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Crisi e fallimento del modo di produzione capitalista

(14 Novembre 2012)

Anteprima della rivista comunista di politica e cultura “nuova unità”

Più sacrifici fanno gli operai, i lavoratori e i pensionati proletari e più aumenta il debito pubblico italiano, il più alto in Europa dopo la Grecia.
Il 31 agosto 2012 ha raggiunto la cifra di 1975,63 miliardi di euro, debito che secondo il Fondo Monetario Internazionale è costantemente in crescita. Era del 106,1% del PIL nel 2008, il 116,4% nel 2009, salito al 119,2% nel 2010, arrivato nel 2011 al 120,7% e nel 2012 si prevede supererà il 125%.
A ottobre la disoccupazione in Italia è arrivata al 10,8%, e il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è arrivato al 35,1%, (dati Istat), mentre il tasso d’inattività si attesta al 36,3%.

Gli occupati ammontano a 22,937 milioni, di cui gli occupati maschi sono 13,412 milioni, e i disoccupati 1,5 milioni.
Le donne: occupate sono 9,525 milioni, 1,27 milioni le disoccupate.
Per gli uomini il tasso di disoccupazione sale al 10,1%, per le donne all'11,8%; il tasso d’inattività è al 26,1% per i maschi e al 46,3% per le femmine.

Dai dati del 2010, risulta che le famiglie in condizioni di povertà relativa sono l'11,0 per cento delle famiglie residenti; si tratta di 8,3 milioni di poveri, il 13,8 per cento della popolazione residente. La povertà assoluta coinvolge il 4,6 per cento delle famiglie, per un totale di 3,1 milioni di persone.

I dati sono preoccupanti anche in Europa, dove la disoccupazione nello stesso periodo ha raggiunto la soglia dell'11,6%, con i giovani senza lavoro, che salgono al 23,3%. (dati Eurostat).

I numeri dimostrano una realtà sociale potenzialmente sempre più conflittuale, ma che in Italia tarda a riempire di proteste le piazze. Cerchiamo di capire perché.

La realtà attuale dipende da scelte e dai risultati delle lotte fra le classi sociali. La storia ufficiale è sempre scritta dai vincitori, da chi detiene il potere economico, politico e militare. Certo, esiste anche una storia scritta dagli sconfitti, che però è oscurata.
La vittoria ideologica del capitale si manifesta oggi, proprio nel momento in cui si evidenzia il fallimento del sistema di produzione capitalistico. La borghesia imperialista internazionale negli anni passati ha scatenato, insieme alla guerra di classe, una grande lotta ideologica, politica, economica e teorica contro il marxismo e il leninismo, spezzando l’unità fra pensiero e azione, fra teoria e pratica.

Prima di questa crisi si è cercato di colpire la teoria della lotta di classe nei suoi cardini principali, distruggendo lo stesso concetto di classe. Col nazionalismo si è cercato di dividere la classe operaia e il proletariato, che sono una classe internazionale, in tante nazionalità ed etnie; poi hanno anche cambiato le categorie: non più operai ma risorse umane – non guerra ma interventi umanitari – non padrone ma datore di lavoro, individualismo e concorrenza invece di collettivismo e solidarietà, liberismo e privatizzazione invece di socialismo, abolendo quindi tutti i riferimenti di una società alternativa, presentando il capitalismo come “il migliore dei mondi possibili”.
Un mondo fatto di guerre e di sfruttamento in cui, anche con la partecipazione nel governo di partiti che si dichiaravano “Comunisti”, i borghesi sono diventati sempre più ricchi e i proletari più poveri. Un mondo in cui si produce per il profitto di pochi e non per soddisfare i bisogni degli esseri umani.
Con questa visione del mondo imperialista e sui propri interessi la borghesia ha arruolato anche molti cosiddetti ex sovversivi e “comunisti” che, quando sono andati al governo come in Italia, si sono subito abituati agli agi e ai buoni salotti borghesi dimostrandosi più guerrafondai dei reazionari, (vedi bombardamenti sull’ex Jugoslavia, Iraq, Libia, ecc).
I capitalisti, nella difesa dei loro interessi, sono meno ideologici e più pragmatici.
Cambiare tutto per non cambiare niente è da sempre il loro motto. Non si formalizzano sui nomi dei partiti, sono disposti a sostenere e finanziare chiunque garantisca loro il massimo profitto, arrivando a sostenere anche il “cambiamento” e nuovi partiti purché non si intacchi il loro potere e la continuità del sistema di produzione capitalista basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Crisi, repressione, guerre, conflitti fra operai e capitale sono inevitabili e sono una costante di questo modo di produzione basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma senza un’organizzazione che rappresenti gli interessi di tutta la classe proletaria - e non solo segmenti locali o settoriali - gli operai, e i lavoratori, la classe proletaria, sono alla mercé dei padroni. Ai padroni serve una forza lavoro completamente asservita all’ideologia dominante. La lotta di classe genera inevitabilmente conflitti che le istituzioni borghesi cercano di controllare e, quando i proletari mettono in discussione gli interessi e il potere borghese ostacolando la “pacifica e libera” accumulazione del profitto, reprimono senza pietà, uomini, donne, vecchi e bambini.
Il capitalismo può accettare dai proletari le lotte che rimangono all’interno delle compatibilità del sistema, non altre. Esso tollera, accetta e riconosce i sindacati confederali collaborazionisti che sostengono gli interessi aziendali e dell’imperialismo italiano nel mondo. Riconosce come interlocutori e sostiene i sindacati e i partiti che alimentano la concorrenza fra lavoratori (vedi Marchionne e la Fiat), che alimentano la divisione dei lavoratori e delle lotte dove ognuno lotta per sé, insinuando la falsa idea che in tal modo è possibile risolvere i problemi e che battendosi tutti insieme non si ottiene niente.
I mass-media in mano ai grandi gruppi capitalisti e alle banche propagandano e danno spazio solo alle lotte autolesioniste, che non mettono in discussione il sistema di produzione capitalistico.

Occorre organizzare una lotta generalizzata, che opponga classe contro classe, per la distruzione del sistema di sfruttamento capitalistico e per creare un sistema socialista in cui il potere e nelle mani della classe proletaria. Anni di delega alla politica parlamentare e al sindacato hanno contribuito a mantenere sottomessa al capitale la classe operaia e togliere protagonismo agli operai.
Il PCI del compromesso storico è stato un partito profondamente radicato nel tessuto sociale italiano, sostenuto dall’imperialismo e dai padroni e questo gli ha permesso di operare scientificamente (insieme ai sindacati confederali) come agenti della borghesia nel movimento operaio per combattere l’idea della rivoluzione e della società socialista. Dagli anni ‘80 è partito l’attacco incessante alle “conquiste” operaie e ai diritti frutto di grandi lotte e purtroppo la stragrande maggioranza dei compagni ha introiettato l’idea stessa della sconfitta e spesso non ha più neppure la lucidità sufficiente per inquadrare correttamente i nemici della classe.

Recuperare le categorie marxiste come strumenti di analisi della realtà e guida per l’azione è quello che serve oggi.
Dobbiamo ritornare alla nostra classe di riferimento, il proletariato, all’analisi di classe marxista perché non tutti i lavoratori e i disoccupati sono proletari. La crisi colpisce con i licenziamenti anche rappresentanti di altre classi sociali. Il manager, il dirigente o il caporeparto licenziati, che fino a ieri tiravano il collo a chi stava alla catena di montaggio in fabbrica o in cantiere, non fanno parte del proletariato; anche se vivono una condizione di precarietà o sono disoccupati non hanno condizioni materiali e sociali uguali all’operaio.

Michele Michelino - Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” (Sesto San Giovanni, Milano)

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