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Produttività e contratto nazionale metalmeccanici: come possiamo respingerli?

(17 Dicembre 2012)

Lunedì 17 Dicembre 2012 11:00

L'accordo separato per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici rappresenta la naturale quanto annunciata conclusione di una stagione (quella del governo Monti) caratterizzata dal più brutale attacco ai diritti dei lavoratori nel nostro paese.

Tale intesa segue di pochi giorni quella altrettanto separata sulla “produttività”che ne rappresenta la necessaria premessa sul piano confederale.

Se quest'ultimo sancisce l'introduzione del concetto di "massimi salariali" anziché di "minimi salariali" con riferimento all'inconsistente indice IPCA (che falsa automaticamente il calcolo dell'aumento del costo della vita poiché non tiene conto dell'aumento dei prezzi delle materie prime importate come per esempio la benzina!), nei meccanici si stabilisce che il contratto nazionale non ha più alcuna funzione di tutela generale del potere d'acquisto delle retribuzioni ma al contrario ne stabilisce l'automatica riduzione.

Se l'intesa interconfederale impone il concetto di esigibilità degli accordi, annullando di fatto la possibilità per i sindacati firmatari di contrapporsi in alcun modo ai padroni, il contratto nazionale delle tute blu cancella qualsiasi ruolo di contrattazione da parte delle RSU e del sindacato esterno in materia di orario di lavoro rendendolo strumento sotto il totale e completo controllo aziendale.

Di fatto passano i due concetti fondamentali tanto cari a padroni e governo Monti: salta qualsiasi automatismo di tutela salariale e il tempo di vita dei lavoratori viene stabilito unilateralmente e di imperio dalle Direzioni Aziendali. Questo significherà un peggioramento devastante delle condizioni e della qualità di vita e di lavoro dei lavoratori. A questo si aggiunga l'ulteriore giro di vite repressivo stabilito tramite la possibilità di filmare i dipendenti in fabbrica e la possibilità di demansionarli in base alle esigenze aziendali.


Il fallimento della linea Cgil

Il susseguirsi dei due accordi separati decreta il fallimento senza mezzi termini della linea adottata dal gruppo dirigente Cgil. Una linea di totale subalternità alla logica dell'unità nazionale, dell'unità sindacale e dell'unità del Partito democratico, basata sul tentativo di far rispettare ed applicare il deleterio accordo interconfederale del 28 giugno 2011.

Una fedeltà al premier che Monti ha ricambiato scaricando il principale sindacato italiano non appena è venuta meno la necessità del suo appoggio. Non è infatti un mistero il fatto che la Cgil, il 17 ottobre scorso, avesse già firmato con Cisl, Uil e Confindustria un pre-accordo che nella sostanza non si differenziava in nulla da quello poi non sottoscritto.

La Camusso, anche per non ingenerare contraddizioni nel PD, ha provato fino in fondo a firmare quel patto, arrivando a proporre nel direttivo della Cgil la firma tecnica. Sindacalese ed equilibrismi a parte, nella sostanza si voleva firmare punto e basta. Segretari di categoria e dirigenti della maggioranza, che in questi mesi hanno accettato un po' tutto quello che il governo Monti ha fatto, hanno dovuto loro malgrado opporsi perchè la misura era colma. La proposta di firma tecnica è stata respinta durante il dibattito dalla maggioranza del direttivo anche se non attraverso un voto formale.

Tuttavia ci troviamo ora di fronte ad una situazione nella quale, esattamente come dopo l'accordo separato del 2009, la Cgil pur non sottoscrivendo quel testo, non solo non organizza il conflitto per farlo saltare ma lo recepisce e lo applica nei fatti attraverso la contrattazione di categoria. La recente firma dei contratti nazionali nel trasporto e nei chimici stanno lì a dimostrarlo, così come le dichiarazioni, pochi giorni fa, della Segretaria Generale che parla della necessità non di cancellare quell'accordo ma di modificarlo.

Inoltre, qualora ce ne fosse ancora bisogno, tutto ciò dimostra che l'accordo del 28 giugno 2011, firmato anche dalla Cgil, non evita la sottoscrizione di accordi separati e non stabilisce vere regole democratiche sulla rappresentanza dei sindacati. Al contrario, permette intese sempre più devastanti per i diritti e il salario dei lavoratori oltre che la demolizione del ruolo del contratto nazionale.

Non vi è alcuna clausola o normativa stabilita nell'accordo sulla produttività e nel contratto nazionale delle tute blu che sia in violazione con l'accordo del 28 giugno. Semplicemente se ne applicano concretamente i principi generali.


Un bilancio della linea della Fiom

Quanto fin qui detto non può che indurci ad alcune considerazioni anche nei confronti delle scelte che il gruppo dirigente della Fiom ha fatto negli ultimi mesi. L'accordo separato ci dice in maniera incontestabile che la scelta di tenere “un profilo basso” nella polemica contro la nostra confederazione, di affidarsi ad essa ed all'accordo del 28 giugno per poter riconquistare il tavolo di trattativa e quindi la legittimità alla contrattazione nazionale si è dimostrata oltre che una vana speranza, un errore molto grave.

Non solo con questa tattica non abbiamo ottenuto nulla, ma abbiamo per di più fatto continue concessioni di merito su questioni di fondo come l'accettazione de facto dell'accordo del 28 giugno, all'epoca della stipula giustamente osteggiato dalla nostra categoria. Al punto che il 4 dicembre si è depositata in tribunale una denuncia nei confronti di Federmeccanica, Fim e Uilm “non contro l'Accordo del 28 giugno bensì per ottenerne l'applicazione” [cit. dalla lettera di accompagnamento a firma Segreteria Nazionale Fiom]. Lo diciamo senza mezzi termini: questa scelta è, a dir poco, suicida.

Non si contesta il fatto che si possa tentare di invalidare il contratto separato anche attraverso le vie legali oltre a quelle del conflitto di classe. Contestiamo il fatto che lo si faccia richiamandosi al rispetto dell'accordo del 28 giugno. Infatti, qualora si dovesse perdere la causa, si darebbe legittimazione legale all'accordo separato rendendo tremendamente più difficile portare avanti qualsiasi ipotesi di suo contrasto. Se invece si dovesse vincere, si sancirebbe nero su bianco che la Fiom accetta in toto l'accordo del 28 giugno; deroghe, esigibilità degli accordi e regole antidemocratiche di rappresentanza comprese. Ciò significherebbe accettare tutto quanto da noi sempre respinto in questi anni. In entrambe i casi l'esito sarebbe disastroso. Pertanto riteniamo che tale denuncia debba essere immediatamente ritirata. Se proprio una causa legale si vuole intraprendere per invalidare l'accordo separato, lo si faccia appellandosi alla violazione dell'art.39 della costituzione.


Che fare?

Gli scioperi del 5 e 6 dicembre hanno mostrato una certa difficoltà a mobilitare i lavoratori. La partecipazione agli scioperi è stata incoraggiante, ma l'adesione alle manifestazioni, con le lodevoli eccezioni dell'Emilia Romagna e di qualche altro territorio, è stata più incerta, a macchia di leopardo. Non c'è dubbio che parte di questo è da imputare alla crisi e ale innumerevoli aziende in cassa integrazione. Ma è indiscutibile che in parte sia da attribuire ad un gruppo dirigente che non ha mostrato fino ad ora sufficiente determinazione e chiarezza su quali scelte concrete si debbano intraprendere.

Siamo d'accordo con la proposta avanzata dal compagno Landini di rendere inapplicabile l'accordo separato. Il punto è chiarire praticamente come pensiamo di fare ciò.

Condividiamo anche l'idea di fare una campagna di assemblee nelle fabbriche in cui alzare i toni verso Fim e Uilm e in cui far votare i lavoratori in merito al contratto separato.

La questione pero' deve essere quella che la nostra categoria deve assumere una posizione intransigente e di critica in merito a tutte le vertenze in campo. Che siano il contratto ma anche l'Alcoa, l'Ilva o la Fiat, solo per citarne alcune. La vertenza di Pomigliano sta li a dimostrarlo. Una campagna coerente contro il Piano fabbrica Italia alla lunga, nella misura in cui si è dimostrato fallimentare, inizia a dare alcuni risultati. L'atteggiamento coerente e determinato dei nostri compagni della Fiom, la presenza costante davanti ai cancelli, la paziente spiegazione hanno creato le condizioni perché i lavoratori iniziassero a contestare la linea di Fim e Uilm mettendo in grosse difficoltà la direzione locale di questi sindacati. Fino a costringere queste direzioni, per esempio, a partecipare al presidio con relativo blocco delle merci dei lavoratori dell'indotto, alla Fiat lunedi 10 dicembre.

Condividiamo altresì che si debba aprire lo scontro in ogni azienda e territorio in cui sia possibile farlo. Dobbiamo però farlo elaborando e proponendo una griglia nazionale (precisa fin nei minimi dettagli del testo) che stabilisca quali debbano essere i contenuti sindacali che portiamo in tutte le vertenze e le trattative. Una griglia che abbia al primo punto la chiarificazione di quale sia il contratto nazionale di applicazione (cioè esplicitamente quello del 2008 debitamente migliorato) e la proposizione di un cappello politico che chiarisca come ogni accordo sia parte integrante della battaglia per la riconquista del contratto nazionale. Per dirla con una parola, una griglia che porti alla firma di pre-contratti “puri”.

Se così non dovesse essere, sarebbe al contrario molto elevato il rischio che, pur avendo l'obbiettivo opposto, siamo noi a disarticolarci e frammentarci. Se dovesse passare la logica per cui dove si può si fanno contratti regionali o territoriali, sarebbe evidente il rischio di essere noi a legittimare il federalismo contrattuale e quindi la fine definitiva del contratto nazionale.

Deve esserci una conduzione ferreamente centralizzata di ogni trattativa che riguardi grandi gruppi, territori o regioni. La griglia deve essere nazionale, uguale per tutti e deve porre nuovamente al centro la piattaforma della Fiom votata da oltre 372mila lavoratori. La gestione deve essere intransigente e rendere ogni accordo parte integrante della battaglia collettiva, generale e nazionale per la riconquista del contratto. Queste sono le linee guida che proporremo all'assemblea dei 500 delegati Fiom convocata per il 10 e 11 gennaio prossimi.


Unire il gruppo Fiat alla lotta per il contratto

La battaglia per la riconquista del contratto nazionale non può prescindere dal coinvolgimento in essa anche dei lavoratori del più grande gruppo industriale del nostro paese, la Fiat. Il 31 dicembre di quest'anno scadrà il "contratto nazionale/aziendale" firmato da Marchionne e dai sindacati complici. Ancora non ci è dato sapere cosa la Direzione aziendale e Fim e Uilm abbiano intenzione di fare in merito. Tuttavia dobbiamo sfruttare questo appuntamento e proporre anche negli stabilimenti Fiat Auto e Fiat Industrial di organizzare la vertenza. Dobbiamo tentare di chiamare i lavoratori Fiat a lottare affinchè non venga più rinnovato quello scempio di contratto che schiavizza i lavoratori ma venga applicato il contratto collettivo nazionale di lavoro sulla base della griglia proposta dalla Fiom. Sarebbe un grave errore dare per persa questa battaglia. Al contrario, la chiave di volta è unire la difesa dei posti di lavoro e del futuro dell'industria dell'Auto con quella per il contratto nazionale. Può essere l'occasione per far prendere nuovo coraggio ai lavoratori Fiat, per fargli capire che non sono soli e che la loro lotta è parte della lotta generale dei metalmeccanici e della classe operaia di questo paese.

Una battaglia difficile e lunga, ma che può essere vinta solo se siamo in grado di costruire con tenacia e coerenza, senza facili scorciatoie, in tutte le aziende metalmeccaniche i rapporti di forza necessari per organizzare la riscossa della classe operaia.

Paolo Brini - Comitato Centrale Fiom-Cgil

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