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(27 Ottobre 2012)

Giordania, Marocco, il Golfo. Fermenti e proteste si registrano ovunque e gli sviluppi in qualche caso si annunciano interessanti. Ma giornali, radio e tv li ignorano

newsprimcoppoc

foto dal sito www.guardian.co.uk

di Francesca La Bella

Roma, 27 ottobre 2012, Nena News - Da mesi i telegiornali ci mostrano le immagini di una società araba in (apparente) divenire. Egitto e Tunisia, Libia e Siria sono i casi più conosciuti, ma ad un occhio attento non sfugge che il processo ha investito quasi tutti i Paesi dall'Atlantico al Golfo Persico. In quest'ottica è interessante analizzare la situazione di quelle che possono essere definite le monarchie dell'area, o almeno buona parte di esse. Marocco, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait: Paesi diversi sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale, ma accomunati dall'essere retti da un sovrano e dall'apparente capacità di contenere le proteste. Anche se in misura minore, anche in questi Paesi si è assistito a manifestazioni contro i governi sfociate, in alcuni casi, in scontri violenti, ma le notizie in merito sono state ridotte. Si possono indicare alcune motivazioni di questo atteggiamento da parte dei media. In primo luogo, in questi Paesi, mancava un'opposizione forte ed organizzata che gestisse una protesta di lungo termine e che pianificasse il cambiamento della società. D'altra parte i governi in carica hanno cercato, a seconda delle proprie attitudini e possibilità economiche, di attuare un controllo preventivo e contingente delle proteste attraverso riforme, investimenti e limitazione della libertà di espressione. La sinergia di questi processi ha fatto si che, per un lungo periodo, la situazione nelle monarchie sia apparsa come pacificata e, quindi, poco significativa per i media. Ad oggi la situazione è, però, mutata.

In Giordania le modeste riforme fatte a partire dall'inizio del 2011 non hanno impedito alla principale opposizione interna al Paese, i Fratelli Musulmani, di accrescere il proprio seguito. L'esistenza di un'opposizione più strutturata ha fatto si che, nel momento dello scioglimento del parlamento da parte di re Abdallah II, 50 mila persone abbiano riempito le piazze di Amman per chiedere autentiche riforme politiche e sostegno economico statale in una fase di crisi globale.

Parallelamente il Marocco, Paese più volte portato come esempio di transizione controllata verso la democrazia, nonostante i piani di riforma della Costituzione, le elezioni anticipate e gli incrementi dei salari che hanno permesso a re Mohamed VI di rimanere parzialmente immune ai venti di rivoluzione, si sta avviando verso una fase critica della sua storia. Se le timide aperture iniziali hanno momentaneamente attenuato le proteste, con l'approfondirsi della crisi economica, il sovrano teme che la popolazione, mai realmente sopita, si risvegli. Per evitare che questo avvenga il governo ha avviato programmi di finanziamento della spesa pubblica che hanno fortemente inciso sulle casse statali. E' probabilmente per questo che il 16 ottobre il sovrano è partito per un viaggio nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

L'idea di una collaborazione con i Paesi del Golfo è nata ormai da tempo. Già ai prodromi della Primavera, infatti, Marocco e Giordania erano state invitate a far parte del CCG. Per quanto il progetto sia sfumato, in questo anno si è assistito ad un flusso continuo di finanziamenti dal Golfo verso il Mediterraneo.

A tal proposito è importante sottolineare come la Primavera abbia inciso anche a livello interno nei Paesi del CCG. Per quanto riguarda l'Arabia Saudita, se inizialmente gli investimenti nel settore pubblico e le politiche repressive hanno permesso al sovrano di tenere sotto controllo le proteste, ad oggi sembrano aprirsi nuovi scenari di rivolta. A seguito dell'arresto a fine giugno del leader religioso sciita Shaikh Namar, la tensione nella regione occidentale, a maggioranza sciita, è stata tale da far riaffiorare volontà secessioniste. Nemmeno la famiglia Sauud può considerarsi, quindi, immune al pericolo di una nuova ondata di proteste.

E così è stato anche per il Kuwait. Se all'inizio del 2011 con 3500$ per ogni cittadino e beni di prima necessità distribuiti gratuitamente l'emiro Sheikh Sabah al-Ahmad al-Sabah riuscì ad ottenere un'apparente calma, solo pochi giorni fa una manifestazione contro la scelta di sciogliere il parlamento si è conclusa con centinaia di feriti e decine di arresti tra i manifestanti. C'è da chiedersi, alla luce di tutto questo, se una reale riconciliazione sia mai stata raggiunta o se la commistione tra debolezza delle opposizioni, riforme e repressione abbia semplicemente posticipato lo scoppio delle rivolte. Ora che i moti sembrano riprendere vita sarà interessante vedere se raccoglieranno l'appoggio dell'Occidente e l'attenzione dei media o se verranno nuovamente trascurati per non condizionare la stabilità di Paesi chiave dal punto di vista geopolitico.

Nena News

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