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No Tav

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(12 Aprile 2012) Enzo Apicella

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Il manganello e lo scarpone

(8 Dicembre 2012)

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Qualcuno la racconta come fosse una storia di treni: da tanto tempo questa è una storia di gente. Gente che ha scoperto, con pazienza, fatica e un pizzico di azzardo che l’ordine della cose non è disegnato una volta per tutte. Governo, politici e poliziotti tracciano la geometria del potere, quella che disegna i muri e le recinzioni che separano, dividono, chiudono.
Chi si mette gli scarponi e cammina per i sentieri di montagna sa che la strada della gente è fatta di passi che si incrociano, di tracce nel bosco che vivono perché c’è chi le percorre e ne ha cura. Sa che frontiere e filo spinato possono essere buttati giù, che gli uomini in armi messi a guardia possono essere cacciati.
Lo abbiamo imparato sette anni fa, tra le neve della Repubblica di Venaus e i sentieri del giorno dell’immacolata ribellione.
In questi sette anni chi vuole imporci il Tav ha lavorato per dividerci e per fiaccare la nostra resistenza. Hanno usato le armi della politica ma hanno comperato solo una manciata di politici di professione. Poi la parola è passata al manganello e al gas, ai poliziotti e ai giudici. Hanno usato la violenza e la paura. Ma non ci hanno piegato.Sono stati molto più abili e accorti di sette anni fa. Sono andati piano. Hanno giocato sulla crisi per buttare sul piatto il ricatto del lavoro. Un bluff, ma efficace per chi non ha argomenti ma solo qualche abile e ben pagato venditore di fumo e frottole.

Sanno che non cambieremo idea ma sperano che ci rassegniamo, che cediamo di fronte alla forza, alla difficoltà di bloccare i lavori alla Clarea.
Hanno scelto con cura il posto dove fare il tunnel geognostico. Un’area poco abitata, lontano dalle case e dagli occhi dei più, un posto perfetto per un’occupazione militare. Sperano che il movimento si estenui nell’assedio del cantiere militarizzato.
Non accontentiamoli!
Le lotte e i movimenti durano quando segnano punti all’avversario. Le sconfitte alla lunga logorano.
Non siamo più nel 2005. Allora si andò di slancio e il governo venne preso alla sprovvista: c’era in noi tutta la forza della prima volta, l’insurrezione si fece con la spontaneità di chi la impara facendola.

Oggi ci serve forza ed intelligenza. I nostri avversari sono cattivi ma non sono stupidi, sanno usare l’inganno e la violenza, i giudici e i poliziotti, i giornalisti e l’illusione partecipativa.
Oggi la partita non è (più) solo sul Tav. In ballo c’è il disciplinamento di un movimento che ha saputo riprendersi la facoltà di decidere e di pensare un altro futuro, perché sa vivere un altro presente.
Ridurre la nostra resistenza alla ripetizione rituale della pressione sul cantiere, sperando che il tempo sia dalla nostra, è il primo sintomo della rassegnazione. Si va perché si vuole agire, perché non si vuole fare la fine di altri movimenti, ridotti ad un ruolo meramente testimoniale, si va perché quelle reti, quelle ruspe, quegli uomini in armi sono intollerabili. Si va perché è giusto andarci.
Ma. Non basta e non può esaurire la nostra lotta. Sarebbe miope non vederlo.
Il fortino non è una via crucis da percorrere per celebrare il rito collettivo del taglio di qualche metro di filo spinato.
Il taglio delle reti è indubbiamente il segnale forte della volontà di rifiutare le regole di un gioco truccato. Ma se resta un esercizio, diviene inutile.

Quando le nostre barricate attraverseranno tutti i paesi, quando le truppe saranno obbligate a valicare dal Sestriere, perché questa valle gli si chiuderà ancora davanti allora – come nel dicembre del 2005 e nel febbraio del 2010 – li vedremo fare marcia indietro.
La Val Susa è un laboratorio vivo dove radicalità dell’agire e radicamento sociale si coniugano in una sintesi felice, mai data per sempre, ma costantemente rinnovantesi, nella sfida ai poteri forti.
Una sfida che può e deve coinvolgere tutti, che può e deve puntare al blocco della valle, allo sciopero generale, alla rivolta che li obblighi a mollare senza rimettere in moto i tavoli di mediazione, i giochi della politica come accadde nel dicembre del 2005, quando la vittoria ci sfuggì di mano per aver esitato a mantenere ferma la resistenza.
Non sarà facile.
Non c’è una strada ben tracciata, un itinerario sicuro, solo tracce che potrebbero perdersi nel bosco. Occorre agire pensando e pensare mentre si fa. Ad ogni passo, chi è più veloce, più sicuro, più forte deve fermarsi e guardare come vanno le cose.
Si va e si torna insieme lungo tutto il percorso. E, quando serve, ci si ferma e si ragiona.
In quest’ultimo anno e mezzo i nostri avversari e anche certi amici un po’ tiepidi hanno sostenuto che il discrimine tra i tanti e i pochi era la violenza. In un certo senso è persino vero: la violenza della polizia, i candelotti sparati in faccia, gli arresti, i genitori convocati dai servizi sociali possono far paura. Sarebbe miope non capirlo, sarebbe stolido avanguardismo non comprenderlo. Quello che invece i nostri avversari proprio non capiscono è che la loro violenza sta cementando il consenso verso chi resiste, verso chi comunque si espone, verso chi rischia le botte, i gas, la galera. In quell’ormai lontano dicembre del 2005 tanti che credevano nel gioco e nelle sue regole, hanno compreso che le carte sono truccate, che il banco bara. Sempre. Quanto l’ordine si rompe diventa chiaro che libertà e legalità sono scritte con inchiostri diversi, ed uno lava via l’altro. Tagliare le reti, violare un recinto, affrontare la polizia è illegale ma legittimo. Quando l’ordine del discorso muta, la narrazione sull’ordine pubblico è solo storia d’oppressione.
Cambiare l’ordine del discorso è la nostra scommessa. Non è un’impresa facile e, soprattutto, non bastano le parole, serve un agire che dia loro gambe per muoversi, fiato per correre, cuori per sedurre, cervello per farle proprie.
Quando l’ordine del discorso muta, ad affrontare la polizia, i media, i giudici, ci arrivano tutti. Chi in prima fila, chi in ultima, chi poco oltre l’uscio di casa.
È di questo che hanno paura. È su questo che dobbiamo puntare.
Quando nessuno resta a casa, quando almeno l’uscio lo passano tutti, lo Stato ha poche possibilità. Può sparare o può ritirarsi. Nel 2005 si sono ritirati.
Quella del 2005 fu un’alchimia unica e non ripetibile, perché l’aurora dei movimenti arriva repentina ed inaspettata: quando vorresti fermarti per afferrarla è già trascolorata nell’alba.
Non si tratta di rifare lo stesso sentiero, ma di sapere che un movimento per vincere non può essere diviso tra giocatori e tifosi. Solo quando tutti possono dare un contributo la marcia è veramente di tutti. Solo scegliendo il proprio campo di gioco si evita una corsa ad handicap.
Non per caso gli ultimi rinvii a giudizio hanno colpito chi ha agito fuori dal recinto: dalla resistenza alle trivelle del 2010, sino alle azioni contro le ditte collaborazioniste.

In questi lunghi mesi tanta gente di ogni dove è scesa in piazza al nostro fianco. Il governo ha fatto una macelleria sociale senza precedenti. Si sono presi quello che restava di libertà e tutele, si sono presi la nostra salute, l’accesso ai saperi, alle risorse indispensabili alla vita. Nonostante piovano pietre prevale la paura, l’io speriamo che me la cavo, la ricerca meschina di una salvezza individuale. Ma i sommersi sono ben più dei salvati.
La lotta dei No Tav è stata l’unica scintilla che ha spezzato la paura che ha rotto la rassegnazione, che ha dato fiducia nella possibilità di invertire la rotta.

Questa scintilla, se riesce a mantenere forte la propria fiamma, se riesce a farsi pratica viva può accendere ovunque nuovi focolai di lotta.
Oggi occorre un nuovo patto di mutuo soccorso. Un patto vero che si costruisca spontaneamente tra chi lotta in ogni dove, non certo l’ennesima assise politica dell’ennesimo super movimento, l’ultima delle creature che uccidono in breve chi le ha partorite.
Presto ci saranno le elezioni, presto i giochi della politica istituzionale in chiave partecipativa reclameranno le loro vittime. È tempo di costruire una prospettiva diversa. È tempo che la capacità di fare politica senza deleghe sperimentata in questi anni tra una barricata e un pranzo condiviso, esca fuori dalla gabbia istituzionale.
Costruire assemblee popolari che in ogni dove avochino a se la facoltà decisione, svuotando e delegittimando chi gioca il gioco del potere, è una prospettiva possibile un po’ ovunque. Tante Libere Repubbliche, tante Comuni contro il Comune, tanti spazi di libertà che allarghino il fronte, che mettano in gioco intelligenze e cuori, che ridisegnino la mappa del territorio in cui viviamo.
Solo se sapremo scandire con intelligenza e passione un tempo altro potremo mettere – ancora una volta – in difficoltà un avversario che non fa sconti a nessuno. Occorre estendere il conflitto, aprire sempre nuovi ambiti di autogestione, per spezzare l’accerchiamento e creare le condizioni per mandarli via.
E non solo dalle reti di Clarea.
Non c’è pace per chi viene a farci guerra.


7/12/2012

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