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Siria

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(16 Agosto 2012) Enzo Apicella

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Siria: perché sosteniamo la soluzione politica negoziale

Sulla recente proposta del Vice Presidente siriano Faruq al-Sharaa

(28 Dicembre 2012)

Traduzione a cura della Redazione (www.antimperialista.it)

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L'intervista rilasciata dal vice presidente siriano Faruq al Sharaa è un forte segnale che all’interno del regime c’è chi è interessato ad avviare finalmente un processo politico negoziale. Nella sua dichiarazione Sharaa non solo ha insistito per una soluzione politica (questa non è una novità, ci sono state già diverse dichiarazioni in tal senso da parte del regime), egli ha anche precisato che nessuna parte può vincere militarmente e quindi entrambe dovranno cedere delle posizioni. Il fatto nuovo è questa dichiarata disponibilità a fare concessioni al multiforme fronte delle opposizioni.

Non è tuttavia del tutto chiaro quanto ampio sia, all’interno del regime, il consenso alla proposta di un accordo negoziato. Il presidente Bashar al-Assad l’approva? Non lo sappiamo. Ma Sharaa ha avuto il coraggio di parlare e lui è ancora al suo posto. E’ evidente che all'interno del regime vi è una certa gamma di posizioni, una politica rivoluzionaria deve cercare di indebolire gli estremisti, che sono ovviamente anche nel campo del regime.

Anche la Russia, principale sostenitore di Assad, ha chiarito che non difenderà Assad ad ogni costo. Da un lato si tratta di un avvertimento ad Assad medesimo per creare le condizioni di un cambiamento, dall'altro è un segnale di Mosca ai suoi rivali geopolitici che Mosca è pronta ad un compromesso. E questo approccio è in linea con la stessa proposta iraniana. Questi mutamenti di posizione indicano un allontanamento dall’idea di svolgere elezioni sotto l'attuale regime, idea che ovviamente non può essere accettata da nessuna vera opposizione, e implicano il consenso alla proposta di un governo di transizione allo scopo di rimuovere Assad.

E per quanto riguarda le opposizioni? Prendono atto di questi cambiamenti? Qual è la loro reazione?

Le diverse correnti dell’opposizione democratica interna hanno riconfermato la posizione che difendono sin dall’inizio della ribellione: esse accolgono ogni serio passo verso il negoziato e una soluzione politica. Ma per essere seriamente preso in considerazione il regime ha bisogno di trasformare le parole in fatti. Le richieste del movimento popolare devono essere soddisfatte: liberare i prigionieri politici, la libertà di espressione e di organizzazione, fermare il bombardamento di civili e le stragi, ritirare l'esercito. È il regime che deve fare il primo passo. Se i cittadini siriani vedranno che la disponibilità al negoziato da parte del regime è una cosa seria, l'opposizione democratica sarà in grado di chiedere una tregua e, successivamente, di consolidarla. Questa potrebbe essere così in grado di influenzare il variegato mondo della ribellione armata o almeno una sua parte, tenendo conto che in seno all’opposizione il principale protagonista è il settore che gode del sostegno internazionale.

Come dunque reagiscono quei settori egemoni della rivolta sostenuti dall’estero? Rimangono in silenzio e continuano ad escludere qualsiasi soluzione politica negoziata. Cercano di nascondersi dietro l'argomento moralistico poco convincente che il sangue versato ha già raggiunto dimensioni troppo grandi per consentire una soluzione politica negoziata. Analizziamo i loro ragionamenti politici.

Le opposizioni armate egemoni, i loro sostenitori così come i media a loro fianco, continuano a sottolineare i propri successi militari. Dicono che stanno bussando alle porte del Palazzo a Damasco, che il regime non può più garantire l'aeroporto, che l'esercito ha perso una serie di basi militari e che i ribelli hanno preso il campo Yarmouk, nella zona meridionale della capitale. Ma se si getta uno sguardo più attento i successi non sono poi così netti e il quadro mostra una situazione di stallo, che siamo alle prese con una lunga guerra di logoramento. La battaglia di Aleppo continua con distruzioni incredibili, ma senza successi decisivi di nessuno dei due campi in lotta. La verità è che l’attacco dei ribelli all'aeroporto o al corridoio di accesso è stato respinto, e i ribelli hanno subito pesanti perdite. Il campo di Yarmouk è stato effettivamente conquistato, ma poi restituito al controllo palestinese.

Le correnti principali dell’opposizione puntano tutto sulla carta militare. I loro piccoli progressi militari li usano come conferma. Pubblicamente affermano che «la vittoria finale non è lontana» e che non c'è alcuna possibilità di una soluzione politica con il regime. E’ da un anno oramai che vanno dicendo queste cose.

In primo luogo l'opposizione egemone ha sperato nel fattivo sostegno militare e nell'intervento dell'Occidente. Ma dopo la rielezione di Obama è ormai chiaro che questo intervento non avrà luogo. Gli Stati Uniti considerano infatti una linea imperialista aggressiva come controproducente e hanno adottato un approccio più cauto.

La conseguenza di questo stallo militare e politico è stata la crescita rapida delle forze islamiste jihadiste sunnite in Siria capeggiate dal fronte Nusra. Queste forze hanno competenze militari e dispongono di armi sofisticate. Godono di un potente sistema di finanziamento centrato sui paesi del Golfo. Non sono tuttavia mere marionette degli stati del Golfo e non ubbidiscono ai loro dettami. La loro rete è stata costruita anche per tenere testa alla pressione di questi regimi, se richiesto da Washington — comunque, sia i paesi del Golfo che gli Stati Uniti sembrano tollerare l'afflusso di denaro.

Gli esponenti in esilio dell'opposizione egemone hanno sempre rifiutato di parlare di settarismo religioso e di guerra civile. Essi insistono che si tratta di una rivoluzione popolare. In parte hanno ragione, dato che il regime ha fatto del suo meglio per dipingere anche il movimento democratico popolare come un mostro islamista jihadista. Ma al tempo stesso non si può negare che il settarismo religioso è un aspetto della realtà. Lo sviluppo potente del fronte Nusra & co è una prova lampante del ruolo che gioca il comunitarismo religioso nel conflitto. Non si tratta solo del jihadismo salafita. Il settarismo impregna anche gli ambienti più laici. Come del resto non si spiegherebbe la capacità di tenuta del regime di Assad senza tenere in considerazione l’aspetto comunalista settario. La linea militarista adottata dalle forze dominanti dell’opposizione ha alimentato il settarismo.

Nusra & co non sono forze rivoluzionarie, sono le truppe da guerra civile. Potrebbero ottenere alcuni successi militari ma politicamente fanno il gioco del regime dato che fanno da sponda al suo approccio settario. In realtà si tratta di una grande conferma della narrazione di Assad. Un rapporto delle Nazioni Unite denuncia il carattere apertamente confessionale che il conflitto ha acquisito. La prova più attendibile di questo è che autorevoli esponenti dell'ambiente sunnita criticano le minacce settarie provenienti dai jihadisti. Minoranze, ceti medi liberali, la sinistra democratica e anche sunniti moderati temono i jihadisti ·anche se in diversa misura. Se si parte dal presupposto che il regime rappresenta solo una minoranza, si può affermare che la maggioranza è contro i jihadisti. La crescita del jihadismo indebolisce politicamente l'opposizione. Essa compatta il campo del regime e mantiene gli indecisi lontani dalla rivolta. Il fatto che l'opposizione principale difenda Nusra mostra sia il suo approccio militarista che la sua debolezza politica. Essa è ben lontana dal fornire una piattaforma politica basata sulla democrazia per la maggior parte dei siriani.

Nel caso in cui il conflitto degeneri in una vera e propria guerra civile comunitario-confessionale difficilmente essa potrà essere vinta da una delle parti. Anche se il regime di Assad perdesse sempre più il controllo del territorio e, infine venisse disarcionato, la guerra potrebbe trascinarsi e le comunità minoritarie potrebbero cercare di difendersi contro le minacce percepite o reali. Di sicuro questo tipo di guerra precipiterebbe il paese nel caos e il perdente sarebbe il popolo siriano. La guerra civile libanese, che è durata più di un decennio, dovrebbe servire da lezione, una strada da non seguire.

Il significato più profondo della soluzione politica negoziata

Molti sostengono che una soluzione politica non è realistica date le contraddizioni nazionali e internazionali. Anche l'inviato speciale delle Nazioni Unite, Brahimi, ha messo in guardia da simili speranze.

Prima di tutto la lotta per una soluzione politica è fondamentale per ammortizzare e per respingere il settarismo. Solo proponendo una soluzione politica, che implica accettare le altre comunità come partner, può mobilitare una maggioranza per una trasformazione democratica in tutti i gruppi confessionali. Il conflitto può essere reindirizzato su binari politici e sociali e non imbrigliato sul terreno delle identità religiose. Ogni conflitto armato può essere interpretato e degenerare in modo settario. Pertanto, la lotta rivoluzionaria democratica deve cercare di rimanere pacifica più a lungo possibile, respingere ogni tipo di lettura confessionale incline a precipitare in una guerra civile dispiegata.

Il progetto di una soluzione politica negoziata, al tempo stesso, lancia un segnale decisivo per la Russia e l'Iran: "Non cadremo nelle mani del campo degli Stati Uniti, ma siamo pronti a prendere in considerazione i vostri interessi." Mosca è stata esitante a sbarazzarsi di Assad per la mancanza di una alternativa. Se un governo di transizione si formasse, se esso assicurasse una sorta di neutralità geo-politica della futura Siria democratica, alla fine Russia e Iran lo accetteranno. Sanno che prima o poi il regime di Assad cadrà e rischiano di perdere tutto se non sostengono per tempo un compromesso. Ma un tale compromesso, per essere siglato, ha bisogno del consenso delle due parti.

In realtà il chiaro rifiuto di una soluzione politica da parte dei settori dominanti dell’opposizione rivela la loro dipendenza dai loro sostenitori internazionali e regionali. Anche se è sbagliato affermare (come vorrebbe far credere il regime) che il grosso del movimento di opposizione sia interamente nelle mani del blocco capeggiato dagli Stati Uniti, la sua rappresentanza politica lo è, in effetti, visto che riduce il conflitto alla sua dimensione militare. Fintanto che questi settori egemoni dell’opposizione credono di essere in grado di fare passi avanti con il sostegno militare straniero, le cose rimarranno in questo modo.

Così i calcoli dei sostenitori stranieri sono obiettivamente un elemento decisivo.

La cosa più semplice da capire è la politica dei paesi del Golfo. Essi agiscono in funzione anti-iraniana e vogliono infliggere quanto più danni è possibile al loro nemico senza molto curarsi di come risolvere il conflitto siriano. Essi quindi andranno avanti.

Con la Turchia è diverso. Ankara ha sperato in una rapida vittoria della ribellione che avrebbe esteso la sua influenza. Così il governo turco ha smentito la sua politica di “zero problemi con i vicini” funzionale al suo disegno di diventare un modello di democrazia islamica. Dato che il regime di Assad è stato in grado di resistere e reggersi in piedi, la Turchia si è ficcata in un vicolo cieco. L'opzione di un intervento militare turco è quasi esclusa. Né gli Stati Uniti né la società turca sosterranno un intervento in Siria dell’esercito di Ankara. Vero è che il ritiro del sostegno politico all'opposizione avrebbe significato per Erdogan perdere la faccia. L'unica possibile via d'uscita è quella di partecipare a una soluzione politica. Ci sono alcuni segnali che vanno in questa direzione.

L’Egitto è oramai risorto come una potenza regionale. Non può continuare a fare il fantoccio di Washington, e si adopererà per acquisire un certo margine di indipendenza. Essendo il centro della primavera araba esso è considerato una minaccia da Riyadh. La sfida principale è la relazione con Teheran, che Il Cairo desidera normalizzare. Pertanto l’Egitto non ostacolerà una soluzione politica negoziata del conflitto siriano.

Così è ancora una volta Washington il principale attore, quello che ha l'ultima parola. Non ci può essere alcun dubbio che politicamente sostiene l'opposizione armata - ma non lo continuerà a fare a qualsiasi costo. Si sbagliano coloro che credono che gli Stati Uniti vorrebbero il caos ed una interminabile guerra civile allo scopo di indebolire la Siria. Una situazione generale di crescente caos e insicurezza indebolisce gli Usa aumentando le minacce al sistema. Gli Usa temono che tutta la regione mediorientale venga sconvolta, ciò che indebolirebbe la loro influenza. Quindi anche gli Stati Uniti sono certamente interessati ad una soluzione, malgrado siano in grado di segnare alcuni punti contro un loro vecchio nemico.

L'ultima mossa di Washington è stata quella di riconoscere l'opposizione (così come uscita dalla Conferenza di Doha) come rappresentante legittima del popolo siriano, ma allo stesso tempo ha escluso i jihadisti elencandoli come terroristi. Ciò riflette la sfiducia americana e la condizionalità di questo appoggio. Infatti non permettono la formazione di un governo in esilio, a dimostrazione, appunto, che gli Usa sono scettici sulla possibilità dell'opposizione armata di prendere il potere. Washington non ha escluso una soluzione politica, ma cerca di dettarne le condizioni e il prezzo. Gli Usa hanno il tempo di giocarsi la partita di poker con Mosca, mentre per la Russia il tempo stringe.

Così, alla fine, una soluzione politica non è per niente impossibile. Solo il tempo e il prezzo rimangono da stabilire. Ciò che potrebbe venire sacrificato in un eventuale accordo sono proprio le importanti rivendicazioni democratiche del popolo, di cui la maggior parte dei giocatori regionali e globali hanno paura.

Da un punto di vista democratico rivoluzionario e antimperialista la campagna per una soluzione politica ha lo scopo opposto. La spinta della rivoluzione democratica e sociale delle masse popolari deve essere sostenuta poiché in ultima istanza è diretta contro l'imperialismo e i suoi alleati locali. Solo attraverso una soluzione politica si potranno rimuovere i pericolosi ostacoli che l’imperialismo americano erige contro la vittoria del movimento democratico.

Wilhelm Langthaler

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