, mediante sistemi di drenaggio, si cerca di convogliare il percolato prodotto in vasche di raccolta, da cui deve essere prelevato e depurato attraverso lunghi e complessi processi chimico-fisici.
Ma malgrado tutti i buoni intenti non si riesce mai ad ottenere una impermeabilizzazione perfetta per lungo tempo. Lo dimostrano le analisi che vengono fatte dai piezometri di controllo, dove nelle falde sottostanti vengono trovate spesso concentrazioni oltre i limiti di legge di inquinanti tipici dei processi biologici, chimici e fisici che avvengono all’interno dei rifiuti indifferenziati delle discariche.

5) Hai anticipato la domanda successiva…ma visto che ci siamo, ci interesserebbe sviluppare il discorso relativo agli effetti di discariche ed inceneritori sulle risorse idriche e sul territorio in termini più concreti, magari sulla base di esempi…
Intanto, va specificato che tra i due tipi di impianti esistono delle differenze sia nella composizione chimica degli inquinanti che nelle modalità di diffusione degli stessi.
Gli inceneritori provocano un inquinamento più di tipo areale (se escludiamo le acque di scarico che diamo per scontato che dovrebbero essere raccolte e depurate prima di essere immesse nel reticolo idrografico naturale), che ha la capacità di diffondere le sostanze inquinanti in un’area molto più vasta ma in maniera meno concentrata; al contrario le discariche provocano un inquinamento molto più concentrato sia nella grandezza delle superfici interessate che nella densità degli inquinanti.
Si potrebbe dire che mentre la discarica è il serial killer specializzato delle falde, l’inceneritore è meno schizzinoso nella scelta delle sue vittime, avvelenando direttamente l’atmosfera e indirettamente tutto ciò che entra a contatto con questa: colture, pascoli, suoli, acque superficiali e sotterranee e ovviamente i nostri polmoni.
Esempi di falde inquinate direttamente da discariche ce ne sono molti, purtroppo, in giro per l’Italia e non solo; determinare l’entità dell’inquinamento di una certa falda da parte di un determinato inceneritore è un problema più complesso, perché come abbiamo visto non lo fa in maniera diretta e perché spesso “unisce le sue forze” ad altri impianti industriali inquinanti magari presenti nelle sue vicinanze. Malgrado questo però la domanda di buon senso che viene spontanea è: perché dotarci di un impianto altamente inquinante, dannoso sia dal punto di vista dell’inquinamento che del bilancio energetico, quando è possibile sostituirlo con una filiera di trattamento molto meno impattante e molto più redditizia dal punto di vista del bilancio energetico finale del processo del trattamento dei rifiuti?
Esempi di falde inquinate dal percolato delle discariche ce ne sono molti.
A Malagrotta, dove persiste la discarica di rifiuti indifferenziati più grande d’Europa, i prelievi effettuati dall’Arpa rivelano che i valori limite fissati dalla normativa di settore per solfati, ferro, manganese, arsenico, cromo totale, nichel, alluminio, piombo, benzene, p-xilene, cloruro di vinile, diclorobenzene, tetracloroetilene e di altri pericolosi inquinanti risultano regolarmente superati in 22 dei 39 piezometri installati sia all'interno che al di fuori del bacino di drenaggio. Per l'arsenico e il benzene i limiti di legge sono stati superati, in alcuni prelievi, di 20 o 30 volte.
La discarica di Borgo Montello, a Latina, secondo una relazione tecnica è la principale responsabile della presenza di zinco, piombo e rame nelle acque della falda locale.
Anche la discarica dell’Inviolata nel Comune di Guidonia Montecelio, gestita dalla stessa società di Malagrotta, ha problemi di inquinamento locale delle acque sotterranee.
Fuori dalla Regione sono diversi gli esempi di inquinamento da discarica, da nord a sud dello stivale.
La discarica Ca’ Filissine, nel comune di Pescantina (VR), fin dal 1987 ha smaltito rifiuti solidi urbani, ma dal 2006 è stata posta sotto sequestro preventivo dalla magistratura per sospetta contaminazione della falda acquifera, infatti dalle analisi effettuate dall'Arpa, nell'ottobre del 2011, hanno confermato che la qualità delle acque di falda è seriamente compromessa, essendo stata riscontrata la presenza di ammoniaca, cloruri, sodio, manganese, ferro, cromo, potassio.
Inquinate risultano le falde acquifere attorno alla discarica di Bellolampo, presso Palermo.
Comunque è bene ricordare che non sono solo le discariche e gli inceneritori ad essere potenziali impianti inquinanti delle falde acquifere, ma come abbiamo visto anche le pratiche agricole che prevedono l’uso di pesticidi, molte tipologie di impianti industriali del settore primario e secondario, ma anche la non corretta gestione integrata delle risorse idriche.
Ne deriva un quadro della situazione italiana per cui sono moltissime le situazioni già compromesse o a forte rischio.
A Cremona è in atto un processo contro la Tamoil, accusata di avvelenamento delle acque destinate a uso umano. In Veneto, nel maggio 2011, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) di Treviso ha riscontrato la presenza di mercurio nei pozzi dei comuni di Preganziol, Treviso, Casier e Quinto. In Abruzzo, nella Val Pescara, nelle falde sono stati riscontrati cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti.
Una recente indagine Ispra (Istituto superiore protezione e ricerca ambientale) ha evidenziato per le acque superficiali italiane che il 47.9% dei campioni esaminati è contaminato da pesticidi e per le acque sotterranee una contaminazione nel 27% dei casi.
Ricordiamo inoltre la Pianura Padana, maglia nera dell’inquinamento delle falde a causa dell’agricoltura intensiva praticata da anni. Nelle falde padane sono state riscontrate sostanze, come l’atrazina, ormai vietate da anni, ma ancora persistenti della falda a causa della scarsa intercambiabilità idrica.


6) La situazione che descrivi è a dir poco desolante. Sono rimasti, però, esempi positivi di gestione (e protezione) delle risorse idriche, in Italia o altrove?
In generale, lo sfruttamento delle falde acquifere minerali non può certamente essere annoverato tra gli esempi positivi di gestione delle risorse idriche, sia perché rappresenta l’appropriazione privata di risorse collettive appartenenti a tutta la comunità, sia perché produce un enorme inquinamento per la plastica prodotta e per le emissioni gassose legate ai trasporti. Per non parlare poi della qualità e della sicurezza igienica delle acque, di gran lunga inferiore a quella degli acquedotti (i controlli della qualità negli acquedotti hanno frequenza giornaliera e devono rispettare dei limiti molto più restrittivi; nella migliore delle situazioni i controlli delle acque minerali hanno frequenza annuale e sono tenuti a rispettare dei limiti molto più indulgenti).
Non conosco gestioni virtuose delle risorse idriche; anche nella “rossa” Emilia, come abbiamo visto, le falde della Pianura Padana sono tra le più inquinate al mondo, specialmente grazie alla coltivazione e all’allevamento intensivi, votati al profitto capitalista, che “impone” l’uso di pesticidi e concimi chimici e la concentrazione innaturale di allevamenti.
Forse attualmente un tentativo di stabilire un corretto rapporto tra risorsa ed utilizzatore lo troviamo soltanto nelle lotte delle comunità indigene del centro e del sud America o forse dovremmo considerare quel tentativo storico portato avanti dalle comunità di lavoratori e lavoratrici, per un periodo troppo breve purtroppo, nella Spagna del ’36, dove si era iniziata una sperimentazione di gestione dei beni collettivi (non solo risorse, ma anche beni collettivi come la sanità, i trasporti, il welfare in generale) dove non erano ne le imprese private o le oligarchie statali a gestirli, perché vigevano l’autogestione e l’autogoverno dei tecnici e dei lavoratori impiegati nella produzione e distribuzione delle risorse e dei beni stessi.
Nel mondo da questo punto di vista, almeno io, non conosco gestioni virtuose visto che l’inquinamento delle falde è comune a tutti i paesi industrializzati ed emergenti: gli USA e l’India ne sono l’esempio più eclatante, dato che sono i paesi a più alta concentrazione di veleni nell’acqua. Con un campionario completo di tutti gli inquinanti nel primo e con una presenza molto fitta di sali, fluoruri, piombo e pesticidi nel secondo.
Qualche altro esempio: nello Sri Lanka, il 79% dei pozzi risulta fuorilegge per i troppi nitrati (lo stesso si può dire per i pozzi della Romania e della Moldavia), in Gran Bretagna 350 stazioni di servizio Shell hanno contaminato gli acquiferi con i carburanti, mentre in Francia spesso si assiste, a corollario dei “piccoli” incidenti nelle centrali nucleari, all’inquinamento radioattivo delle acque superficiali e sotterranee.


7) Visto l’impatto di discariche ed inceneritori, quali sono, secondo te, le vie da battere per una gestione più razionale del ciclo dei rifiuti?
Non sono un esperto in materia. Tuttavia basta guardarsi intorno (nel senso più ampio del termine) per scoprire in tutto il mondo efficienti di sistemi di gestione che vanno nella direzione del concetto “rifiuti zero”, a partire dal concetto di riutilizzo, per passare a quello di differenziazione e riciclo. Semplici tecniche che potrebbero in poco tempo ridurre la massa conferita in discarica del 70-80%, anche a Roma.
Quelli che i gestori istituzionali della filiera dei rifiuti chiamano termovalorizzatori sono in realtà dei “termosvalorizzatori” delle materie seconde. Se infatti consideriamo la EROEI (Energy Returned On Energy Invested), ossia il rapporto tra energia ricavata ed energia spesa di una filiera che prevede l’incenerimento, questa valorizzazione in guadagno è una bufala. Infatti, l’energia ottenuta con l’incenerimento non compensa assolutamente la somma delle energie spese per estrarre le materie prime, per progettare e produrre gli oggetti, nonché per il trasporto e per l’incenerimento degli stessi.
Questi impianti possono sopravvivere solo grazie a incentivi statali ed a meccanismi per cui la “materia prima” da incenerire, contenente l’energia da estrarre, arriva senza spese. Cioè a spese della collettività che è quella che paga i costi dell’intera filiera, sia sottoforma di bollette che di quota parte delle tasse destinate agli incentivi.
Oltretutto la presenza di questi impianti, che per ammortizzare al massimo le spese devono bruciare enormi quantitativi giornalieri di rifiuti, ostacola la nascita di pratiche più sostenibili come il riutilizzo, la differenziazione ed il recupero, in quanto drenano voracemente tutti i rifiuti presenti nel territorio di ubicazione.
Dei danni ambientali ne abbiamo già parlato, rimane solo da dire che i residui dell’incenerimento non sono zero, non si distrugge il rifiuto completamente, ma come residuo del processo rimangono delle scorie che rappresentano circa il 20% del peso iniziale, oltre alle ceneri che ne rappresentano circa un 5%.
Qualcosa, se non risulta contaminato, può essere recuperato, come qualche metallo, ma molto deve andare in discarica come rifiuto speciale! Ma come, gli inceneritori non dovevano risolvere il problema delle discariche?
Un gestione corretta prevede prima di tutto una diminuzione alla fonte del rifiuto, con una minore produzione degli imballaggi, una cultura diffusa del riutilizzo, nonché tecniche di trattamento a freddo ed infine il recupero delle materie prime e seconde. E’ evidente che questo modello porta sicuramente a dei risultati più efficienti di una filiera che prevede l’incenerimento inquinante della materia.
Capisco che questi ragionamenti vanno contro la cultura del consumismo, necessaria all’accumulazione capitalistica, ma almeno noi che non ci guadagniamo niente, ma che anzi abbiamo tutto da perdere, perché costretti a vivere in ambienti sempre più inquinati, dovremmo cominciare a pretendere che i gestori istituzionali cambino indirizzo.
Certo, la cosa migliore sarebbe riprendere l’esperimento iniziato 76 anni fa dai nostri compagni spagnoli.


Note:

1)
Nel bilancio idrogeologico di un bacino, l'evapotraspirazione è quella quota di acqua che esce dal sistema per evaporazione o per traspirazione della copertura vegetale.

2)
Le fosse imhoff sono la versione moderna dei vecchi "pozzi neri".

3)
Per acquifero s'intende la roccia serbatoio che contiene la falda.

4) L'area di ricarica della falda è quella parte di superficie terrestre dove, l'acqua meteorica che si infiltra, va ad alimentare la falda stessa.

5) Si tratta di tubi collocati (mediante esecuzione di un foro di sondaggio) verticalmente nei terreni; la loro funzione è quella di controllare sia il livello che la qualità delle acque di falda.

A cura de Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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