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Cronache Bolivariane/3

corrispondenza di Fulvio Grimaldi da Caracas

(24 Agosto 2004)

Questa e' una città bellísima, abbruttita dal potere ma riscattata da questa sua umanità variopinta, nel senso etnico-estetico del termine, che mimetizza la devastazione cementizia - magniloquenza fascistoide del dittatore Hímenes, speculazione alla Ciancimino del ladrone Carlos Andres Perez, velleità manhattiane dell'ultimo sovrano della Quarta Repubblica, Caldera, sopraffatto da Chavez e dalla rivoluzione della Quinta - con la sua pervasiva e allegra motilità, una nuova-antica musica che permea calcestruzzi e asfalti, lo sconfinato rosso della testimonianza revoluzionaria in tessuto di maglia e di bandiera, il formicolio dell'economia informale che secerne trovate e trovatine sempre nuove. E' una città che corre per il lungo, con per spina dorsale un rapido, elegante e mortalmente condizionato metrò,sempre zeppo di gente, mamme con bimbi disinvolti, già un po' bolivariani, tutti sempre premurosi e gentili. Come un fiume ha, sulle sponde ripide, la pioggia delle favelas, qui ranchos, rosse di tegole e traforati che, col procedere da ovest a est, degenerano in villette e villone dei quartieri alti. E' un percorso di classe e, qui piu' che altrove, antropologico,quello lungo il metrò da ovest a est. Prima Sucre, groviglio di superfetazioni tuguriali e improvvisazioni edilize nate fatiscenti, ora in rapido risanamento, 90% chavisti, proletari e anche quelli che qualcuno con scarsa equità definì "lumpen", straccioni un po' malviventi, sottoproletari, ma che qui sono l'ossigeno della rivoluzione altrochè, dopo le forze produttive di Lenin, Stalin e, ahinoi, moderate da Togliatti, dopo la rivoluzione possibile anche con i contadini senza passare per il capitalismo, almeno fino a Mao, rivoluzione di sottoproletari e soldati, poi di contadini e poi di operai. E pare che funzioni. Poi Bellas Artes, Capitolio, Plaza Bolivar e Plaza Candelaria, cuore commerciale, microcommerciale, dei servizi, piccole imprese, pubblico impiego, focosamente chavista anch'esso, più da ideología che da bisogno. La transizione nei quartieri Sabana Grande e Chacaito, dove tutto si mescola ed emerge quel ceto medio urbano che la rivoluzione vorrebbe "positivo", ma che ancora si fa fatica a sottrarre ad aspirazioni e condizionamenti culturali fasulli. Quinde l'orrore post- e neocolonialista creolo di Altamira e La Castellana, zeppo di grottescherie alla Telefoni Bianchi, con le ghette, o con i cappelli alla principessa Margaret, in stile anni '30, ma subitissimamente disponibili a precipitarse al di sotto di ogni stile, nella barbarie di una volgarità tutta borghese, desposta a tutto pur di tenere il tacco sul collo degli altri, quelli meno bianco-lividi, meno malati, meno degradati in deriva genetica e intellettuale. Sono, dal punto di vista fisico i più brutti, peggio assai anche dei drop-out barbuti e barboni che ancora di notte rovistano nei monti di basura, ancora sfuggiti a quegli incredibili programmi - misiones - di emancipazione sociale che la rivoluzione, con grande aiuti umani cubani, ha iniettato nella società: sanità, istruzione, alfabetismo, casa, terra, sport, cultura.

Il casino che vanno facendo i sopravvissuti dello sfacelo borghese, sempre foraggiati e istigati dai vampiro planetario del Nord, per quanto buon viso a cattivo gioco vadano facendo in questi giorni del trionfo irrimediabile di Chavez, nasce dalla coscienza di essere cadaveri insepolti, un film dell'orrore girato e rigirato alla disperata, con l'innesto ematico flebizzato da Washington, scienziato pazzo che non demorde e manda la sua creatura a sfogare la sua impotente mostruosità sulle forme di vita che invece fioriscono. Hanno chiesto, con pretesti da farsa, di verificare i risultati del referendum, divenuto da revocatorio imperiosamente confermativo, l'hanno chiesto in forma irrituale, senza ricorrere alla Corte Suprema con tanto di argomenti minimamente credibili, solo pestando nevroticamente i piedi agganciati a quel "vedremo, una volta dissipati i dubbi e le ombre" dei furbi statunitensi, dei vili europei, della fetida Chiesa cattolica, immemore dei crimini inflitti alle genti di questo continente. Generosamente, ma anche sicurissima del fatto suo, la Commissione Elettorale Nazionale (tre membri onesti, due assoldati dall'elite fascistoide e golpista) e gli Osservatori Internazionali, compresi gli ex-amici fidati dell'oligarchia, Centro Carter e OSA, ora rinnegati (fecero il diavolo a quattro per far riconoscere un milione circa di firme di deceduti e replicanti per imporre il referendum) hanno accettato. Hanno tirato a sorte 150 seggi, sono usciti gli stessi identici risultati offerti dall'elettronica, anzi, ulteriori conteggi di sezioni con procedimento manuale hanno portato la quota dei NO dal 58,25% al 59,60%. E allora hanno disconosciuto anche questa verifica, hanno disconosciuto tutto, anche che a mezzogiorno sono le dodici, e hanno proclamato la delegittimazione del governo.

Non scherziamo, sono diventati più pericolosi. Il 26 settembre si giocano quanto rimane, cioè niente. Ci saranno quelle che qui chiamano elezioni regionali, quelle nei 22 Stati, in ognuno dei quali ha vinto Chavez (perlopiù con percentuali del 65-75%, bravi contadini, indigeni, cooperative, meno nei grande agglomerati urbani) e, sull'onda di quanto è successo domenica 15 agosto, è assolutamente prevedibile che la rivoluzione, finora a capo di soli 13 Stati, li conquisti tutti quanti . E allora sarà la fine davvero: la omogenizzazione rivoluzionaria del paese, lo sradicamento dei caudillo che hanno governato su piedistalli feudali di privilegio e corruzione, sistematicamente mettendo i bastoni tra le ruote al lavoro rivoluzionario, all'emancipazione sociale delle campagne dei militanti bolivariani: circoli, pattuglie, unità di battaglia, così si chiamano, con buona pace di Lidia Menapace. Linguaggio militaresco? Ebbene sì, linguaggio da combattimento e se non è combattimento quello che queste masse e le loro organizzazioni conducono contro l'imperialismo e i locali golpisti fascisti pronti a tutto, che gli hanno sequestrato il capo democraticamente sette volte eletto, che gli hanno inflitto una serrata padronale pari a un embargo di taglio iracheno, che hanno disseminato terrorismo per le strade del paese, che hanno cospirato con la Cia e con il Mossad, che hanno assoldato killer, che brigano con il mafiopresidente colombiano per squartare la propria nazione, e che da sempre hanno rubato, rubato, rubato...

Oggi questa marmaglia da Notte dei morti viventi, vista la tenaglia in cui si trova incastrato il padrino Bush tra criminalità organizzata di Miami, che reclama il pagamento del debito contratto con il golpe elettorale della cosca sion-fascista del gennaio 2000, e prezzo del petrolio che la fantastica resistenza irachena infligge alle sue speranze novembrine di rielezione e il cui calmiere solo Chavez può assicurargli, pensa di poter forzare la mano agli USA lacerando le vene del paese. Mendoza, governatore dello Stato di Miranda e capo della cosiddetta Coordinadora Democratica, cupola mafiofascista dell'opposizione, e Cisneiros,berlusconide mediatico, si sono precipitati in Florida a raccattare sostegno al terrorismo. Si tratta di mandare in vacca le elezioni di fine settembre, niente più elezioni visto che le vincono gli altri, è la tradizionale lezione della classe dirigente USA. E allora che si spari nelle strade, che i deputati dell'opposizione vadano sull'Aventino, che si ricuperi tra gli amici nel pianeta una fiducia, ora persa per la disfatta, attraverso la delegittimazione istituzionale, che si torni a parlare del "colonello golpista", dell'autoritarismo pseudodemocratico del tiranno, delle brigate armate clandestine a promozione della rivoluzione....

C'è già un precursore. L'Italia, come spesso di questi anni e decenni, fa una figura di merda. E mica il governo, mica i forzaitalioti, anzi, hanno riconosciuto, sulla scia di tutto il mondo, la vittoria di Chavez, magari contorcendosi dagli spasmi. Qui c'è un giornale di destra, massimo organo dell'oligarchia, una specie di "Libero" con meno indegnità professionale, che si chiama "El Nacional", fonte prediletta, anzi, unica, dell'ANSA. Ieri pubblicava con fierezza, uno accanto all'altro due articoli omologhi. Uno di tale "famoso costituzionalista" Hermann Escarrà, faccia alla Bondi (e basterebbe), che, vista la caduta di tutte le opzioni per la rivincita, si rivolge alle Forze Armate e, democraticamente, le invita a ricordarsi che non devono essere "leali a un uomo, bensì alla nazione, specie quando le istituzioni sono delegittimate". Un chiaro invito al golpe e, se non funziona, ci sono sempre i paramilitari riabilitati e i militari di Uribe. Accanto, appunto, foto e parole, entrambe rivoltanti nel contesto, di tale Ignazio Vacca, dirigente dei DS, mi auguro, per il decoro della famiglia, non parente di Salvatore. Vacca, osservatore internazionale del referendum, non ufficiale per eccesso di sputtanamento, ma invitato e accreditato dalla Coordinadora, cioè da quelli del golpe dei 17 morti ammazzati, della serrata che ha fatto perdere 10 miliardi di dollari al paese e la salute a tanti deboli,degli attentati terroristici di questa primavera, del rifiuto di stare a qualsiasi regola del gioco. Un DS! Vi potete sbigottire solo se non sapete che fu preceduto qui come corifeo dell'oligarchia golpista da D'Alema, questo Vacca, che nell'intervista arriva a minacciare, dopo diffuse imprecazioni contro la "democrazia non articolata" dell'autoritario Chavez ed esaltazioni della politica sociale e inclusiva dei fantaccini Cia di Plaza Altamira (di cui apprezze le componenti progressiste), "l'intervento contundente della comunità internazionale" qualora Chavez non mettesse la coda tra le gambe.

Peggio di questo cialtrone diessino e del suo capo opusdeista solo il cardinale Castillo Lara, presidente emerito della Pontificia Commissione per lo Stato Vaticano, cui è stata messa a disposizione per certe farneticazioni revansciste addirittura la Radio Vaticana. Il prelato, che figura tra i papabili e sicuramente sarebbe degno del predecessore finto pacifista e disintegratore della Jugoslavia e dei poveri di America Indio-afro-latina, si dice sicuro del 65% per cento conquistato dal "sì" alla revoca di Chavez, illuminato come tanti dallo Spirito Santo, e afferma di sapere che ai poveri Chavez ha dato 60 dollari a testa perchè votassero "no". Moltiplicate 60 per quasi sei milioni e avrete gli introiti petroliferi del paese per un semestre. Costo un po' alto per uno che ha dietro da sei anni la maggioranza del popolo. Del resto, la conferenza episcopale del Venezuela non è stata da meno: guai a non dissipare i dubbi, a non cancellare le ombre del voto...

Ho parlato con tanti amici qui: Rodrigo Chavez, coordinatore nazionale dei Circoli Bolivariani, i soviet di questa rivoluzione, Hector Navarro, ministro dell'istruzione superiore, Efraim Andrade, ex-ministro e iniziatore della prima vera riforma agraria mai fatta in America Indio-afro-latina, il deputato Willian Lara, coordinatore nazionale del MVR, organizzatore straordinario della campagna elettorale, braccio destro di Chavez, i compagni del PCV, la coordinatrice nazionale della Scuola Bolivariana, pure una compagna, l'altro deputato Rafael Lacava. Una squadra di tutto rispetto per una rivoluzione di tutto rispetto. Se si appaiano ai nostri politici viene da farsi flagellanti. I loro giornali non si arrendono alla logica e alla disinformazione imperialiste: terrorismi, moltitudini, disobbedienze, menate varie. Dovreste vedere come la TV di Stato e il quotidiano della rivoluzione "Diario VEA" trattano la resistenza irachena, con che rispetto, con che dettaglio, con che gratitudine per questa eroica avanguardia della lotta antimperialista. Ieri, per esempio, paginone centrale e grandi servizi tv sul 60. anniversario della conquista di Parigi da parte dei partigiani francesi, grandi ricordi di Garcia Lorca, assassinato in questo giorno del 1936, e della battaglia rivoluzionaria dei repubblicani di Spagna. C'era pure la foto del comandante Luigi Longo. E ora qui ci si presenta un Ignazio Vacca! Non fanno confusione qui tra terrorismi e guerriglia, tra provocatori e resistenti e ogni Intifada è sacra fino alla vittoria.

Mi ha detto Rafael Lacava, che pure frequenta Bertinotti, Gennaro, anagraficamente Migliore, un Marco Consolo che si occuperebbe ( a noi pare un po' clandestinamente) di Sud America, di trovare inconcepibile che si possa stare insieme a un D'Alema che qui appoggia apertamente i fascisti, che ha bombardato e squartato la Jugoslavia, che accetta altre guerre. A questi venezuelani qui, non credo che i compagni di RC abbiano raccontato cosa dicono e fanno a proposito di Cuba (e di chi Cuba difende con l'arma della verità), o la massima del detto Migliore che "Intifada fino alla vittoria non sarà mai la nostra parola d'ordine". Non gli sarebbe convenuto... E, infatti, Lacava aggiunge: noi qui abbiamo vinto e da sei anni vinciamo perchè al popolo abbiamo proposto un programma totalmente alternativo, per una società totalmente diversa, non ci siamo confusi con i residui del vecchio regime, AD (Azione Democratica) o Copei (Socialcristiani, si fa per dire), con un corredo di ex-trotzkisti che ancora si chiamano "Bandera Roja" e altri fasulloni detti "MAS" (Movimiento al Socialismo), non siamo stati moderatamente diversi. Avremmo perso. A copiare ci si rimette sempre". C'era da pensare a Treu, Bersani, Turco, Fassino... e ai loro futuri alleati.

Ho fatto un bell'incontro ieri, al CNE (Commissione Elettorale Nazionale). La più importante figura della sinistra sudamericana, la più rivoluzionaria, quella che ai portoalegristi d'antan sbattè la porta in faccia quando questi no-global e disobbedienti rifiutarono la presenza di Fidel e delle FARC colombiane. L'anno dopo, poi, venne lì Chavez, fu un trionfo e dei disobbedienti si parlò sempre meno, con i risultati poi visti a Mumbai. Hebe de Bonafini, la madre delle Madri di Plaza de Majo, qui anche lei come osservatrice, accanto all'altro grande, Eduardo Galeano, mi racconta come fosse assai perplessa, anzi contraria, su Chavez, "per via delle sue origini militari". E aggiuge: "Ma da quando ho capito chi fosse Chavez, cosa volesse e cosa facesse, lo vedo con occhi ben diversi: Il suo è un processo che aiuta tutti noi latinoamericani, un processo rivoluzionario impegnato, intelligente e ingegnoso. Il presidente Chavez è un saggio, un tipo che se se ne ascoltano discorsi, si capisce quello che dice, si sente uno che sa molto, che ha letto, che si spiega in modo che lo si comprenda. Sono pochi i presidenti che hanno queste qualità: Fidel Castro e Chavez, non ne conosco altri. E' così che vediamo il processo bolivariano con occhi assai positivi. Questo presidente non retrocede, va avanti, cammina, cammina, cammina... e avanza. C'è una bella diferenza, del resto, tra militari argentini e militari venezuelani. I primi vengono dalla borghesia, dai terratenientes, i secondi, da quando Chavez e i suoi vi lavoravano negli anni '80, sono figli del popolo, dei poveri e dei ceti medi". Del resto, arricciare il naso perchè uno viene dal militare, almeno da queste parti, è come arricciarlo di fronte a chi proviene da un ghetto nero.

Se lo dice Ebe. E quasi sei milioni di venezuelani...


CARACAS, 20/8/04

FULVIO GRIMALDI

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