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(30 Aprile 2011) Enzo Apicella

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La Libia prova l’inattuabile assetto imperiale del mondo

(6 Febbraio 2013)

Diamo seguito, alla luce degli ultimi accadimenti in Libia, a quanto scrivemmo su “Grandi manovre sul petrolio libico e l’embargo iraniano” sul n.354 di questo giornale.

Da quando la Nato dichiarò conclusa, dopo sette mesi di operazioni, la missione del 2011 per la difesa della “libertà” e della popolazione, la Libia è precipitata nel caos generalizzato e sfugge ad un qualsiasi controllo territoriale e politico: diversi sono i soggetti che lo pretendono, ma nessuno può affermare di averlo ottenuto.

All’interno la struttura centrale della nuova Assemblea Costituente Nazionale (ACN), sotto influenza americana, avanza tra oggettive difficoltà e contraddizioni sulla spartizione del potere come prova il recente attentato al suo presidente Megarif. L’ACN è in forte contrapposizione alle comunità tribali che rivendicano il controllo sulla spartizione delle aree di estrazione petrolifera: precedentemente una sorta di confederazione delle tribù era mantenuta fedele a quell’autorità centrale che, grazie alla considerevole rendita petrolifera, garantiva il più alto tenore di vita dell’Africa.

Nel nuovo contesto l’ACN aveva deciso di attribuire alle province orientali, dove si trovano i giacimenti più importanti, soltanto 60 dei 200 seggi disponibili mentre l’area dello Zintan, Misurata e le province occidentali e centrali detengono le posizioni chiave nell’esecutivo e nella capitale.

Ma “distaccamenti rivoluzionari” controllano zone della capitale e limitrofe. Si sono riaperte antiche controversie sui terreni, quelle tra berberi e arabi, faide familiari e rivalità tra le diverse milizie tribali, stimate forti di 100 mila armati. «La tradizionale disputa tra clan sul controllo delle frontiere nella parte occidentale della Libia ha avuto una escalation con un conflitto armato di tre giorni, tra la città di Zuwara da un lato e quelle di al-Jumail e Raghdalin dall’altro, con circa 50 uccisi. Dieci persone sono morte quando arabi e tuareg si sono scontrati a Ghadames, e circa 1.600 tuareg in seguito sono stati costretti a fuggire nella vicina Derg. A giugno le tribù Zintan e Mashashia si sono scontrate sulle montagne Nafusa, lasciando oltre 70 morti e circa 150 feriti. Le forze governative sono state schierate tra Zintan e Shagiga per tenere separate le due comunità in lotta per la terra» (Mezjaev, Fondazione per la Cultura Strategica).

Anche i ripetuti duri attacchi a Bani Walid, la ex roccaforte fedele a Gheddafi, centro della tribù dei Warfalla, rientrano in questo contesto ed è solo un pretesto voler consegnare al CNT i responsabili dell’uccisione di Omran Shaaban, un ribelle coinvolto nella cattura e nell’uccisione di Gheddafi.

Ultimo soggetto interno di cui da poco e con molta incertezza si parla è la Resistenza Verde, formata da fedeli di Gheddafi e oppositori vari al regime, sostenuto dalla Cia e dalla Nato, che sarebbe responsabile di varie operazioni militari tra cui l’assalto alla palazzina americana di Bengasi. L’organizzazione della Resistenza Verde, benché sempre negata dal governo, pare particolarmente attiva sul piano militare come testimoniano documenti e video “indipendenti”. Nulla sappiamo al momento della loro struttura, entità, comando e programma politico.

I soggetti esterni vedono sempre la Francia all’attacco. Nonostante i 50 milioni di euro con cui Gheddafi avrebbe finanziato la campagna elettorale di Sarkozy del 2007, la Francia, in ricompensa per il suo sostegno militare – così afferma una lettera di un membro del CNT all’emiro del Qatar – otterrà il 35% del greggio libico. In maniera meno vistosa ma non meno decisa si muove la Gran Bretagna in difesa degli interessi della British Petroleum, la quale il 1° novembre scorso ha ottenuto la concessione per la perforazione di 17 nuovi pozzi petroliferi, di cui 5 in mare. Turchia, Italia, Cina e tutti quanti rivendicano pretese.

L’Italia oltre al supporto navale dal 28 aprile ha effettuato ben 1.900 sortite, con 456 bombardamenti, per un totale di 7.300 ore di volo. Il Generale Giuseppe Bernardis, Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, nel suo libro “Missione Libia 2011 – Il contributo dell’Aeronautica Militare”, li ripartisce in 310 “attacchi al suolo contro obiettivi predeterminati” e 146 di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche”, più non ben quantificati attacchi a non meglio precisati “obiettivi di opportunità”. Tutti tenuti nascosti all’opinione pubblica italiana per “opportunità politica”.

L’italiana ENI il 26 settembre riavviò la produzione del vasto campo petrolifero di Abu Attifel, il 3 dicembre annunciò l’inizio di altre perforazioni sia in terra sia in mare e il 16 dello stesso mese i due governi stipulano importanti accordi petroliferi con investimenti italiani per 6 miliardi di euro.

I militanti di al-Qaida operanti in Libia sarebbero mercenari provenienti dal Qatar o in qualche modo legati al suo governo che teme minacciati i suoi interessi dalle manovre francesi nell’Africa sub sahariana non francofona, Sudan in particolare, dove la francese Total è diventata la prima nell’estrazione petrolifera, che verrà a breve triplicata. Il Qatar è interessato al gas libico per il suo piano di produzione di gas liquefatto destinato al mercato europeo.

La Cina al momento mette in secondo piano la Libia perché impegnata nell’importante progetto, del costo di circa 1,5 miliardi di dollari, comprendente un gasdotto nel Sudan settentrionale ed una raffineria di petrolio in Kenya.

Gli Stati Uniti meritano attenzione. Il 18 settembre alla 67.a Assemblea Generale dell’Onu il presidente americano Obama è stato molto chiaro: «Siamo intervenuti in Libia a fianco di un’ampia coalizione, e con il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, perché abbiamo avuto la possibilità di fermare il massacro di innocenti, e perché abbiamo creduto che le aspirazioni del popolo erano più potenti di un tiranno. Ora ci incontriamo qui, ancora una volta, per dichiarare che il regime di Bashar al-Assad deve giungere ad una fine, così che la sofferenza del popolo siriano possa finire, e una nuova alba possa iniziare».

Capolavoro di ipocrisia sulla Libia con solenne impegno di ripeterlo in Siria! Ovviamente la Libia fu attaccata militarmente non per liberarla dal tiranno ma per spartirsi il suo petrolio e per creare una solida base nel Nordafrica per l’esercito americano!

Quanto alla forma, non vi fu nessun mandato del Consiglio di Sicurezza e la risoluzione n° 1973 del 2011 sulla “no-fly zone”, che non faceva parola riguardo un eventuale intervento, fu di approvazione tanto travagliata da parte delle forze che si opponevano, Russia e Cina in testa, da aprire ad ogni flessibilità di applicazione.

Uno degli elementi dell’operazione della Nato era il controllo assoluto dell’informazione con la diffusione programmata di notizie per confondere e sconcertare l’opinione pubblica mondiale. Nel piccolo italico il gen. Bernardis ricorda il caso del maggiore Scolari che al ritorno della prima missione raccontò ai giornalisti di aver pattugliato la sua zona senza aver avuto bisogno di usare i missili contro i radar libici. Il ministro della Difesa del tempo, Ignazio La Russa dispose l’immediato ritorno dell’ufficiale al suo stormo di Piacenza.

Dopo la morte di Gheddafi calò il silenzio sui fatti libici, la censura dell’imperialismo proteggeva la spartizione delle risorse del paese e il destino delle sue popolazioni; il riassetto sociale doveva apparire cosa fatta, con solo sporadici contrasti, fisiologici dopo quanto passato.

Questo fino allo scorso 11 settembre – data casuale o voluta? – quando ci fu l’attacco ad una residenza protetta americana di Bengasi dove operava il console Steven che vi morì con suoi tre collaboratori. Vi fu impegnata una formazione di ben 125 uomini armati con mitragliatrici, granate, razzi RPG e armi antiaeree. Le fonti ufficiali attribuirono questo riuscito attacco prima ad una manifestazione di protesta, degenerata, contro un nuovo film americano offensivo per i musulmani, poi a non meglio precisati “oppositori stranieri”, forse siriani, o forse iraniani, o al-Qaida, salafiti, wahhabiti, ecc., mai menzionando la Resistenza Verde.

Tutti gli osservatori ritengono possibile una deriva del paese verso la situazione della Somalia dove le formazioni tribali si contendono con le armi il controllo del paese. In questo caso le attività petrolifere sarebbero fortemente compromesse, azzerando quindi i risultati ottenuti con la guerra, fatto che imporrebbe un ulteriore impegno militare ed economico.

Non è da vederci una ulteriore conferma che gli americani non sarebbero più in grado di vincere una guerra. Le fanno, come ci ricorda Lenin ne “L’imperialismo”, «per spartirsi il mondo, non per una loro speciale malvagità, ma perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via se vogliono ottenere dei profitti; la spartizione si compie “proporzionalmente al capitale”, “in proporzione alla forza”, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun tipo di spartizione».

E le vincono non tanto per le doti strategiche dei generali ma per l’enorme massa di mezzi che la loro macchina produttiva bellica è in grado rovesciare al fronte, e anche su più di uno contemporaneamente. Che chiedano aiuto ad altri “alleati” è dovuto in parte alla crisi economica e alla necessità di ripartire le spese, ma soprattutto per coinvolgere un fronte di complici nella rapina contro il fronte avverso: anche Alì Babà aveva bisogno di 44 ladroni!

È cambiato il quadro strategico internazionale dalle lezioni della Corea e del Vietnam e ne hanno appreso di insegnamenti. La guerra imperialista, anche quando combattuta nelle periferie, è fra i colossi. Al di fuori dei grandi conflitti generali una vittoria definitiva e stabile è impossibile. Resta spazio solo per guerre locali permanenti come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia, con le sue instabilità e la frammentazione degli obiettivi. Ma, evidentemente, l’imperialismo non troverà mai una sua sistemazione definitiva, tantomeno “equa” o “giusta”, qualunque significato la piccola-borghesia si sforzi di dare a queste vuote parole.

Se, per una serie di motivi, non è ora all’ordine del giorno una estesa guerra mondiale, vitale bagno di giovinezza per il capitalismo, un numero di conflitti locali in aeree geopolitiche non contigue permette di tenere attiva quella consistente parte del capitale interessato alla produzione bellica. Tante relativamente piccole commesse fanno un quantitativo ben apprezzabile. Tanto le spese le pagano gli sconfitti, o almeno ci sperano!

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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