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L'intervista di Bertinotti a Repubblica "Ora salviamo le due ragazze, del ritiro riparleremo dopo"

Un nuovo passo del gruppo dirigente del PRC verso l'ingresso nel futuro governo Prodi dell'alternanza borghese

(10 Settembre 2004)

"Il terrorismo va affrontato senza alcun 'ma'. Non ha giustificazione, quello che fa in Irak o in Ossezia non si capisce per nulla. E' solo un avversario distruttivo per l'umanità." Fausto Bertinotti dice: "Fare tutto il possibile per la salvezza delle due Simone." Anche ritirare i nostri soldati dall'Irak? No, risponde il segretario di Rifondazione, uno dei leader del movimento pacifista. "Teniamo distinta la questione della guerra dal rapimento delle due volontarie. Adesso stiamo parlando di come salvare delle vite umane. Confondere i due piani è solo un pasticcio."

Domanda: Il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta vi fa mettere da parte la richiesta di ritiro delle truppe italiane?

Bertinotti: In questi casi c'è un'urgenza temporale e di valori che impone una gerarchia, una scelta. Al primo posto c'è la salvezza delle volontarie. La priorità è trattare, trattare, trattare.

Domanda: Come: soldi, diplomazia?

Bertinotti: Non entro nel dettaglio. Penso però che si debba discutere non in nome delle ragioni del governo italiano, che è coinvolto nella guerra irakena, ma privilegiando l'aspetto umanitario della presenza delle due rapite a Bagdad. E' necessario anche attivare le condizioni ambientali per una trattativa. Sottolineando la nostra collocazione al centro del Mediterraneo che non può non privilegiare il confronto di civiltà, riconoscendo i valori dell'Islam, alimentando il dialogo interreligioso, stabilendo, come ha fatto la Francia, un rapporto diretto e visibile con il mondo arabo. Insomma, si deve fare tutto il possibile.

Domanda: Anche ritirare i soldati?

Bertinotti: La questione della guerra va tenuta distinta, è un'altra dimensione. Adesso parliamo di come salvare la vita alle due ragazze. Poi, c'è l'altra dimensione, quella strategica, sulla quale rimane un dissenso profondo con il governo. Ma è una dimensione che va tenuta separata, ripeto. La guerra va fermata non perché hanno sequestrato due donne pacifiste, ma per il fondo della questione. Il conflitto non ha fatto nascere il terrorismo, ma ne alimenta la violenza. Lo abbiamo visto in Ossezia, dove si è valicata la soglia dell'orrore, e lo vediamo in Irak, dove emerge la volontà di distruggere tutto quello che sta fuori dalla coppia di gemelli siamesi guerra-terrorismo. Detto questo, confondere i due piani, il conflitto e il rapimento, significa creare un grande pasticcio. Anzi, è proprio su questa distinzione che si può mantenere una vera autonomia dei soggetti politici.

Domanda: Anche gli stati uniti cercano lo scontro di civiltà?

Bertinotti: Perché bombardano le città sacre? Hanno fallito sia sulla soluzione immediata del caso irakeno sia sul controllo delle risorse del territorio. E di fronte al fallimento delle ipotesi a breve, chi fa la guerra adesso lavora allo scontro di civiltà.

Domanda: Dopo il vertice di ieri, si può parlare di unità nazionale?

Bertinotti: No. E' stato soltanto un incontro e un sovraccarico di significati politici indebolisce e pregiudica il dialogo, schiaccia il terreno di cooperazione che può nascere sulla base delle differenze strategiche. L'unità nazionale ci sarebbe se si parlasse tutti insieme del ritiro dei soldati italiani. Ma non è così. Oggi si cerca una collaborazione per liberare due ostaggi. Evitiamo di introdurre elementi grotteschi in una vicenda tanto drammatica.

Domanda: Le parole nette di Ingrao contro il terrorismo sono un modo per uscire dall'ambiguità pacifista?

Bertinotti: Non si può attribuire a Ingrao l'ambiguità di cui parla Amato. Può usare quelle parole forti contro il terrorismo proprio chi ha saputo parlare con altrettanta forza contro la guerra. Non esiste alcuna ambiguità nella posizione di Ingrao o nella nostra. Certo, anche chi come noi ha sempre denunciato la connessione guerra-terrorismo oggi deve trovare parole nuove, più adeguate. Parole e gesti, come dimostra lo straordinario successo della fiaccolata di Roma per le vittime di Beslan. Da lì viene fuori un linguaggio diversamente politico, non prepolitico. Emerge l'irriducibile umano che c'è nella vita e si oppone all'orrore. Quel linguaggio deve irrompere nella politica.

Domanda: La sua è una correzione di rotta?

Bertinotti: Nessuna correzione di rotta ma è giusto mettersi all'altezza dell'escalation terrorista. Beslan è un baratro sulla nostra umanità, ma non possiamo non chiederci cosa è accaduto in Cecenia negli ultimi dieci anni. Per fortuna, abbiamo usato lo stesso metro per la Cecenia e per l'Irak e oggi possiamo affrontare un nuovo passaggio nel percorso della nonviolenza. A Beslan è successo qualcosa di nuovo? Sì. E allora bisogna dire parole nuove. Le abbiamo dette noi e le dice un pacifista come Ingrao che si richiama all'articolo 11 della nostra Costituzione.

Domanda: Non è la sinistra antagonista a parlare di resistenti irakeni?

Bertinotti: Mai usato quel termine. C'è una Resistenza con la 'r' maiuscola come quella italiana. E ci sono le resistenze con la 'r? minuscola. La prima ha sconfitto il fascismo e dato una Costituzione repubblicana all'Italia, quella irakena, mi riferisco a chi è fuori del terrorismo, può essere legittima perché lì si vive un'occupazione ma non contiene in sé la soluzione del problema. Poi, c'è il terrorismo. Che va affrontato senza alcun 'ma', che non si giustifica, che non va capito. E' un avversario dell'umanità non solo per i mezzi odiosamente violenti che usa ed esibisce, le teste mozzate, i bambini colpiti alle spalle, ma anche per i fini che si propone. La società che immaginano i terroristi è repellente quanto le loro azioni.

di Goffredo De Marchis
Repubblica, giovedì 9 settembre

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