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Sotterranei della giustizia

Sotterranei della giustizia

(14 Novembre 2009) Enzo Apicella
Tre medici e tre agenti penitenziari indagati per la morte di Stefano Cucchi

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Processo Cucchi, chi sono gli imputati?

(9 Aprile 2013)

Chieste condanne per 12 persone, ma nella requisitoria del pm il colpevole diventa Stefano. La sorella Ilaria: «Capisco chi non chiede un processo».

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La requisitoria sembra quasi diretta contro la vittima, anche se poi vengono richieste pene - lievi - per tutti i carnefici di Stefano Cucchi: tra i 6 e gli 8 mesi per il primario dell’ospedale Pertini Aldo Fierro; due anni per gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici; sei anni per i medici Stefania Corbi e Flaminia Bruno; cinque anni e sei mesi per altri due medici, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo; due anni per un altro medico ancora, Rosita Caponetti; quattro anni e tre mesi per gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe.

Per i pm Barba e Loy, «le lesioni provocate dagli agenti penitenziari nelle celle di piazzale Clodio hanno avuto una valenza meramente occasionale sul piano della morte, non consequenziale», così Cucchi sarebbe morto «nell'assoluta indifferenza» del personale sanitario che avrebbe dovuto assisterlo. Insomma, le botte ci sono state, ma Stefano è morto di “malasanità”.

La colpa, alla fine, sembra quasi tutta sua: «tossicodipendente da vent'anni», dice l'accusa (cioè da quando aveva 11 anni?!). «Una magrezza patologica, simile ai prigionieri di Auschwits. Cucchi non era un giovane sano e sportivo». A queste parole gli occhi di Ilaria Cucchi si spengono in un mare di rabbia e delusione: «Capisco tutte le persone che rinunciano ad avere un processo», dirà più tardi la sorella del 31enne morto il 22 ottobre del 2009, durante la custiodia cautelare.

L'impianto accusatorio punta a dimostrare che Stefano Cucchi morì di fame e di sete, dopo aver perso dieci chili in poco più di cinque giorni, negli ambulatori-prigione dell'ospedale Sandro Pertini di Roma. Il pm Barba se la prende anche con la stampa: «L'indagine è stata difficile anche a causa di varie rappresentazioni dei fatti che sono state portate fuori dal processo. I mass media hanno influito sull'opinione pubblica. C'e' chi ha voluto dare una rappresentazione della realtà diversa da quella emersa dal processo. L'impatto mediatico è divenuto sempre più invasivo, ci sono state ben due commissioni che hanno indagato contemporaneamente a noi e con evidenti interferenze. Ci sono state svariate interrogazioni parlamentari fino a numerosi tentativi di depistaggio da parte di personaggi che noi abbiamo inserito nella lista testimoniale». Poi, spiega i motivi che avrebbero indotto i poliziotti a riempire di botte il ragazzo: «Ci sono numerosissimi testimoni che dicono che Cucchi chiamava con insistenza le guardie. Forse era in crisi d'astinenza perché chiedeva con insistenza le medicine. Non si sa perché, nonostante queste insistenze arroganti, le medicine non gli furono somministrate nemmeno dai volontari di Villa Maraini presenti. Sappiamo che una detenuta è stata l'unica che ha dialogato con Cucchi per qualche minuto - ha detto ancora Barba - a lei disse che stava male, che voleva le medicine. Chiedeva, anzi pretendeva con l'arroganza che gli era propria qualcosa per alleviare l'astinenza dagli stupefacenti».

Alla fine, il colpevole sembra proprio essere lui, non i suoi aguzzini. La sentenza è attesa entro il 22 maggio.

Mario Di Vito - Contropiano

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