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(28 Gennaio 2011) Enzo Apicella
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La "legge di stabilità": un nuovo massacro sociale

La necessità di unificare le lotte
per respingere i "bastoni" del governo

(18 Ottobre 2012)

Verso la manifestazione del 27 ottobre

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Il governo Monti presenterà al parlamento una legge finanziaria - chiamata beffardamente "legge di stabilità", espressione edulcorata che poco si addice a uno Stato e a un'economia nazionali che di stabile hanno ben poco - che prevede un taglio pari a 12 miliardi di euro alla spesa pubblica. E' una manovra simile a quella che i premier di altri Paesi europei stanno varando in queste settimane, dalla Spagna al Portogallo alla Grecia. Ma, mentre in quei Paesi le manifestazioni di massa contro i tagli del governo sono all'ordine del giorno, qui da noi non sembra ancora innescarsi una risposta all'altezza dell'attacco in corso. E' utile interrogarsi sul perché, anche al fine di individuare un'alternativa alla grottesca pace sociale che sta accompagnando uno dei più pesanti attacchi della storia alla classe lavoratrice nel nostro Paese.

Solo bastoni: le carote per i lavoratori sono finite
Il ministro dell'istruzione Profumo, nel difendere la proposta di aumentare di 24 ore al mese a parità di salario l'orario base degli insegnanti - cosa che comporterebbe il taglio di altre decine di migliaia di posti di lavoro che vanno ad aggiungersi ai 180 mila posti di lavoro persi nella scuola per i tagli della Gelmini - ha esplicitato la strategia d'azione sua e del governo di cui fa parte: "credo veramente che il Paese dobbiamo un po' allenarlo, dobbiamo usare un po' di bastone e un po' di carota, qualche volta dobbiamo utilizzare un po' di più il bastone e un po' meno la carota, altre volte viceversa ma non troppa carota". Il ministro dimentica un particolare importante: il governo non ha più carote da distribuire ai lavoratori, ai tantissimi disoccupati, agli studenti.
Lo dimostra questa ultimissima manovra finanziaria, che prevede un taglio da più di un miliardo al sistema sanitario nazionale, già pesantemente colpito dalla spending review di luglio: vengono ulteriormente ridotte le spese per l'acquisto di beni, servizi e dispositivi medici, a cui andrà ad aggiungersi un altro ridimensionamento dei posti letto negli ospedali per opera delle regioni (che subiscono un'ulteriore stretta di più di 2 miliardi, che si tradurrà in tagli ai servizi, sanitari in primis). Se si sommano ai tagli di Monti quelli di Tremonti, si ricava che in un solo anno la Sanità italiana ha subito tagli pari a 13,7 miliardi (senza contare i tagli delle spese di competenza delle regioni).
Il pubblico impiego con questa manovra subisce ancora un pesantissimo attacco: blocco dei contratti (e degli aumenti) fino al 2014, blocco dell'indennità di vacanza contrattuale (cioè di una parte della retribuzione erogata dallo Stato nel periodo che intercorre tra la scadenza di un contratto e il suo rinnovo), addio definitivo ai recuperi delle tornate contrattuali perse. In parole più semplici, questo significa che le già misere buste paga dei dipendenti pubblici non solo non vedranno aumenti ma, al contrario, saranno ulteriormente ridotte. Fanno eccezione, guarda caso, i dirigenti (quelli con retribuzioni pari a centinaia di migliaia di euro, che hanno proprio in questi giorni visto riconosciuto dalla Consulta l'illegittimità del taglio del 5% delle loro retribuzioni per "irragionevole effetto discriminatorio").
L'operazione "cieli bui" - in virtù della quale è previsto lo spegnimento dell'illuminazione durante le ore notturne per risparmiare sulle spese dell'elettricità - completa questa manovra: il cielo sopra le teste di milioni di proletari è sempre più buio.

Ecco a chi vanno le carote!
Mentre il governo chiede continuamente sacrifici a chi non ha più nemmeno i soldi per comprarsi il pane, effettivamente c'è qualcuno che continua a ricevere succulente carote. E non si tratta tanto e solo dei "deputati" e dei "politici", le cui nefandezze ora sono sotto gli occhi di tutti. C'è qualcuno che continua a ricevere carote d'oro zecchino dal governo, e lo fa senza che nessun giornalista - né quelli della stampa borghese illuminata né quelli che hanno intrapreso crociate contro la "casta dei politici" - gridi allo scandalo. Sono i capitalisti della grande industria, i banchieri, i grandi azionisti, cioè coloro che hanno sempre avuto in dono dai governi loro amici - da Prodi a Berlusconi a Monti, indifferentemente - centinaia di miliardi di euro, sia sotto forma di finanziamenti diretti (come i soldi erogati nel piano di salvataggio delle banche o negli incentivi alla Fiat) sia sotto forma di finanziamenti indiretti (come nel caso degli ammortizzatori sociali, con i quali lo Stato ha pagato gli operai al posto dei padroni). Per fare un esempio recente, il famigerato decreto "Salva Italia", del dicembre 2011, mentre innalzava drasticamente l'età pensionabile e introduceva la famigerata Imu, stanziava 700 milioni come "misura di sostegno alle banche nel contesto della crisi finanziaria". Così, quest'ultima "legge di stabilità", mentre bastona a sangue le schiene già spezzate dei lavoratori, regala ancora soldi a investitori e speculatori: per le loro tasche già gonfie vengono stanziati ben 790 milioni per la realizzazione del Tav Torino-Lione e oltre 1,2 miliardi di euro per il Mose a Venezia. Carote d'oro a pochi capitalisti che devastano l'ambiente, bastonate a sangue per milioni di lavoratori.

Il ruolo delle burocrazie sindacali
Ma torniamo alla domanda iniziale. Perché, nonostante questo massacro sociale, in Italia non assistiamo alla risposta di lotta e di massa che vediamo in altri Paesi colpiti da misure analoghe? Le lotte sono state in questi mesi varie e in qualche caso radicali: dalla dura lotta degli operai della Irisbus e dell'Alcoa a quella altrettanto radicale degli operai della Jabil di Cassina de' Pecchi, dagli scioperi degli immigrati alle lotte degli operai dell'Esselunga e di Basiano, fino alle mobilitazioni degli operai Fincantieri, dei no-Tav, dei precari della scuola, degli studenti, dei lavoratori di Taranto contro i licenziamenti all'Ilva. Ma sono lotte che per ora sono rimaste divise e frammentate, in alcuni casi condotte in un vicolo cieco dalle burocrazie sindacali, che hanno firmato accordi al ribasso cantando la litania del "non possiamo fare nient'altro".
E' proprio, paradossalmente, il fatto che la classe lavoratrice italiana è la più sindacalizzata d'Europa che contribuisce a determinare questa situazione. Sono circa 15 milioni gli iscritti alle tre confederazioni sindacali concertative Cgil, Cisl e Uil (6 milioni iscritti alla Cgil, la più grande numericamente). Questo determina un peso enorme degli apparati burocratici di questi tre sindacati che - anche in virtù del rapporto privilegiato con lo Stato che ne tutela i privilegi - hanno una grande capacità di controllo sulla classe lavoratrice nel nostro Paese. E questi apparati burocratici, che mirano anzitutto alla propria conservazione, stanno ponendo un freno fortissimo alle mobilitazioni. La radicalizzazione delle lotte è, infatti, vista come un nemico da esorcizzare da chi, negli apparati burocratici, vive di piccoli o grandi privilegi: la conservazione dello status quo diventa la premessa per la conservazione di questo strato di parassiti.

Le manifestazioni del 20 e del 27 ottobre
La Cgil, il principale sindacato italiano, in virtù del suo legame con il Pd (che appoggia il governo Monti), non solo si è rifiutata di proclamare scioperi generali contro le "riforme" delle pensioni e del lavoro, ma anche oggi - mentre sottoscrive rinnovi contrattuali che smantellano di fatto la contrattazione collettiva, come nel caso del rinnovo del contratto dei chimici - si limita a convocare un presidio il 20 ottobre a Roma, sulla base di una piattaforma che è ben difficile distinguere dalle dichiarazioni di Confindustria: politica industriale a favore degli investimenti, proroga degli ammortizzatori sociali, "allentamento" del patto di stabilità per permettere ai Comuni di completare le opere infrastrutturali (cioè per permettere ai Comuni di saldare le spese con le imprese). La rivendicazione più "radicale" è "detassazione delle tredicesime", come se qualche euro in più in busta paga una tantum permettesse di risolvere i problemi degli operai che non arrivano a fine mese. E' una manifestazione a supporto del Pd e delle sue manovre di governo ed elettorali, alla quale purtroppo parteciperanno molti lavoratori convinti a torto di scendere in piazza contro il governo Monti.
Una settimana dopo, il 27 ottobre, si svolgerà invece una manifestazione - il "No Monti Day" - promossa dal Comitato No Debito di Giorgio Cremaschi. E' una manifestazione convocata con modalità, purtroppo, non democratiche, in parte speculari a quelle delle burocrazie sindacali: il Comitato No Debito è rimasto di fatto un intergruppi, in cui i leader di vari partiti e sindacati, cooptati da Cremaschi, decidono dove e quando convocare le manifestazioni. L'importante occasione di lanciare un grande movimento per il non pagamento del debito anche in Italia è rimasta in gran parte tradita, perché non ha dato vita, per volontà dei promotori, a un reale processo di costruzione di strutture di base nelle città.
La manifestazione del 27 ottobre, inoltre, è convocata sulla base della piattaforma riformista elaborata da Cremaschi e calata dall'alto, senza che vi sia stato alcun percorso di discussione che coinvolgesse le migliaia di lavoratori e giovani che condividono la parola d'ordine del non pagamento del debito e che potrebbero essere coinvolti nello sviluppo di una reale mobilitazione. E' una piattaforma che rivendica la possibilità di riformare il capitalismo nel momento in cui questo sistema economico è in piena putrefazione. E' una piattaforma che, anziché rivendicare l'esproprio senza indennizzo della grande industria e delle banche, propone di porre "forti vincoli" alle multinazionali; che propone una "rivoluzione per la democrazia" e un "drastico taglio alle spese militari" (nemmeno quindi la loro abolizione). E', appunto, un programma che pretende di riformare il capitalismo con misure neokeynesiane, anziché avanzare rivendicazioni che ne implichino l'abbattimento. Per questo il Pdac non ha sottoscritto quella piattaforma (a differenza di altre organizzazioni politiche, che pure a parole si definiscono "rivoluzionarie", che invece l'hanno accettata in silenzio in cambio di un po' di visibilità mediatica) ma si attiverà per la migliore riuscita di quella manifestazione e sarà a Roma il 27 ottobre per proporre l'unico programma realistico di fronte alla crisi del sistema capitalistico: unificare le lotte e le vertenze in uno sciopero generale europeo, espropriare senza indennizzo e sotto controllo operaio la grande industria e le banche, cacciare Monti per un governo operaio.

Fabiana Stefanoni - Partito di Alternativa Comunista

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