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Tornate nelle fogne!

Tornate nelle fogne!

(25 Aprile 2011) Enzo Apicella

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    “Il cuore nel pozzo”: la fiction dei cantastorie sciovinisti

    (11 Settembre 2004)

    È notizia recente: la Raifiction di Agostino Saccà, sta ultimando il suo nuovo sceneggiato sulle foibe – dal titolo emblematico di “Cuori nel pozzo” – che già promette di far palpitare all’unisono i ventricoli dell’ immemore platea televisiva.

    Que viva Novak!

    Stai fermo, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va'... dove lui ti porta (Susanna Tamaro)

    La società dello spettacolo non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di mettere in scena la “madre di tutte le fiction”; quella che dovrà rappresentare l’Italian Style del momento; che dovrà corrispondere al pensiero unico imposto; che porterà sulle labbra di un esercito di massaie i dolori e lo strazio – tutto politico - appartenuti, sino a questo momento, a pochi alati messaggeri della stirpe dei Pansa e dei Mieli: le foibe.

    I moderni sciovinisti cantastorie sembrano sempre più certe streghe della tradizione nordica, di quelle che tastavano il grembo delle donne per carpirne fertilità e disposizione alla prole. In circostanze simili ad essere tastati nel basso ventre sono le evidenti vergogne della nostra memoria storica. I dispensatori di pathos patriottico, coadiuvati da stormi di esperti negazionisti-sceneggiatori, danno il segnale: la nazione è pronta! Può essere fecondata. Tra nove mesi partorirà – senza alcun dolore – l’ennesimo aborto.

    Il regista in questione è Alberto Negrin, già autore di “capolavori” quali “Il sequestro dell’Achille Lauro” e “Perlasca”. Ha avuto modo di dichiarare: “ho sempre fatto film per il gusto di raccontare storie e non per ragioni politiche”. Un’autodifesa ineccepibile, ormai divenuta canovaccio classico per ogni vassallo dell’intellighenzia impegnato in opere di “rilettura storica”, che dietro alla tranquillizzante facciata buonista nascondono evidentissimi gli intenti anticomunisti dei committenti e che – quanto più attaccano ferocemente, a testa bassa – gli eredi disarmati di quella tradizione tanto più parlano di “memoria condivisa” per improbabili “pacificazioni nazionali”. Per avere una conferma degli intenti, basta scorrere la trama, pregna di ogni elemento fondante del nuovo, forzato e forzoso, immaginario collettivo.

    Un bambino, figlio di uno stupro etnico, innocenza violentata, a cui vengono sottratti i genitori. Un orfano accolto, nella dissoluzione dei riferimenti, da – manco a dirlo – un prete (interpretato da Leo Gullotta, in quota Prc), che cercherà di guidarlo verso la salvezza. Il quadro, di una banalità che irrita e dona raccapriccio a chiunque abbia un minimo di conoscenza degli eventi, viene completato da due personaggi fondamentali: il partigiano sloveno e il partigiano italiano. Entrambi comunisti, ma profondamente divisi da quella linea di civiltà che i produttori pretendano passi per Trieste. Il primo, Novak, è uno stupratore con la stella rossa sul berretto, un crudele assassino immotivato, una bestia che – nelle intenzioni della fiction – dovrà catalizzare, come un magnete titoista – l’odio del pubblico. Il secondo è un idealista, membro del Cln, che si trova a fare i conti con la vera essenza del comunismo: regime tirannico bestiale e antisportivo. Costui farà da parafulmine: da una parte mostrerà le pecche del comunismo italiano, servo di Mosca e di Belgrado giustificandone e rimproverandone le mosse passate dei singoli militanti in buona fede; dall’altro fingerà di tendere la mano alla parte laica del Paese, in nome di un “non passa lo straniero” che dovrà superare le divisioni ideologiche per aderire plasticamente ai sacri confini nazionali. Il martirio del comunista buono per mano del comunista cattivo, chiuderà cattolicamente il cerchio. La fine di questa offensiva pagliacciata, costata 4 milioni e mezzo di euro al produttore Angelo Rizzoli, è tenuta segreta. Ma stando alle scarse doti innovative del pool di cervelli impegnato nelle riprese, il pubblico italiano non dovrà attendersi sorprese. Catarsi.

    Le considerazioni da fare sono quasi ovvie. Una, di carattere storico-politico, rimanda all’accurato studio di ciò che l’occupante fascista italiano riuscì a perpetrare, in termini di violenza assoluta e di sopruso, nelle terre annesse di Dalmazia e di Slovenia. E, in un secondo momento, alla presa di coscienza (specie da parte di una sinistra oramai piegata al politicamente corretto imposto da una ciurma di reazionari senza scrupoli filologici) che la reazione slava fu assolutamente, completamente, totalmente legittima. E non colpì, come amano farci credere, nel mucchio. Ma con una selettività persino difficile da rilevare in altri episodi simili della Storia dell’umanità. Una selettività che non appartenne di sicuro al fascista invasore, esportatore armato d’un razzismo genocida. La seconda considerazione è di carattere estetico. Si prenda atto della scientificità con cui, nell’arco di cinque-dieci anni, la tv si è popolata di produzioni made in Italy impegnate nell’opera di ricostruzione d’un tessuto legittimista, nazionalista e iper-istituzionale tra le cosiddette “masse popolari”. Dal poliziotto all’ispettore, dalla squadra anti-crimine al maresciallo. Mentre la società reale si evolveva in senso repressivo e carcerario, l’uomo medio era chiamato ad applaudire ed a mostrarsi orgoglioso degli eroi in divisa che, saltando al di qua dello schermo, moltiplicavano la loro presenza concreta nelle nostre vite reali. Consolati dal nuovo arrembante cattolicesimo dei preti di pellicola, furbi e misericordiosi a riempire il vuoto di valori e di ideologie. E non bastasse, la tv matrigna ha spinto all’assunzione in blocco di esempi storici di dubbio gusto attraverso mielose e melodrammatiche soap-opera: Madre Teresa, Giovanni XIII, Padre Pio. Altare, tribunale e transistor nell’epoca del crollo della pubblica istruzione e dell’umiliazione dei docenti.

    Sta di fatto che “Cuori nel pozzo” è riuscito, in un colpo solo, a riunire nelle critiche la Jugoslavia. I quotidiani serbi, sloveni e persino croati hanno titolato: "Vendetta cinematografica di Silvio Berlusconi su Tito”. E – aggiungiamo noi – sul vecchio Dipartimento Spettacolo a guida ulivista, reo – a suo tempo – di non aver concesso i benefici del finanziamento pubblico a "Foibe, un processo mancato", film diretto dal regista Gabriele Polverosi. Joe Gacnik, presidente dell'Associazione di partigiani-veterani, ha fatto presente che il film di Negrin rappresenta il tentativo di reinterpretare la storia e che il governo italiano sta facendo di tutto per mantenere alto il mito della “pulizia etnica” nonostante i risultati raggiunti dalla Commissione di studio italo-slovena. Proprio la Slovenia ha annunciato bruschi peggioramenti nei rapporti bilaterali con l’Italia. Guido Cace, presidente dell'Associazione nazionale dalmata, ha risposto alle critiche dichiarando (incredibilmente): “è come se tedeschi si arrabbiassero perché si ricordano i campi di concentramento nazisti'”. Assurdo. Un rovesciamento storico degno di un lottatore di greco-romana!

    Nonostante la recente cinematografia italiota non sia parca di rappresentazioni di partigiani “brutti, sporchi e cattivi”. Basti, su tutti, ricordare l’esempio di “Porzus” di Renzo Martinelli o dei comunisti – brutti fra i brutti, fanatici e intolleranti – ne “I piccoli maestri” di Daniele Lucchetti o, caso diverso ma parificabile, quello de “Il partigiano Johnny” di Guido Chiesa. Il sunto? Questo Paese di anime pie e pusillanimi non deve sapere quel che è realmente accaduto fra il 1943 e il 1945. Deve lasciarsi cullare dalla mesta tranquillità borghese. Deve farsi guidare; non deve mai essere sollecitato – da esempi concreti – all’azione, al cambiamento; deve accontentarsi delle briciole e, per quelle, ringraziare dio e Stato. Non deve mai credere nella sua forza. E indubbiamente la visione fenogliana della Resistenza era quella che più si adattava al costituendo epos nazionale. Franza o Spagna.

    Un Paese inetto e una pubblica opinione arrogante nella sua raffazzonata conoscenza dei fenomeni storici, appresi per sentito dire al corso accelerato della fiction televisiva. Questo stiamo diventando. Così, tra un “viva la Rai!” e un “que viva Novak”, noi – ostinatamente, nel gorgo delle contraddizioni – non possiamo che ribellarci alla fucilazione mediatica urlando la seconda.

    Plebe
    fanzine autoprodotta dal collettivo comunista AgitProp di Foggia

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