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(18 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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Fascismo, post fascismo e processi di transizione democratica nella Storia contemporanea d’Europa. Il caso Spagnolo.

(8 Febbraio 2013)

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Francisco Espinosa Maestre

Con el vito, vito, vito/ Con el vito que me muero/.Alejandro Garcia Gòmez/ Ay, que juez mas punetero/ los tribunales penales/ los componen sin verguenzas/ qué suelen llamar al Pardo/ antes de dictar sentencias/ Alejandro, tu eres un loco/ Alejandro, tu qué has hecho/ condenas a ocho inocentes/ pa qué te suban el sueldo.
Da Cantos de la nueva resistencia espanola, 1939-1961.

La Spagna della Rivoluzione e della guerra civile, della vittoria delle forze fasciste e dell’affermazione del Regime franchista evoca, in Italia, scenari che si collocano alle origini della lotta al fascismo sul fronte internazionale, fin dai lontani anni ’30 - “Oggi in Spagna, domani in Italia!” - ed allo sviluppo delle forze sociali e politiche, che furono protagoniste della nascita della (fu) Repubblica Democratica nata dalla Resistenza, con tutte le contraddizioni laceranti di cui questa visse per i decenni successivi alla ratifica della Costituzione del 1948.
Pochi furono, invece, gli intellettuali europei che si occuparono del Regime di Franco nella sua fase di “normalizzazione”, all’indomani della II guerra mondiale: tra le lodevoli eccezioni, spicca l’esempio del regista francese Alain Resnais, uno dei massimi autori del Cinema d’Oltralpe, che ne “La Guerra è Finita” (1966) mostra il dramma dell’isolamento di una piccola comunità di esuli comunisti spagnoli in Francia, le difficoltà della loro attività politica clandestina nella Spagna franchista degli anni ’60, che videro una dittatura fascista nel cuore d’Europa godere di una sostanziale legittimità da parte dalle Democrazie parlamentari occidentali, e coesistere con il milione di turisti europei ed americani all’anno sulle spiagge di Malaga e Marbella.
La lunga intervista che segue è tratta dal sito della CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo), storica realtà dell’anarcosindacalismo iberico. Lo storico Francisco Espinoza Maestre (autore di opere come “La Primavera del Fronte Popolare”, “Massacro” -sugli eccidi di Badajoz-, “La colonna della Morte. L’avanzata dell’esercito franchista da Siviglia a Badajoz”) accompagna il lettore in un viaggio nel “Cuore di Tenebra” spagnolo, parlando apertamente di “Congiura del Silenzio” da parte di tutte le maggiori forze politiche del Paese, sin dalle prime fasi del post-franchismo, all’indomani della morte del Caudillo e dell’avvio del processo costituente e della Transizione democratica.
Temi che, nel contesto della Crisi attuale, assumono un nuovo, inquietante significato; basti pensare al livello raggiunto dalle mobilitazioni e dalle lotte contro le politiche di Austerity nella società spagnola, alla violenza della risposta dello Stato, alla delegittimazione di ogni possibile forma di opposizione alle riforme imposte da UE e Fondo Monetario Internazionale. In alcuni passaggi, Maestre denuncia apertamente la realtà di un Paese che torna a restringere spazi di agibilità democratica, dopo decenni di Democrazia limitata e “controllata”, e di perdurante assenza di volontà di fare i conti con quaranta anni di franchismo. Possiamo affermarlo apertamente: con le dovute differenze storiche, sociali, strutturali da Paese a Paese, gli spagnoli non sono i soli europei a doversi confrontare con una delle più vistose aberrazioni dei nostri Tempi.
L.D.

“Con certa gente si vive in pace, a patto che si faccia ciò che loro vogliono”

Francisco Espinosa Maestre è forse lo storico che meglio conosce il periodo repubblicano, il golpe militare, la guerra civile e la repressione franchista nel sud-est della Spagna.
E’, inoltre, curatore del progetto “Todos los nombres”, il cui sito Web raccoglie i nomi delle vittime della repressione fascista. Discuteremo con lui all’indomani della pubblicazione del suo: ”Guerra e repressione nel Sud della
Spagna”

Domanda: In apertura del tuo testo parli del tema della proprietà della terra come causa della guerra civile, malgrado tale argomento sia stato messo in secondo piano dalla storiografia ufficiale, e come avevi già fatto nel tuo eccellente lavoro sulla riforma agraria e la successiva repressione, che rappresentò la primavera del Fronte Popolare. E’ così?
Risposta: Per vari motivi, la cosiddetta Questione agraria restò relegata in secondo piano a partire dall’integrazione della Spagna in Europa e dagli enormi mutamenti che ne conseguirono in ambiti come quello dell’agricoltura.
La storiografia, con le dovute eccezioni, ha rimosso l’argomento in questione a tal punto, che, quando iniziai pochi anni fa la mia ricerca sui fatti di Badajoz, era ancora punto di riferimento il saggio di Edward Malefakis del 1971, opera molto importante e che conserva il suo interesse, ma che richiede, al tempo stesso, di essere revisionata a fondo.
Della Commissione che discusse la mia Tesi, presieduta da Josep Fontana, facevano parte due grandi specialisti in Storia agraria, entrambi attivi ancora oggi, Carlos Barciela e Riccardo Robledo. Presiedeva la Commissione, Antonio Miguel Bernal, autore di un libro che ha esercitato su molti di noi grande influenza: “La lotta per la terra nell’Antico regime”. L’idea che la riforma agraria si collochi all’origine del Golpe militare la ebbero anche le persone che quei fatti li vissero, è il caso del giurista Luis Jimenez de Asùa e storici come Manuel Tunon de Lara. Senza dubbio, se la riforma fosse stata compiuta, avrebbe cambiato il paese.

D: Quali errori credi siano stati commessi dalla Repubblica?
R: La maggior parte delle riforme del governo repubblicano erano ben orientate. La legislazione della Repubblica fu estesa e complessa. Però ebbe due problemi: i nemici interni e l’incapacità di misurare le forze dei nemici che dovette affrontare. Tutta questa fase è caratterizzata da episodi violenti, dovuti generalmente alla militarizzazione dell’ordine pubblico ed al protagonismo nefasto dei militari, delle Guardie civili o di assalto, che non sentivano alcuna affinità con la Repubblica e che crearono continue situazioni di tensione. D’altra parte, la reazione ed il comportamento delle forze di destra, Chiesa in testa, quando si ripresero dal trauma del 14 Aprile (del 1931, data della proclamazione della Repubblica spagnola, NDT), furono terribili. Ad eccezione del Biennio nero del 1934-1935, (successivo alla vittoria delle Destre alle elezioni del 1933, con la successiva ondata di repressioni, NDT) la Repubblica fu soggetta ad una continua campagna di provocazione e diffamazione, a partire dal trionfo elettorale del Fronte popolare alle elezioni del febbraio 1936. In piena ascesa del Fascismo, le democrazie permisero l’intervento della Germania nazista e dell’Italia fascista a vantaggio delle forze che preparavano la sollevazione.
Oggi sappiamo che la prima riunione in cui si stabilirono ne linee di azione per farla finita con la Repubblica, ebbe luogo lo stesso 14 aprile 1931, e tale fase culminò con il Golpe di Sanjurjo dell’agosto 1932.

D: La destra. Si mantenne democratica fin quando la Democrazia non fu più in grado di servire ai suoi interessi?
R: Il mondo politico repubblicano fu molto complesso. Uno dei punti di rottura è segnato dalla scissione del Partito repubblicano radicale nel 1934, a seguito del suo accordo con la CEDA (Confederazione Spagnola Destre Autonome, “cartello” delle forze della reazione in Spagna, sin dalla tornata elettorale del 1933, NDT). Dall’insuccesso alle elezioni del 1933 e da questa scissione, nascerà la Sinistra repubblicana, forza collocata sulle posizioni più moderate dello schieramento della sinistra spagnola. Alla sua destra, dal Partito repubblicano fino alla Falange, c’erano comunque diverse sfumature. In realtà, i repubblicani di destra, dal momento della sollevazione militare dovettero essere molto cauti, alcuni di essi ebbero problemi, finendo addirittura esiliati. A grandi linee, la Destra pura era costituita dalla CEDA di Gil Robles, i gruppi monarchici raccolti attorno a Rinnovamento spagnolo e i proprietari terrieri dietro al Partito agrario spagnolo.
Queste forze controllarono il potere durante il Biennio nero, approfittando del momento favorevole per smantellare iniziative legislative anteriori e realizzare i propri piani. Contro di esse, si ebbe nel 1934 la rivoluzione delle Asturie e sorse lo Stato Catalano. La repressione dei moti nelle Asturie costituisce il saggio di quello che sarà la sollevazione militare del Luglio del ’36. Un ministro radicale, Diego Hidalgo, sarà quello che promuoverà Franco ai vertici dello Stato maggiore centrale, da dove il futuro dittatore ebbe mano libera dal Febbraio del ’36.


D.: Al confronto con le tremila vittime di Pinochet, le trentamila di Videla tu sostieni che solo nelle province del sud-est della Spagna furono assassinate più di quarantamila persone. Si può parlare di genocidio e di crimini contro l’umanità? E se è così, non essendo tali crimini soggetti a prescrizione, in quale situazione giuridica verrebbe a trovarsi l’eredità del Franchismo e del fascismo spagnolo?
R.:E’ stata la ricerca storica sugli eventi che si sviluppano a partire dal Golpe militare, a portare qualcuno a spostare i termini del discorso dal tema della guerra civile, a parlare in termini di repressione, di sterminio, di genocidio, di fascismo. Ci avevano fatto credere che si era trattato di una guerra civile, e ci siamo imbattuti in un genocidio per cause politiche e sociali. Evidentemente di tali crimini, sparizioni forzate in maggior parte, non si potrà parlare fintanto che la Giustizia e lo Stato non assumano le responsabilità che loro competono. Senza dubbio, la Transizione (alla Democrazia, la cui genesi si colloca all’indomani della morte di Franco nel 1975, e culmina con la attuale Costituzione spagnola del 1978, NDT) ha blindato le responsabilità mediante la (auto)amnistia dell’Ottobre 1977 ed il Patto di silenzio ed oblio tra le principali forze politiche. Passare senza rottura da un apparato giudiziario al servizio della Dittatura ad un altro teoricamente soggetto ad una Costituzione democratica, ha comportato costi enormi. Il mutamento fu così lento e superficiale, che ci si deve chiedere con forza se un organismo con quelle caratteristiche possa cambiare da un giorno all’altro attraverso un semplice mutamento di regime politico. Senza andare troppo lontano, il caso del giudice Juan Garzòn ha recentemente dimostrato qualcosa che molti consideravano impensabile: il magistrato che si intrometta in questioni che i poteri costituiti considerano pericolose, può essere espulso come un corpo estraneo dal mondo giudiziario.

D: In che condizioni versa la documentazioni archivistica in materia di repressione franchista?
R. :Ci fu un celebre caso in cui un insigne archivista fece riferimento alla “Giungla archivistica” spagnola. E la situazione, di fatto, non è mutata, nonostante alcuni progressi negli ultimi decenni. Sarà sufficiente sottolineare come sia ancora in sospeso la Legge sugli Archivi, prevista all’interno della Legge sul Patrimonio Documentale del 1985. Risulta evidente che le autorità competenti in materia preferiscono mantenere la situazione attuale, piuttosto che dover applicare un provvedimento legislativo di tipo europeo, che le obbligherebbe ad adempiere ai propri compiti istituzionali. A tutt’oggi, tutto dipende dal caso: archivi senza dotazione, né il personale necessario; autorità responsabili che danno priorità al principio dell’accesso all’informazione, mentre altre fanno prevalere il Diritto all’Onore; Archivi dello stesso rango con differenti regole di accesso; fondi documentali militari ed ecclesiastici mantenuti a spese dello Stato, ma gestiti dalla Chiesa o dall’Esercito.
Nonostante tutto, il problema di maggiore gravità è che quelli che potremmo chiamare gli “archivi del terrore”, i “files della repressione” gestiti da Esercito, Guardia Civil e Polizia, continuano ad essere invisibili. Tra le ragioni volte a giustificare tale situazione, la più insopportabile per chi voglia fare ricerca è il pretesto dell’attuale Crisi, con cui si vuole giustificare il ritardo nel conseguimento di diritti certi all’accesso, alla consultazione; si producono così battute d’arresto nelle ricerche, ad arbitrio delle autorità competenti.


D.: La memoria storica che non è andata perduta è quella di parte Franchista. Riuscirà a prevalere?
R.: Facciamo un passo indietro: quaranta anni di memoria storica franchista non passano invano. Inoltre, con la Transizione, non solo non si è fatto nulla per stabilire una continuità con la memoria delle tradizioni democratiche precedenti alla dittatura, che era quella Repubblicana, ma si è assunta la nuova Transizione democratica come unico riferimento, lasciando alla memoria franchista piena legittimità. Nessuno si è scomodato a spiegare cosa fu la Repubblica e cosa fu il Franchismo. Il passato non esisteva. Per sapere se la memoria franchista prevarrà, basta osservare le reazioni delle Amministrazioni controllate dal Partito Popolare ai timidi provvedimenti adottati in seguito alla Legge sulla Memoria per eliminare dal linguaggio comune i residui del franchismo ed i riferimenti all’apologia della dittatura. Semplicemente, si continua ad adottare la vecchia massima della Destra spagnola in tale materia: “rispetto la legge, ma non la applico”. Il problema è che il PP non solo non ha rotto con il franchismo, ma vari dirigenti del Partito non hanno mancato di giustificare ed esaltare il Regime. Da questo punto di vista, si prevede che la memoria di parte franchista avrà vita lunga. In tal senso, la FAES (“Fondazione per l’Analisi e gli Studi sociali”, ente privato di orientamento liberaldemocratico, recentemente promossa da una classifica dell’Università di Pennsylvania al rango del miglior think thank spagnolo, ed il 150esimo più influente al mondo…NDT) ha giocato un ruolo chiave. Si comincia con il definire gli anni finali del franchismo “gli anni pre-democratici”, e si finisce, come si è affermato da parte di alcuni funzionari del MOA, che il franchismo portava in sé i germi della Democrazia.

D.: Il Franchismo funzionò come una macchina perfetta, tu affermi. Come fu possibile, altrimenti, che durasse quaranta anni senza incrinarsi, né crollare?
R.: Il Franchismo fu una macchina perfetta che sviluppò la propria azione in quaranta anni, a causa del ferreo mandato dei militari, alla repressione ed alla sua capacità di adattarsi alle necessità dettate dal momento storico. Dietro le quinte, erano i settori della società che avevano favorito il colpo di stato militare, traendone vantaggio, e che vissero la loro Età dell’oro negli anni ’40, ’50 e ’60. Anche nella classe media sorta in seguito al Piano di Stabilizzazione Nazionale e negli anni dello Sviluppo (con il termine desarrollismo, letteralmente: “sviluppismo”, la storiografia egemone in Spagna indica il momento di passaggio-seconda metà degli anni ’50-primi anni ’60-dagli anni dell’isolazionismo e dell’autarchia, ad un periodo che vede la modernizzazione e l’industrializzazione del Paese, e la stabilizzazione e la “normalizzazione” del regime franchista, NDT), quando il processo di crescita economico che in altri paesi richiese decenni, qui si compì in quindici anni. La Dittatura passò senza scosse dalla terribile autarchia fascista alla brutalità della Tecnocrazia dell’Opus Dei. E’ ammirevole che, in tutte queste circostanze, sempre ci fosse resistenza. La Dittatura avrebbe potuto finire dieci o quindici anni prima, ma non lo fece perché le forze sociali che avevano propiziato il Golpe e portato Franco al potere diffidavano di qualunque cambiamento che dalla caduta del Regime avrebbe potuto derivare. Indubbiamente, una delle ragioni della sua lunga durata fu la protezione accordata al personale che al Regime aveva dato vita e conferito la capacità di occultare lo sterminio su cui il Regime si fondava. Non si deve dimenticare che la Repressione richiese la collaborazione di molte migliaia di persone, che sapevano che la Dittatura costituiva l’unico muro a protezione dei crimini commessi. C’era una tale coscienza del problema, che più di un anno prima dell’approvazione della Costituzione, fu emanata la Legge dell’Amnistia, in funzione preventiva. Senza dubbio, ciò che dell’Amnistia fu messo in risalto, è che fosse stata fatta per i terroristi.

D.: L’Università spagnola è ancora il principale responsabile della assenza di ricerche sulla repressione franchista o qualcosa è cambiato?
R.: Salvo eccezioni, l’Università in generale si interessa del tema della Repressione solo dagli anni novanta. Quello che sappiamo dell’Università negli anni’70, ci fa capire perfettamente come fosse il mondo accademico, soprattutto nelle zone del Paese che rimasero sotto il controllo del CSIC (Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica, NDT) e dell’Opus Dei. L’Università aveva ben chiaro il proprio ruolo al servizio del potere, e gli studi su quello che per molti era stata la “Sollevazione Nazionale”, restavano fuori dai programmi. Addirittura, le autorità di certi Atenei come l’Università Andalusa-occorre riconoscere che in questo campo la zona orientale di questa parte del Paese ha da sempre seguito un orientamento diverso da quella occidentale-hanno voluto coprire le proprie vergogne e mancanze, attraverso l’adesione dell’ultima ora a progetti di ricerca sulla repressione franchista, o, per meglio dire, ad aspetti secondari della Repressione facili da studiare, quando erano già a disposizione sovvenzioni e borse di studio. Senza neanche spostarsi dai propri uffici.

D.: Per quali motivi vasti settori della società denunciano oggi il completo fallimento del processo di Transizione democratica, che per anni fu oggetto di elogi pressoché unanimi? Si è, anche qui, rotto un “Patto di silenzio”? E tra chi e chi?
R.: Si deve dire chiaramente che tali elogi vennero da parte di chi aveva interesse a rivendersi tale modello di transizione. E la ragione è chiara. Lo schema è il seguente: si rompe brutalmente con la tradizione democratica e si sottomette il Paese ad un regime di terrore e quaranta anni dopo, quando agli stessi settori della società che hanno portato al potere il dittatore interessa adottare altre dinamiche, maggiormente funzionali ai propri interessi, si organizza una transizione controllata che ci porta di nuovo al sistema dei partiti ed alle elezioni. Come se nulla fosse accaduto e senza alcun costo per coloro che perpetrarono il crimine. Tale processo era segnato dalla dittatura , che programmava la propria successione. A questo si deve aggiungere la dinamica tutta particolare che portò alla Costituzione. Nulla da obiettare davanti a un processo costituente, del cui contenuto si dibatta apertamente punto per punto, ma in realtà si trattò di un accordo a porte chiuse tra sette signori, cinque dei quali erano di destra. Ci voleva una crisi come quella attuale, perché il sistema iniziasse a fare acqua da tutte le parti. Si afferma che è stato fatto un buon lavoro, visto che il Paese vive in pace dal 1978. Questo argomento è capzioso. Anche con la Chiesa si vive in pace dal 1978, e ciò non nega l’evidenza che il Concordato ratificato nel 1979 sia pre-costituzionale (anche se porta una data posteriore), e conserva pienamente lo spirito del concordato franchista del 1953. Con certa gente si vive in pace, sempre che si faccia quello che loro vogliono e si rimanga in silenzio.

D.: In cosa ha sbagliato il giudice Garzon, quando portò in causa il franchismo?
R.: Ignoro quante possibilità di successo il giudice Garzon contasse di avere, quando annunciò l’apertura di una causa sui crimini del franchismo. Conoscendo la giustizia spagnola, dovevano essere molto poche, soprattutto da quando dovette realizzare che il PSOE non gli avrebbe dato alcun appoggio (i socialisti non gli perdonarono che con la sua inchiesta aveva demolito la Legge sulla Memoria). Fu in seguito ad una dichiarazione informale della Vicepresidente De la Vega, che i suoi nemici intuirono che avrebbero potuto facilmente attaccarlo. Bisogna, comunque, riconoscergli la dote dell’audacia, anche se sono portato a pensare che né lui, né nessun altro poteva immaginare che avrebbe finito per essere espulso dalla magistratura. D’altra parte, credo sia chiaro che la sua istruttoria avrebbe potuto essere svolta in modo migliore, benché fosse dettata da buone intenzioni Ma questo non cambia le cose, considerando che i suoi colleghi non avevano alcun interesse a che l’iniziativa avesse molto successo. Il processo ha avuto momenti indimenticabili, come le deposizioni dei famigliari degli assassinati, dichiarazioni rilasciate nel sempre inquietante scenario del Tribunale Supremo E’ molto improbabile che avremo ancora occasione di assistere a scene simili. Sfortunatamente, la televisione ha mostrato solo alcuni stralci delle udienze. All’indomani di questo lungo processo, dal 2008 al 2012, la mia sensazione è agrodolce. E’ un bene che ci sia stato però, a parte un nuovo trionfo della logica dell’impunità, è stato molto sofferto da parte del movimento pro memoria e delle associazioni che si sono impegnate in quella vicenda.

D.: Vedremo un giorno in Spagna operare una Commissione per la Verità?
R.: Il futuro è incerto. E’ preferibile interpretare il passato, ed anche qui, i pareri sono divisi. Da come sono andate le cose dalla Transizione in poi, non mi pare una ipotesi molto probabile. Diciamo che il sistema respinge questa opzione.
Altri paesi del mondo hanno potuto creare commissioni di questo tipo, perché c’era un sostanziale accordo tra le diverse opzioni politiche. Qui, un accordo del genere non esiste, e la ragione è imputabile al modello di Transizione che abbiamo avuto. Risulta impensabile che il PP appoggi l’istituzione di una Commissione per la Verità. Che dire poi del PSOE? Il massimo obiettivo raggiunto dai governi socialisti, è stato la Legge sulla Memoria; –tutti ricordano come è stata battezzata realmente!- come potrà sostenere una commissione del genere? E se della questione non ci si fa carico da sinistra, cosa ci resta da sperare? E poi, visto cosa sono stati capaci di fare, è quasi meglio che non facciano nulla.
D’altra parte, non ci si può aspettare molto da una Europa controllata dalle Destre, come si è visto nel caso dei ricorsi presentati. Nonostante ciò, personalmente sostengo l’opportunità di investire del caso la Corte Interamericana dei Diritti Umani, visti i tanto decantati rapporti tra il nostro Paese e l’America Latina. I risultati in quella sede sarebbero ben altri, come si è visto nel caso della recente sentenza per il massacro di Mozote (El Salvador). Per prima cosa, è stata dichiarata nulla l’Amnistia del 1993, che aveva protetto gli assassini. Naturalmente la notizia non è stata considerata degna di interesse dalla stampa spagnola.

Fonte: CNT-Confederaciòn General del Trabajo, 25 gennaio 2013

A cura di Leonardo Donghi

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