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(22 Ottobre 2012) Enzo Apicella

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La Bolivia vara una legge contro il femminicidio. E l’Italia che fa?

(11 Marzo 2013)

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Una legge che tenta di combattere la violenza di genere, che riconosce il femminicidio e lo punisce con 30 anni di carcere. Una “legge per garantire alle donne una vita libera da violenze” è quella che ha firmato il presidente della Bolivia Evo Morales, nel Palazzo del governo a La Paz.

Una risposta ad un fenomeno che colpisce anche la Bolivia, secondo il Centro per l’Informazione e lo Sviluppo delle Donne infatti dal 2009 403 donne sono state uccise, 21 delle quali nel 2013. In una cerimonia alla presenza di organizzazioni di donne indigene e attiviste femministe e per i diritti umani Morales, di ritorno dal Venezuela dopo i funerali di Chavez, ha varato una norma di 100 articoli che integra nel codice penale il reato di femminicidio, definito come l’omicidio di una donna a causa della sua condizione di femminilità: la pena è di 30 anni senza il diritto di grazia, la sanzione più elevata che ha il diritto boliviano. La legge individua i vari tipi di violenza, tra cui quella fisica, psicologica, sessuale, “riproduttiva”, economica e mediatica. Inoltre prevede tribunali e pubblici ministeri speciali oltre a una task force della polizia dedicata alle violenze sulle donne.

L’azione del governo boliviano deve essere di esempio agli altri Paesi perché la violenza sulle donne non rispetta confini, culture, condizioni economiche ed è una piaga che affligge tutto il mondo. Non bisogna cercare lontano, basta guardare vicino: in Italia una donna su tre ha subito violenza ed abusi almeno una volta nella vita, nel 2012 132 donne sono state uccise. Senza contare i casi di discriminazioni, abusi, mobbing, perché la violenza ha molti volti, spesso i volti delle persone più vicine, delle persone di cui ci fidiamo. Eppure in Italia una legge che punisca il femminicidio ancora non c’è e quello che si chiede a chi andrà a governare il Paese è di inserire nell’agenda politica un piano di norme ed interventi per la tutela della vita, dei diritti, della libertà delle donne.

L’Italia è stata più volte richiamata dalle Nazioni unite per il suo scarso e inefficace impegno nel contrastare la violenza maschile nei confronti delle donne. Nell'agosto del 2011, il Comitato Cedaw (Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne) ha rivolto allo Stato italiano una serie di raccomandazioni e nel 2013 Il nostro Governo dovrà rispondere sulle politiche che ha attuato rispetto al tema degli stereotipi di genere e la violenza maschile nei confronti delle donne al Comitato CEDAW.
Bisogna agire a livello politico e sociale per promuovere una cultura del rispetto affinché la femminilità, la propria identità di genere non sia mai una discriminante, una colpa, un rischio, una paura.

11-03-2013

V.V. - DirittiDistorti

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