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Gli autoconvocati del PRC: “Bertinotti è un moderato che vuole solo fare accordi con il centrosinistra”

intervista a Germano Monti, membro del Comitato Politico Federale di Roma e portavoce degli autoconvocati del PRC

(30 Agosto 2004)

Quando è nata la vostra “corrente” di sinistra all'interno di Rifondazione e con quali finalità?

Non siamo una “corrente” del PRC, ma un movimento di base che, a partire da alcuni contenuti politici, si propone di rivitalizzare la democrazia interna al partito e la partecipazione alla formazione della linea politica. Nel movimento degli autoconvocati si riconoscono compagni e compagne con percorsi differenti, provenienti sia dalla minoranza di sinistra (quella che fa capo a Marco Ferrando, per capirsi), sia dalla maggioranza bertinottiana e dall'area degli emendamenti dell'Ernesto.

Abbiamo letto in uno dei vostri ultimi documenti una forte critica a Bertinotti perché, a vostro giudizio, il partito “approda a teorie e obiettivi apertamente moderati”. Trovate davvero Bertonotti così “moderato”? Quali responsabilità principali gli attribuite?

Non il solo Bertinotti, ma l'intero gruppo dirigente del PRC è responsabile del degrado della dialettica interna, dell'istituzionalizzazione del partito, malamente mascherata da una facciata “movimentista” in realtà assai strumentale, come ha dimostrato da ultimo il “caso D'Erme”. In questi anni il gruppo dirigente del PRC ha parlato molto di internità del partito al movimento, ma la verità è che si è sempre perseguita la strada del rapporto privilegiato con alcune associazioni (l'ARCI, per esempio, oppure ATTAC), arbitrariamente definite “il movimento”; contemporaneamente, si prendevano le distanze da importanti realtà di movimento poco compatibili con quel accordo di governo con il centrosinistra che è il solo vero obiettivo di Bertinotti. A questo proposito, è stata di una gravità inaudita la dissociazione della maggioranza bertinottiana del PRC dalla manifestazione nazionale unitaria dello scorso 8 novembre contro il Muro dell'Apartheid in Palestina e, più in generale, sono inaccettabili le ambiguità del partito nei confronti del necessario sostegno alla lotta di liberazione dei popoli palestinese ed iracheno.

Ma l'elenco delle responsabilità di Bertinotti e dei suoi è lunghissimo, va dalla costante diminuzione degli iscritti (molto più consistente di quanto non appaia dai dati ufficiali) alla collaborazione con le peggiori politiche liberiste e privatizzatici portate avanti da quelle giunte regionali e comunali in cui Rifondazione governa con il centrosinistra: da questo punto di vista, per esempio, i danni prodotti dalla partecipazione alla giunta Rutelli a Roma sono enormi. Dopo gli anni di governo del PRC con Rutelli, a Roma non esiste quasi più nulla di pubblico: totalmente o parzialmente, la giunta di centrosinistra più Rifondazione ha consegnato ai privati il trasporto pubblico e i servizi sociali, dopo aver venduto la Centrale del Latte e parte dell'azienda elettricità ed acqua (ACEA). E la situazione romana non è certo un'eccezione, anzi è stata presentata come il “laboratorio” che porterà all'accordo nazionale con il centrosinistra. Infine, voglio dire che non siamo solo noi a trovare Bertinotti “moderato”, ma i suoi stessi futuri partner. Vale la pena di ricordare quello che ha scritto nei mesi scorsi Giuseppe Caldarola, deputato DS molto vicino a D'Alema: “Bertinotti si presenta maturo per governare, con lui ci si può alleare senza paura. Non siamo più di fronte ad un antagonismo incompatibile, non siamo più di fronte a qualcuno da cui mi devo guardare”. La patente di moderato Bertinotti se la sta guadagnando sul campo.

Tutti i partiti diventano sempre più verticistici: qual è il tasso di “democraticità” all'interno di Rifondazione?

Molto basso, altrimenti non avremmo sentito il bisogno di trovare sedi di discussione diverse da quelle abituali del partito. Anche qui, gli esempi valgono più di mille analisi: il giornalista Fulvio Grimaldi viene licenziato in tronco da Liberazione perché reo di aver scritto un articolo su Cuba non in linea con il clima di linciaggio sobillato dai DS e dalla Margherita verso quell'esperienza; lo stesso Grimaldi viene poi sospeso dal partito perché reo di aver partecipato ad una manifestazione di dissenso verso Bertinotti in occasione della presentazione della cosiddetta “Sinistra Europea”; non solo circoli, ma intere federazioni ed ora l'intera Regione Calabria vengono commissariati perché non esprimono gruppi dirigenti graditi a Bertinotti ed ai suoi.

Si tratta di fatti tutti molto gravi, ma il fondo è stato toccato proprio con il cambiamento del nome e del simbolo del partito - la questione contro cui protestava Grimaldi, appunto - avvenuti in spregio dello statuto del partito, che stabilisce inequivocabilmente che nome e simbolo possono essere cambiati solo da un Congresso, come avvenne dopo la scissione cossuttiana, quando il Congresso aggiunse alla vecchia dicitura “Partito Comunista” il termine “Rifondazione”. Non è una banale questione di forma: nemmeno Occhetto si permise di cambiare nome e simbolo del vecchio PCI senza un congresso, che è il principale momento di partecipazione alla vita democratica di un partito. Ormai, gli iscritti vengono a conoscenza della linea del partito dalla stampa e dalla televisione: un bel giorno Bertinotti dice che la Resistenza è stata “angelizzata”, un altro che vorrebbe vedere in faccia uno che vuole un partito marxista o leninista, un altro ancora che il nostro riferimento ideologico è il Mahatma Gandhi...francamente, trovo che sia una situazione intollerabile anche sotto il solo profilo della dignità personale.

Le vostre critiche a Bertonotti potrebbero anche sfociare in un disimpegno elettorale alle regionali del 2005 e alle politiche del 2006... o addirittura in una scissione?

Ogni volta che si presenta un dissenso dalla linea di Bertinotti, lo spettro di una scissione viene puntualmente evocato da esponenti del gruppo dirigente per spaventare gli iscritti e richiamarli all'obbedienza. Sia chiaro una volta per tutte: noi stiamo agendo all'interno del partito, con l'obiettivo esplicito di opporci alla deriva revisionista e governista del gruppo dirigente. Detto questo, nell'imminenza di un Congresso decisivo che di fatto sta iniziando, è impossibile predeterminare gli esiti di un confronto e di uno scontro che saranno durissimi; quel che è certo è che in Italia non mancherà mai una forza comunista autonoma dal riformismo centrista. Non è mai successo nella storia di questo Paese e non succederà nemmeno ora.

A quali condizioni credete che Rifondazione possa stringere alleanze con l'Ulivo?

Nell'improbabile caso che l'Ulivo decida di adottare una politica di rottura netta con le scelte nefaste dei governi Dini, Prodi, D'Alema e Amato in materia di economia, politiche sociali e politica internazionale, personalmente non avrei obiezioni di principio ad un accordo. Ma stiamo parlando di fantascienza: persino il candidato premier proposto è sempre lo stesso! Infatti, il solo a parlare di “novità nel centrosinistra” è proprio Bertinotti, che deve inventarsi qualcosa per rendere credibile un percorso politico che parte dalla rottura con il governo Prodi, passa per l'internità ai movimenti, dichiara la necessità di rompere la gabbia dell'Ulivo e la morte dell'Ulivo medesimo, per concludersi con un Ulivo miracolosamente risorto e cambiato ed un ritorno al governo Prodi. Qualcuno ha definito il percorso di Bertinotti come una specie di gioco dell'oca, in cui si torna alla casella di partenza.

Naturalmente, nessuno pensa di sottrarsi alla necessità di contribuire alla sconfitta di Berlusconi e delle destre, ma gli strumenti per partecipare a questa impresa sono molti, non è necessario accodarsi al carrozzone di Fassino, Rutelli e Mastella, distruggendo l'autonomia politica dei comunisti e privando il Paese di un'opposizione di sinistra.

Pensate sia possibile procedere ad una federazione di tutta la sinistra insieme a PDCI e Correntone DS?

Il paradosso è che con queste forze - ed altre, come i Verdi, i sindacati di base, centri sociali e associazioni, nonché pezzi dello stesso PRC - si è dato vita ad esperienze importanti, come le grandi manifestazioni a sostegno della lotta di liberazione palestinese e il Coordinamento nazionale per il ritiro dei militari italiani dall'Iraq, dove i bertinottiani brillano solo per la loro assenza. Siamo arrivati al grottesco di un Bertinotti che proclama l'intenzione di avviare una grande raccolta di firme per il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq, quando quella raccolta è in atto da mesi, le firme sono già più di centomila e all'iniziativa partecipa tutta la “sinistra alternativa” tranne i bertinottiani del PRC.

Per il momento, più che ad una federazione penso ad un rapporto che si misuri sugli obiettivi e sulla comunanza di intenti; in altre parole, l'esatto contrario di quello che propone Bertinotti, cioè addirittura un accordo di governo a scatola chiusa, senza l'individuazione di punti programmatici precisi perché, tanto, ci penserà “il movimento”. Credo che questa politica non solo sia sbagliata, ma non sia nemmeno seria.

intervista raccolta da Stefano Delendati
(www.dilloadalice.it del 18/08/2004)

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