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Porrajmos

Lo sterminio dimenticato

(22 Gennaio 2013)

genoporraj

Prima vennero a prendere gli zingari…
(B. Brecht)


Porrajmos (in romanì, divoramento) è la parola con la quale lo studioso rom Ian Hancock ha definito lo sterminio nazista degli “zingari”, mentre per i Sinti è il Samudaripen: un genocidio pianificato che ha causato la morte di circa mezzo milione – in una forbice oscillante tra 300 e 800 mila, data la scarsa documentazione – di Rom e Sinti, solo in parte eliminati nei lager e ben più frequentemente uccisi in modo sommario nei territori occupati dai nazifascisti.
Uno sterminio quasi sconosciuto e praticamente ignorato durante il processo di Norimberga, anche se per percentuale di vittime (circa la metà delle popolazioni rom e sinti in Europa, anche se Simon Wiesenthal ipotizzò persino il 75%) non inferiore a quello della Shoah degli ebrei, anch’essi sterminati per motivi razziali.
Tale realtà venne riconosciuta ufficialmente dalla legislazione tedesca soltanto nel 1963, con l’ammissione delle richieste d’indennizzo previste per le vittime del nazismo, dopo che una precedente sentenza della Corte federale di Cassazione aveva ritenuto che gli “zingari” fossero stati perseguitati per ragioni razziste solo a partire dal 1943.
Eppure, tutta la storia del “popolo del vento” è stata segnata dall’esclusione sociale in stretta connessione con il pregiudizio sulla sua connaturata “diversità”.
Fin dai primi anni del regime nazista, la cosiddetta “questione zingara” venne affrontata dalle diverse autorità statali “ereditando” la legislazione esistente volta al controllo e all’identificazione degli individui “zingari” presenti sul territorio, nonché al loro disciplinamento e alla loro assimilazione.
Nella Germania imperiale, così come durante la Repubblica di Weimar, il “problema” era stato demandato quasi esclusivamente alle autorità locali di polizia che avevano il compito di vigilare sul rispetto delle regole che imponevano agli “zingari” di cessare la vita nomade, di lavorare stabilmente, di non sostare in determinati luoghi, di possedere specifiche carte di identificazione e permessi di soggiorno, concessi a un numero limitato di persone.
La legge, considerata come modello da altri Länder, fu quella “per fronteggiare zingari, vagabondi e oziosi” promulgata dal parlamento bavarese nel luglio 1926, che prevedeva pesanti divieti sia negli spostamenti che nella sosta di qualsiasi gruppo nomade – definito come “orda” – con riferimento sia agli “zingari” che ad altri “viaggianti” assimilabili a questi. Inoltre, per gli individui sopra i sedici anni senza occupazione stabile, era previsto l’eventuale internamento in campi di lavoro sino a due anni, prorogabili.
Sempre durante la Repubblica democratica di Weimar, l’Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara aveva incrementato la schedatura dei Rom e dei Sinti, tanto che nel 1925 in tale banca dati erano raccolti oltre 14.000 nominativi provenienti da tutta la Germania con relativa identificazione digitale, già obbligatoria dal 1911 per tutti gli “zingari” residenti in Baviera. Questo sistema di controllo fu quindi acquisito e reso ancora più efficiente dall’apparato nazista che, nel 1938, mutò la denominazione di tale ufficio in Centro del Reich per la lotta alla piaga degli zingari, quale branca della polizia criminale (Kripo): all’inizio del 1938 aveva schedato 16743 zingari “razziali”, 4502 casi dubbi e 9640 nomadi non zingari.
A tale prassi politico-amministrativa, il nazismo aggiunse infatti la propria concezione ideologica sulla rigidità dell’ordine sociale e sui comportamenti individuali, nonché le teorie razziste che avrebbero sancito non senza difficoltà che Rom e Sinti, non essendo più di pura “razza ariana”, erano da ritenersi esseri geneticamente inquinati e quindi inferiori.
La loro presunta origine indo-europea rappresentava per i nazisti una contraddizione con le proprie teorie razziste attorno al “ceppo ariano”. Per risolvere questo aspetto del “problema zingaro”, sin dal 1934 in Germania vennero istituiti centri di ricerca genetica e, nella primavera del 1936, nell’ambito dell’Ufficio della Sanità del Reich, venne fondato il Centro di ricerche per l’igiene della razza e la biologia della popolazione, sotto la direzione del dott. Robert Ritter, psichiatra e neurologo di provata fede nazista. A conclusione dei suoi studi, egli concluse che il 90% degli “zingari”, pur se originariamente ariani, a causa del secolare nomadismo avevano “inquinato” il loro sangue attraverso le unioni con popolazioni non-ariane, per cui auspicava che “il grosso degli ibridi Zingani, asociali e fannulloni” venisse raccolto in grandi campi mobili di lavoro e sottoposto a sterilizzazione obbligatoria. Analoga argomentazione fu sostenuta dal prof. Hans F.K. Gunther nel suo Studio della razza del popolo tedesco, per cui gli “zingari” erano pericolosi asociali, ladri, truffatori, nomadi per cause genetiche derivanti dal loro sangue irrimediabilmente tarato. In base a tali indicazioni Hans Globke, caposervizio del Ministero dell’Interno del Terzo Reich, redattore e commentatore delle leggi razziali, dichiarò che gli “zingari” come gli ebrei erano di sangue non europeo, ritenendo necessarie introdurre misure anche nei confronti dei “meticci”, ossia dei nati da coppie ariano-zingare o ariano-giudaiche.
Infatti, da quel momento in poi vennero emanate leggi e provvedimenti anti-zingari analoghi a quelli introdotti contro gli ebrei, abolendo progressivamente ogni diritto nell’ambito matrimoniale, lavorativo, scolastico, abitativo.
La prime deportazioni documentate di Rom e Sinti, riguardanti 400 persone, furono eseguite nel 1936 a Dachau e nello stesso anno, in occasione delle Olimpiadi di Berlino, la polizia locale per motivi d’immagine rinchiuse circa 600 Rom e Sinti in una ex discarica, nei pressi di un cimitero, di lì a poco divenuta il campo di concentramento di Marzahan.
Il processo di separazione e allontanamento dalla popolazione tedesca degli “zingari” presenti sul territorio s’intensificò nel biennio 1937-’38, compiendo una vera e propria pulizia etnico-sociale, iniziata con espulsione dalle case popolari e il progressivo internamento nei cosiddetti “campi di abitazione”, sotto durissima sorveglianza poliziesca, sorti a Berlino, Colonia, Frankfurt am Main, Essen, Düsseldorf, Gelsenkirchen, Brielich, Fulde, Herne, Kiel, Cloppenburg, Danzica, Neubrandemburg, Pölitz, Hannover, Kessel presso aree assolutamente fatiscenti e inadeguate, compresi ex porcili e campi sportivi dismessi.
Alla fine del 1938, Himmler, dopo aver assunto l’incarico di responsabile della “questione zingara” nel Reich, emanò un decreto decisivo per la discriminazione razziale degli “zingari” e, da quel momento in poi vennero emanate leggi e provvedimenti analoghi a quelli introdotti contro gli ebrei, abolendo ogni diritto nell’ambito matrimoniale, lavorativo, scolastico, abitativo.
Con l’inizio della Seconda guerra mondiale e l’invasione nazista di gran parte dell’Europa, la persecuzione si generalizzò e gli “zingari” vennero avviati ai campi di concentramento e sterminio, senza alcuna considerazione rispetto al grado di purezza razziale né distinzione tra tedeschi e stranieri. Esiste documentazione del loro “passaggio” nei lager di Dachau, Ravensbruck (femminile), Treblinka, Buchenwald, Bergen Belsen, Chelmno, Maidanek, Gusen, Theresienstadt, Sachsenhausen, Belzec, Sobibor, Natzweiller, Flossenburg e, soprattutto, Auschwitz-Birkenau dove, nel gennaio 1943, Himmler ordinò l’internamento di tutti i Rom e i cosiddetti “sangue misto” (Mischlinge), mentre per i Sinti confermò in un primo tempo le misure coercitive già previste, purché disposti a sottoporsi a sterilizzazione.
All’interno di tale struttura concentrazionaria, tra il febbraio 1943 e l’estate del 1944, una sezione speciale fu destinata alla detenzione di intere famiglie rom, denominata Familienzigeunerlager, che era una sorta di ghetto interno allo stesso campo. In questo complesso le condizioni di vita erano tragiche, tanto che dei circa 300 bambini nati in prigionia nessuno sopravvisse, ma nonostante le condizioni disperate il 16 maggio 1944 circa quattromila prigionieri “zingari” dettero vita ad una rivolta per non essere condotti nelle camere a gas. Uomini, donne e bambini dopo aver raccolto pietre, spranghe e altre armi improvvisate si ribellarono, sopraffando gli aguzzini delle SS che ebbero diverse perdite.
Dopo averli lasciati a morire di fame e stenti per stroncarne la resistenza, i nazisti riuscirono ad eliminare 2897 superstiti dello Zeugenerlager soltanto nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, mentre gli ultimi 800, tra cui moltissimi bambini, soppressi il 10 ottobre. Complessivamente, è stato calcolato che furono circa 23 mila i Rom e i Sinti morti ad Auschwitz-Birkenau.
In questo inferno – così come a Dachau, Matzweillet-Struthof, Natzweiller, Ravensbruck e Sachsenhausen – uomini, donne e bambini “zingari” furono usati in atroci esperimenti per “studiare” gli effetti di malattie mortali, la sopravvivenza in condizioni estreme, l’effetto di gas tossici, i metodi di sterilizzazione, le conseguenze della mutilazione sessuale. Tristemente noto l’operato del dottor Mengele nella baracca 32 del campo zingaro e le sue insensate ricerche eugenetiche sugli “ariani decaduti” secondo le quali i gemelli e i Sinti erano le cavie umane preferite, anche se non fu certo l’unico “scienziato” nazista resosi colpevole di crimini contro l’umanità.
Inoltre, la loro presunta derivazione dalla “stirpe ariana” comportò che le donne rom e sinti fossero “preferite” negli stupri compiuti dalle SS e schiavizzate nei “bordelli” dei lager, mentre era severamente proibito avere rapporti sessuali con le ebree.
Anche in Italia l’oppressione anti-zingara che raggiunse il suo apice sotto il regime fascista aveva alle spalle un passato di preconcetti e vessazioni secolari, ma prima delle leggi emanate nel 1938 il “problema” degli zingari fu trattato come una questione di ordine pubblico piuttosto che di natura razziale.
Nel febbraio 1926, a titolo d’esempio, una direttiva del Ministero dell’Interno segnalava infiltrazioni nel Regno di «zingari dediti al vagabondaggio e alla questua» richiamando gli uffici di Pubblica Sicurezza ad impedire il loro ingresso, così come per “saltimbanchi o simiglianti”, in carovana o isolatamente ed anche se muniti di regolare passaporto.
Un’altra circolare ministeriale ai Prefetti nell’agosto dello stesso anno, ribadiva la necessità di epurare il territorio nazionale dalle carovane di zingari per «la loro pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica», con il conseguente ordine agli uffici di frontiera per il respingimento di gruppi nomadi.
Nel 1938, l’anno dell’introduzione in Italia delle Leggi “per la difesa della razza”, si registrarono le prime retate su vasta scala con l’internamento di famiglie “zingare” in alcune località di Abruzzo, Calabria e Sardegna.
Con l’entrata in guerra dell’Italia, nel settembre 1940, il ministero dell’Interno Bocchini dispose l’internamento di tutti gli “zingari” italiani, sia perché «commettono talvolta delitti gravi per natura intrinseca», sia in quanto ritenuti «capaci di esplicare attività antinazionale», e nel novembre successivo il razzista Guido Landra, in servizio presso il Minculpop, condannò possibili matrimoni tra gli italiani e «questi eterni randagi, privi in modo assoluto di senso morale».
Secondo alcune stime, complessivamente potrebbero essere stati circa seimila gli “zingari”, rastrellati anche in Slovenia e Dalmazia, internati in numerosi campi di concentramento italiani dove la mortalità era alta, tanto da ipotizzare circa mille vittime. Un numero imprecisato venne invece trasferito nei lager nazisti, come nel caso di una ventina di deportati nel campo austriaco di Leckenback nel novembre 1941, in gran parte transitando per il famigerato campo di Gries a Bolzano.
I circa 40 campi d’internamento in Italia furono generalmente “misti”, dove gli “zingari” si trovarono rinchiusi assieme a antifascisti, ebrei e slavi, come a Boiano (Campobasso) e Tossicia (Teramo), ma almeno uno fu riservato a Rom e Sinti presso Agnone (Isernia) dove, tra l’altro, i carabinieri si resero responsabili di violenza sessuale nei confronti delle internate. In tutti i campi le condizioni di vita erano penose e come descritto da Altiero Spinelli «divenne prima o poi un quadro abituale gli sventurati che frugavano qua e là tra i rifiuti e le immondizie, in cerca di avanzi di cibo e di mozziconi di sigarette».
Emblematica la relazione scritta il 27 settembre 1943 dal maresciallo dei carabinieri di Tossicia per informare il locale Podestà che i superstiti del campo era evasi in massa «senza produrre alcun rumore perché tutti privi di scarpe».

(A cura di Marco Rossi)

Riferimenti bibliografici:

- Autori Vari, A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli zingari, Editrice A, Milano, 2006;
- Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, Torino, 2000;
- Leonardo Piasere, I rom d’Europa. Una storia moderna, Laterza, Bari, 2004;
- Otto Rosemberg, La lente focale. Gli zingari nell’Olocausto, Marsilio, Venezia, 2000;
- Annamaria Masserini, Storia dei nomadi. La persecuzione degli zingari nel xx secolo, Edizioni GB, Padova, 1990;
- Virginia Donati, Porrajmos. La persecuzione razziale dei Rom-Sinti durante il periodo nazi-fascista, Istituto di cultura sinta, Mantova, 2003;
- Alessandro Cecchi Paone, Flavio Pagano, La rivolta degli zingari. Auschwitz 1944, Mursia, Milano, 2009;
- Giovanna Boursier, Massimo Converso, Fabio Iacomini, Zigeuner. Lo sterminio dimenticato, Sinnos, Roma, 1996;
- Giovanna Boursier, Gli zingari nell’Italia fascista, in «Italia Romanì», n. 1, Roma, 1996;
- Giovanna Boursier, La persecuzione degli zingari nell’Italia fascista, in «Studi Storici», n. 4, Roma;
1996;
- Giovanna Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, in «Studi Storici», n. 2, Roma, 1995;
- Giovanna Boursier, Zingari internati durante il fascismo, in «Italia Romanì», n. 2, Roma, 1999;
- Amedeo Osti Guerrazzi, Poliziotti. I direttori dei campi di concentramento italiani 1940 – 1943, Cooper, Roma, 2004.



RomAntica cultura

Questa relazione è tratta dal volume “RomAntica cultura. Invisibilità e esclusione del popolo rom” curato da Martina Guerrini, Valentina Montecchiari e Valeria Venturini – quaderno trimestrale «Briciole» del Cesvot toscano, in collaborazione con il Centro Mondialità Sviluppo Reciproco di Livorno (Firenze 2012, pagine 216). Tra gli altri, interventi di Lorenzo Monasta, Marcello Palagi e Lorenzo Guadagnucci. Le persone interessate possono richiederne una copia (è richiesto solo il rimborso delle spese spostali) scrivendo a: altra_info@yahoo.it

Umanità Nova, n. 2 anno 93

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