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Berlusconi in Palestina

Berlusconi in Palestina

(4 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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PRAGMATISMO E AUTONOMIA DI PENSIERO POLITICO

(12 Ottobre 2012)

Per una pragmatica riflessione sul ritorno della sinistra d'alternativa, autonoma e antagonista, in Parlamento è necessario mettersi in connessione con quelle soggettività che hanno deciso di utilizzare l'esperienza elettorale per far sentire le proprie voci nelle massime assemblee elettive.
Una occasione, quella elettorale, di sacrosanto utilizzo anche al fine di ottenere una necessaria visibilità.
E' d'obbligo assumere con concretezza che la lunga fase che stiamo attraversando in Italia, avviatasi con l'avvento del maggioritario, si è intersecata -con pessimi quanto prevedibili esiti- con la crisi economica del mondo capitalistico.
Le politiche assunte in questi decenni hanno riportato la classe lavoratrice (ma verrebbe da dire anche quella che dovrebbe lavorare...) a condizioni ben peggiori di quelle degli anni 50/60 (si pensi allo smantellamento della legge 300). L'elenco delle nefandezze portate avanti dai partiti e dai “tecnici” che si sono susseguiti al governo sarebbe troppo lungo, e sicuramente non completo. Diamolo per conosciuto ed acquisito come dato tanto reale quanto violento, specie se -come qui si intende fare- ci rivolgiamo a quanti hanno cercato di contrastarlo, nelle piazze come nelle fabbriche e nelle scuole con un modello anticapitalista.
Ora si tratta di capire se esista la possibilità di coagulare forze con forte identità comunista “al di là degli steccati” per creare un patto elettorale che assuma in se' due valori imprescindibili, preceduti dalla consapevolezza che una presenza parlamentare consentirebbe un luogo di grande risonanza e una tribuna irrinunciabile, oltre ché ristabilire un principio elementare e valido anche nella più borghese democrazia.
Non conosciamo il tipo di legge elettorale con cui voteremo ma restiamo convinti che il primo valore consiste nel ridare voce alla rappresentanza sociale che si intende interpretare.
Il secondo è che la somma delle varie identità non può significare perdita di connotazione. Per quanto mi riguarda le ortodossie sono sempre una buona fonte teorica e di pratica politica in termini strategici, ma credo anche che non devono aver timore di mettersi in connessione tra loro se l'obiettivo è dare scacco, almeno su questo piano, ad un sistema che vorrebbe mantenere come residuale e marginale – se non addirittura annullare - la rappresentanza politica di interi strati della popolazione.
Parafrasando il “marciare separati e colpire uniti”, credo che l'obiettivo da raggiungere non possa non essere messo tra le priorità del breve periodo.
Infatti non si tratta ancora di dar voce o credito a ipotesi di costruzioni unitarie se non nell'espressione d'opposizione.
Sembrerà forse un programma eccessivamente minimalista, ma ad oggi non abbiamo in campo neppure lontanamente ipotesi che possano arrivare realisticamente ad un simile livello di base.

Patrizia Turchi

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