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(7 Febbraio 2012) Enzo Apicella

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Ve la spiego io la riforma Fornero. L'ho appena vissuta sulla pelle.

(17 Gennaio 2013)

Quando, ad inizio estate, fu approvata dalla “strana maggioranza” la cosiddetta riforma Fornero sul mercato del lavoro, giornali e televisioni ci riempirono di “solenni minchiate”.


Ci dissero che sì, anche se il giudice dava ragione al lavoratore in una causa di licenziamento, lo stesso giudice poteva optare tra il “reintegro” o una “indennità economica”.


Ma ci dissero pure che, in cambio, la sveltezza imposta alle cause di licenziamento, sarebbe stata un grosso vantaggio per il lavoratore che prima doveva invece aspettare anni per arrivare ad un dibattimento e vedere quindi riconosciuta l’eventuale infondatezza del licenziamento.


Non voglio annoiare troppo con la mia storia, di cui si è certamente parlato molto nei mesi scorsi.


Sono stato licenziato in giugno, dice Bnl, in seguito ad una condanna penale in primo grado, avvenuta nel febbraio 2012,a due mesi e venti giorni. Condanna per aver presentato documentazione falsa nel 2004 onde ottenere un anticipo sul mio “zainetto previdenziale” presso il Fondo Pensioni.


Ovviamente si trattava di sentenza di primo grado, quindi provvisoria, rispetto alla quale è stato interposto regolare appello, e che oltretutto cadeva in prescrizione lo scorso settembre 2012. Quindi, volendo, causa penale già morta e sepolta.


Ricorro in tribunale contro il licenziamento.


Nel mio caso, essendo stato licenziato circa un mese prima dell’entrata in vigore della riforma Fornero e trattandosi poi di un fatto risalente a ben sette/otto anni prima, si applica inequivocabilmente il vecchio Art. 18, c’è solo la possibilità del “reintegro”.


Questo però non impedisce che venga applicato anche al mio caso il nuovo “rito Fornero”, quello svelto, quello che dovrebbe garantire maggiormente il lavoratore.


Ed infatti i tempi sono brevi, il ricorso viene presentato in settembre ed il 20 dicembre, dopo meno di 4 mesi, viene fissata l’udienza.


Un udienza di soli venti minuti per una causa affidata da sole 48 ore ad un giovane giudice del lavoro, in sostituzione di una collega postasi in aspettativa/maternità.


Nessun cenno al formale tentativo di “conciliazione tra le parti”, che pure solennemente il “rito Fornero” prevede all’inizio del dibattimento.


Due chiacchiere dei miei avvocati, qualcuna in più da parte del responsabile legale della Bnl che, bontà sua, alla fine di una arringa distruttrice, dove vengo descritto come un delinquente abituale o poco meno, offre una anno di mensilità come “compenso” di conciliazione, cosa che ovviamente rifiuto ( sono un delinquente per aver prelevato 16.000 euro dal mio personale “zainetto”, quindi comunque soldi miei, e poi me ne “regali” circa 40.000 per “conciliare” ? ).


Un testimone-chiave a mio favore, credendo anche lui – avendo letto la nuova legge - al fatto che la prima udienza avrebbe dovuto essere destinata ad un serio tentativo di “conciliazione”, che non si presenta in aula.


Ed il giovane giudice, con l’aria pure tanto “progressista” e “alternativa”, che ritiene inutile un rinvio per ascoltarlo, tanto, dice, “ è tutto nelle carte”.


Tutto questo, come dicevo, in soli venti minuti. lo scorso 20 Dicembre, con tre cause prima della mia ed altre quattro dopo la mia, tenute dallo stesso giovin magistrato, “efficiente”, “tecnologico” e “progressista”, capelli lunghi e barbetta tardo/contestataria, con tanto di quotidiano “de sinistra” in bella mostra sulla scrivania.


Passa una settimana ed arriviamo al 27 Dicembre. In mezzo c’è un solo giorno lavorativo, venerdì 21, e lo stesso giudice ha in programma per quel giorno altre 6 o 7 cause.


Poi il 22 è sabato, il 23 è domenica, il 24 è la vigilia di Natale ed il tribunale è chiuso, il 25 è Natale, il 26 Santo Stefano.


Il 27 pomeriggio mi chiama il mio avvocato per comunicarmi che il giudice ha respinto il mio ricorso, confermando il licenziamento.


Quando le ha lette il giovin magistrato le famose “carte”, un grosso faldone, sotto l’albero di Natale e col panettone in mano ?


E, ammesso che le abbia lette, ha avuto modo di capire, ad esempio, che tutta l’inchiesta penale nasce da una mia dichiarazione, in un incontro del sindacato Falcri di cui ero all’epoca Segretario di Coordinamento col Fondo Pensioni, dichiarazione di sostanziale ammissione personale di responsabilità fatta, forse troppo generosamente, per difendere una collega ?


E avrà capito il fatto che, se anche il Fondo Pensioni è un ente “terzo”, il personale amministrativo con cui ci si confrontava in quell’occasione era personale dipendente della Bnl, espressione delle Risorse Umane, e che quindi quella mia incauta ammissione era come se l’avevo fatta direttamente alla Banca ? La quale quindi non aveva nessuna necessità di aspettare quasi 8 anni, ed una sentenza comunque provvisoria, per prendere una eventuale decisione ?


Se quel lontano fatto, da me stesso pochi mesi dopo ingenuamente svelato, è tale da “far cadere il rapporto fiduciario”, mi tieni quasi altri 8 anni, in gran parte dei quali non ho nemmeno svolto ruoli sindacali, a lavorare con tanto di password ed autorizzazioni di ogni tipo ?


Ed il giudice avrà capito il fatto che quella sentenza penale c’entra assai relativamente con il mio licenziamento ? E questo non fosse altro perché una collega condannata nella stessa causa a pena doppia rispetto alla mia, se l’è cavata con una sospensione di dieci giorni ? E perché un provvedimento di sospensione è stato preso anche nei confronti di un altro collega che in quella medesima causa penale non era stato condannato ?


Certo, nelle “carte” tutto questo c’era. Ma, ripeto, quel giovin magistrato le ha lette veramente ? E pure attentamente, come meritavano ? E quando ? Il dubbio appare legittimo.


Così come appare legittimo pensare che la “sveltezza” imposta a certe cause dalla riforma Fornero, tutto è meno che a favore del lavoratore.


Magari, prima della riforma, anche se si aspettavano anni per una sentenza, si poteva però pure ritenere che il giudice avesse tutto il tempo per studiare attentamente le “carte”.


Ora, in quella allucinante catena di montaggio di cause e sentenze che si è venuta a creare, questa certezza non c’è proprio più.


Poi è ovvio che la mia vicenda ha ben altre implicazioni, tutte politiche.


E che il misfatto vero e proprio, e non parlo solo del provvedimento di licenziamento ma anche di molti comportamenti/banca ad esso successivi, non è certo avvenuto in quella caotica e rumorosa aula di tribunale.


E su questo ho intenzione di tornare con ampia citazione di fatti, avvenimenti e persone coinvolte, non solo nell’ambito strettamente Bnl, in un prossimo futuro.


Naturalmente, poi, si sta predisponendo il ricorso in appello contro questa sentenza del Tribunale del Lavoro, sperando in un esame più attento ed accurato della vicenda.


Saluti a tutte e tutti ed a presto.


Comunque, “no pasaran !”



Roma, 15 Gennaio 2013

K.

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