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CRISI E MUTAMENTI (e il partito frattale)

Siamo oltre la tassonometria classica indicata dalla teoria delle organizzazioni partitiche. Probabilmente dalla “politica frattale” siamo passati al “partito frattale”.

(29 Dicembre 2012)

Una ipotesi di analisi su crisi, dinamiche e mutamenti genetici dei partiti

Non v'è dubbio che la parola crisi sia entrata violentemente nei nostri pensieri così come nella nostra vita materiale e quotidiana. E non v'è dubbio che tale termine sia stato rinforzato grandemente non solo attraverso le azioni di governo ma anche con un rimbombo particolarmente assordante da parte dei media.
Un esempio calzante è quello rappresentato dal termine “spread”, termine tecnico del quale nessuno aveva mai sentito parlare fatti salvi i pochi che della finanza hanno fatto un mestiere, ma che improvvisamente diventa il perno delle conversazioni al bar o allo stadio, sull'ascensore piuttosto che dal panettiere, e di come sia -nell'immaginario popolare- diventato il termometro unico col quale misurare il nostro possibile benessere.

Proviamo però a riflettere cosa significa “crisi” e quali meccanismi accenda e come questi governino ben oltre ciò che -forse- ci aspettiamo.

Generalmente parliamo di “crisi” quando vi è una rottura di dinamiche ed equilibri pre-esistenti e contemporaneamente una incapacità di ri-regolare e/o stabilizzare il sistema. Per certo la “crisi” ha una storia prodromica che spesso non è compresa se non nella sua esplosività.

L'esordio della crisi può avere molte manifestazioni palesi: ad esempio si può trattare di un cambiamento di politica e di discorsi; o di operazioni di controllo lanciate da istituzioni esterne; o ancora dalla presa di potere da parte di un personaggio o di un gruppo (cit. Dizionario di Psicosociologia – Barus-Michel, Enriquez, Lévy – 2002).

Le reazioni alla crisi seguono allora dinamiche che possiamo considerare simili tra i vari contesti, da quello personale o famigliare, a quello delle grandi organizzazioni.

Per certo il clima di tensione, il contesto socioeconomico, il mercato del lavoro, i cambiamenti tecnologici o il clima politico sono ogni volta avvertiti come un ulteriore appesantimento delle pressioni minaccianti. I membri dell'organizzazione si sentono esclusi dagli ambiti decisionali a cui avevano avuto l'impressione di partecipare: le rappresentazioni diventano negative e vi è perdita di fiducia, scoperta o giudizio di incompetenza, accuse di machiavellismo, di doppiezza di arbitrarietà. In un clima di indignazione o di scoraggiamento vi è un disinvestimento nei valori sino a quel momento creduti fondanti, le pulsioni non canalizzate sono iperattive e si disperdono in interazioni disordinate, discordanti, con rivalità e disgregazione sino al crollo (ibidem). Le esperienze di potere collegiale si dissolvono o sono tradite dall'ambizione di alcuni dei loro rappresentanti. La violenza ed un immaginario mortifero prendono il sopravvento. Si affaccia il fenomeno dei suicidi dovuti alla crisi vissuta come disperante: il senso di impotenza è forte e destabilizzante.
E' evidente che intervenire nella crisi, specie se viene proposta e rinforzata continuamente dai media e da fattori esterni significa agire su meccanismi particolari e universali:
“Si può facilmente determinare una sovrastimolazione del soggetto attraverso meccanismi della suggestione. L'apparente attività può corrispondere intrapsichicamente ad una passività dell'Io nei confronti sia della realtà esterna che delle pulsioni.”, (Psicologia clinica. Vol. 4: Trattamenti in setting individuale. Psicoterapie, trattamenti somatici. di Margherita Lang, 2001).

Ed ancora: D. Rapaport (1953) ha proposto l'attività e la passività dell'autonomia relativa dell'Io e dell'Es e della realtà esterna. Lo stato di passività dell'io nella crisi, evidenziato o provocato da avvenimenti della realtà esterna (percepiti come, ndr) inaffrontabili, si manifesta come impotenza nei confronti del proprio ES e quindi come difficoltà di controllo e modulazione di affetti, pensieri ed azioni. Si assiste a fenomeni come passività, ubbidienza, suggestionabilità, fragilità, condiscendenza, atteggiamento regressivo, assenza di pensiero critico.


In questa “crisi”, che passa dal contesto generale a quello personale ed individuale e viceversa, si possono verificare, traducendo il tutto in termini di dinamiche politiche e sociali, sottomissioni vissute come salvifiche a qualcosa, più grande e potente, che assume per noi la guida e la risoluzione, oppure, come accennato sopra, l'assunzione di condotte individuali autolesive, come il suicidio, estrema esemplificazione e realizzazione del senso di impotenza.

Sottomettersi? Si, ma a chi?

Chi meglio di un capo carismatico?

Al capo carismatico è affidato il compito di indicare il percorso per uscire dalla fase di sbandamento, nell'idea che il riordino della società avvenga al fine di agire/vivere in un ambiente più rassicurante, più stabile, più riconoscibile, per riacquisire una propria collocazione ed un ruolo. L’individuo, in questa individualizzazione spinta e promossa con enfasi a cui egli stesso ha creduto come via per il benessere e la felicità, persa la collocazione all'interno di una comunità e di un collettivo ove riconoscersi e identificarsi con efficacia, si sente (è portato a sentirsi) scarsamente valorizzato dalla società ed addebita a questa l’insufficiente considerazione di se stesso, da cui dipende anche la sconfitta continuamente patita nelle relazioni con i suoi pari, di cui, magari, crede di non possedere lo stesso cinismo o la stessa abilità comunicativa, oppure, rispetto ai quali, non gode degli stessi favoritismi.

Ce ne siamo avveduti con l'ascesa alla presidenza del consiglio del prof. Monti. Una ascesa del tutto extra-parlamentare, con un ruolo del capo dello Stato ai limiti della Costituzione, che venne accolta come passaggio discutibile ma necessario. Non solo: nel Paese si era assistito ad una vero e proprio giubilo, con tanto di bandiere alle finestre, poiché l'ascesa di Monti significava metter via la fase berlusconiana. E se questo accantonamento avveniva per rispondere adeguatamente alle direttive europee (quelle stesse che in nome del potere finanziario non temono di schiacciare e ridurre in miseria popoli interi), e non per via politica, poco importava.

Ad un anno di distanza i nodi, per chi li vuol cogliere, non solo non si sono risolti, ma si ripropongono in tutta la loro drammaticità, e ci si accorge che la “fase berlusconiana” non attiene semplicemente alla persona fisica, ma riguarda una filosofia di fondo che sembra aver assunto il comando di ciò che resta dell'agire politico.
Infatti partiti, media e istituzioni rispondono a questa impronta, e da questa prendono le mosse.
La vicenda delle Primarie del Centrosinistra, di cui ci siamo occupati in queste settimane, ne è l'emblema più evidente.
La trasformazione dell'elettore in consumatori di eventi, fossero anche popolarmente graditi, si perpetua in questo scorcio d'anno.

Assistiamo ad una rincorsa senza pari alle cosiddette primarie per i/le parlamentari.
Non è intenzione di chi scrive deprimere quanti si avvicinano a questa kermesse con grande slancio e fatica, e soprattutto speranza (o più realisticamente illusione di scelta), ma crediamo sia giusto proporre un cono di visuale che tenti di buttare un sasso nello stagno degli accadimenti non assumendoli come naturali, nell'assoluto silenzio teorico che sembra imbavagliare qualunque tentativo di analisi e ricerca da parte di chi ha maggiori e ben più dettagliati strumenti
Il PD sembra aver adottato, appunto attraverso un percorso storico e non naturale, una connotazione -in qualità di ciò che un tempo veniva definito “partito”- che trova le sue basi nella teoria delle organizzazioni. Il genere a cui facciamo riferimento, rispetto alla TdO, è quello dell'organizzazione manageriale. e sulla cui base pare incentrato tutto il processo delle primarie, le cui “regole” sono, per sommi capi, quelle che hanno disciplinato l'“elezione del premier” (o meglio dell'indicazione del nome del leader della coalizione che si presenterà alle elezioni secondo le norme dettate dal famigerato Porcellum).

Nell'organizzazione manageriale abbiamo:
un nucleo centrale e sovraordinato che detiene il potere e l'autorità, che ha chiari gli obiettivi, la strategia e la tattica per conseguirli,
esistono staff laterali che collaborano, ciascuno con le proprie competenze (ad esempio la comunicazione e l'uso dei media),
un corpo manageriale attivo che è chiamato a portare il proprio contributo, agendo sia a cascata su possibili “acquirenti”, “fette di mercato”, ecc., che lateralmente -mettendosi in competizione- anche minando il territorio dei propri pari. I manager risponderanno agli obiettivi dati con risultati concreti e valutabili, che si esprimono attraverso la compilazione di apposite classifiche.

Facendo le dovute e necessarie trasposizioni troviamo che l'evento delle primarie parlamentari ben soddisfano questa schematizzazione organizzativa:
l'obiettivo è costruire, sulla base di un consenso sufficientemente largo (tradotto in gradimento) un nucleo di possibili parlamentari, che in qualche modo aggiri parzialmente l'odioso obbligo della elencazione coatta (la nomina) prevista dal Porcellum.
Questi candidati alla candidatura devono trovare sostenitori (firmatari) per comparire nell'elenco (anzi, nei due elenchi, uno per le donne ed uno per gli uomini).
Costruiti gli elenchi questi saranno sottoposti a successiva valutazione di gradimento popolare (la platea di quanti hanno partecipato alla definizione del leader della coalizione), dando vita alle “primarie dei parlamentari”.
Non entriamo a piè pari su temi come le “cordate”(sindacali, territoriali, lobby, ecc), perché avremo modo di farlo più nel dettaglio successivamente, ma già così è chiaro che ciò che viene messo in fieri è un processo complesso che nulla sembra avere a che fare con quella che sino ad oggi potevamo chiamare struttura partitica. Dove la ricerca del consenso non avveniva attraverso la reificazione “in carne ed ossa” fisica ma sulla base di un'adesione (identificazione) che traguardava l'individuo poiché al primo posto erano appunto le “ragioni del collettivo” (o le “ragioni sociali” se vogliamo utilizzare un termine aziendale).
Oggi tutto sembra essere proposto in modo esasperato: dall'individuo, che sceglie, all'individuo che viene scelto.
A coronamento non solo abbiamo il soggetto (candidato ad essere candidato), ma anche un programma individuale, tanto che a fronte di un programma di coalizione, si declina il programma di partito, e pure quello individuale. In questi giorni, sui quotidiani, si leggono le biografie dei candidati alla candidatura che raccontano non solo se stessi (biografia), ma le proprie priorità programmatiche o addirittura un proprio programma personale, a volte non proprio armonico con quello del partito di appartenenza.
Questa impalcatura è sorretta e proposta con grandi dichiarazioni in nome di un modello di democrazia che “finalmente” (ri)mette in connessione il “popolo” e le “istituzioni”, e tutto senza che la leadership o il nucleo sovraordinato, nelle sue direzioni e scelte, venga coinvolto o messo in discussione.
Nello specifico si parla di listini o nominativi direttamente a disposizione del segretario, che ne disporrà a seconda delle bisogne e delle opportunità.

Naturalmente questa complessa operazione non poteva non essere copiata dal piccolo partito che si pone a fianco del PD: Sel. Che infatti adotta in pieno le impostazioni per le primarie parlamentari del PD (addirittura utilizzando le stesse sedi di consultazione) ma, essendo nato come “partito personale”, le modula, addomesticandole, con minor professionalità aziendale scatenando le ire della base (http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9037/), nell'obiettivo di esonerare i membri del cerchio magico dal rischio di cannibalizzazione o di esclusione.

Non si comprende come questo processo, molto elaborato e forse per la prima volta sperimentato nella sua realizzazione, non sia oggetto di analisi politica.
Siamo oltre la tassonometria classica indicata dalla teoria delle organizzazioni partitiche, pensiamo al partito dei notabili, il partito cartello, il partito-azienda (si legga al proposito uno scorrevole testo redatto da Pierluigi Castagnetti, dal titolo: La sfida della democrazia interna).

Probabilmente dalla “politica frattale” (Luca Ricolfi) siamo passati al “partito frattale”, che -sempre se stesso a qualsiasi livello lo si scomponga- riproduce sempre lo stesso meccanismo di individualizzazione, a scendere dal vertice alla base.
Pare un assetto nuovo e per certi versi mai utilizzato, che riteniamo debba avere attenzione da chi ha ben altri strumenti di ricerca e di analisi.
Analizzare infatti questi processi riporta obbligatoriamente alla necessità di contestualizzare, dando perciò significato agli accadimenti, assumendo come riferimento l'assunto che questi siano processi storici (cioè costruiti dall'uomo) e non naturali, e pertanto inseriti in un contesto (una fase?) e che da questo ne sono al contempo frutto e determinante.

Patrizia Turchi

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