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Il Pakistan alla prova del voto

(9 Maggio 2013)

pakiprovoto

Mercoledì 08 Maggio 2013 23:00

A pochi giorni da un delicatissimo voto per il rinnovo del Parlamento, il Pakistan continua a vivere le ultime battute di campagna elettorale in un clima di violenza diffusa e di crisi interna crescente. Alle bombe dei Talebani e dei gruppi integralisti attivi al confine con l’Afghanistan si è da qualche settimana aggiunta la vicenda dell’ex dittatore Pervez Musharraf, la cui detenzione dopo il ritorno in patria rischia di alimentare le tensioni nel paese e lo scontro tra la società civile da un lato e i potenti vertici militari dall’altro.

In poco più di un mese, il bilancio degli attentati condotti contro candidati nelle elezioni di sabato prossimo ha superato le 100 vittime, con un ulteriore aggravarsi della violenza negli ultimi giorni. Ad essere presi di mira sono prevalentemente i tre partiti di ispirazione secolare che formano la coalizione di governo uscente - il Partito Nazionale Awami (ANP), il Movimento Muttahida Qahumi (MQM) e il Partito Popolare Pakistano (PPP) del presidente Asif Ali Zardari - anche se recentemente le bombe hanno iniziato a colpire candidati e partiti religiosi.

Comizi elettorali del partito Jamiat Ulema-e-Islam (F) nelle giornate di lunedì e martedì sono stati infatti sconvolti da esplosioni che hanno provocato una trentina di morti tra i sostenitori accorsi per ascoltare gli interventi dei loro candidati.

Quasi sempre, gli attentati sono stati rivendicati dai Talebani pakistani (Tehrik-e-Taliban Pakistan, TTP), i quali intendono colpire soprattutto i partiti di governo, accusati di avere fornito il loro appoggio alla campagna militare degli Stati Uniti in Afghanistan e nelle aree tribali nord-occidentali del Pakistan. Anche le più recenti operazioni contro il partito fondamentalista Jamiat Ulema-e-Islam (F), tuttavia, sono state rivendicate dagli stessi Talebani, poiché il suo leader, Fazal-ur-Rehman, e alcuni candidati si sarebbero “venduti” all’imperialismo americano.

In gran parte risparmiati sono stati invece finora i due partiti conservatori favoriti, la Lega Musulmana del Pakistan-N (PML-N) dell’ex premier Nawaz Sharif e il Movimento Pakistano per la Giustizia (Pakistan Tehreek-e-Insaf, PTI) dell’ex stella del cricket Imran Khan, protagonista martedì di una grave caduta durante un comizio a Lahore in seguito alla quale ha riportato una serie di fratture. Sfruttando l’ostilità diffusa nel paese per i metodi della “guerra al terrore” americana, queste due formazioni politiche, almeno esteriormente, hanno tenuto posizioni critiche nei confronti sia degli Stati Uniti che delle campagne militari promosse dal governo per combattere i gruppi integralisti, chiedendo allo stesso tempo un qualche dialogo con questi ultimi.

Proprio Nawaz Sharif viene indicato come il più probabile prossimo primo ministro pakistano dopo avere già occupato questa carica in due occasioni, tra il 1990 e il 1993 e tra il 1997 e l’ottobre del 1999, quando venne deposto dal colpo di stato militare che portò al potere il generale Musharraf.

Secondo un sondaggio condotto nel mese di marzo e pubblicato solo mercoledì dal quotidiano pakistano Dawn, su scala nazionale il partito di Nawaz (PML-N) sarebbe accreditato di quasi il 26% dei consensi, contro il 25% per il PTI di Imran Khan. Più staccato appare il PPP al potere, con meno del 18% delle preferenze a fronte di oltre il 30% fatto registrare nelle elezioni del 2008.

In particolare, nella provincia più popolosa del Pakistan - il Punjab - dove vengono assegnati più della metà dei seggi dell’Assemblea Nazionale, il PPP potrebbe fermarsi, secondo lo stesso sondaggio, al 14%, mentre il PML-N avrebbe un vantaggio di oltre 8 punti percentuali sul PTI. Per la maggior parte degli analisti, i risultati del voto di sabato non dovrebbero decretare un chiaro vincitore, rendendo perciò necessaria la formazione di un altro governo di coalizione.

Il più che probabile tracollo del PPP del presidente Zardari indica un diffuso malcontento tra la popolazione per le politiche messe in atto in questi cinque anni, sia sul fronte economico che della sicurezza interna. Per cominciare, nonostante le critiche espresse a livello ufficiale nei confronti della guerra condotta con i droni dagli Stati Uniti nelle regioni al confine con l’Afghanistan e che ha causato centinaia di vittime civili, il governo di Islamabad ha in realtà assecondato dietro le quinte la campagna di Washington, da cui dipende finanziariamente.

In ambito economico, inoltre, il governo non ha fatto nulla per rimediare all’estrema polarizzazione sociale del paese, nonché alla disperata povertà di ampi strati della popolazione, all’iniqua distribuzione delle terre o ai privilegi di un’élite economica e politica che, in larghissima parte, non è nemmeno tenuta a sborsare una sola rupia in tasse. Un’ondata di violenze settarie incontrastate, infine, attraversa da tempo il Pakistan causando centinaia di morti, soprattutto tra la minoranza di fede sciita.

Al di là dell’esito del voto, il percorso che seguirà il prossimo governo sembra comunque essere già segnato dalle trattative in corso con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per l’erogazione di un prestito di emergenza a Islamabad.

Più volte rimandato dal precedente esecutivo per il timore che le impopolari condizioni richieste in cambio potessero fare esplodere una crisi sociale già ben oltre i livelli di guardia, l’accordo con l’FMI sembra avere fatto un decisivo passo avanti un paio di settimane fa, quando il capo del governo di transizione Mir Hazar Khan Khoso - nominato a fine marzo in seguito alle dimissioni del premier del PPP Raja Pervaiz Ashraf - ha annunciato il raggiungimento di un’intesa preliminare per un pacchetto da 5 miliardi di dollari.

In base a ciò, il prossimo governo sarà chiamato, tra l’altro, a “ristrutturare” (svendere) le principali aziende pubbliche, a ridurre i sussidi garantiti alle classi più disagiate per l’energia elettrica e ad adottare svariate altre misure di austerity che peggioreranno notevolmente le condizioni di vita già disperate di decine di milioni di persone.

Su questa situazione già esplosiva alla vigilia del voto si è innestato anche l’arresto di Pervez Musharraf dopo il ritorno in Pakistan dall’esilio volontario durato quattro anni. Intenzionato a partecipare alle elezioni, l’ex dittatore sostenuto dagli Stati Uniti ha assistito dapprima all’annullamento della sua candidatura ed è finito poi agli arresti domiciliari in seguito alla formulazione di numerose accuse nei suoi confronti, tra cui il coinvolgimento nell’assassinio del dicembre 2007 dell’ex premier Benazir Bhutto e di un leader separatista del Belucistan nel 2006, la rimozione arbitraria del presidente della Corte Suprema, Iftikhar Muhammad Choudry, e molteplici violazioni della Costituzione pakistana.

Sia pure fortemente osteggiato dalla maggior parte della popolazione e da quasi tutto lo spettro politico pakistano, Musharraf indubbiamente gode tuttora di più di una simpatia all’interno delle forze armate, seriamente preoccupate per una possibile loro emarginazione ad opera del potere politico e giudiziario dopo avere esercitato per decenni una profonda influenza sul governo centrale.

I risultati delle tensioni prodotte dalla vicenda del generale Musharraf nelle ultime settimane e, più in generale, dalla crisi in cui versa il paese, sono apparse in tutta la loro evidenza lo scorso venerdì, quando il capo dell’agenzia federale investigativa pakistana, Chaudhry Zulfiqar Ali, è stato assassinato mentre si stava recando in auto al suo ufficio di Islamabad.

Ali era a capo di una serie di indagini di alto profilo, come l’omicidio di Benazir Bhutto in cui è coinvolto Musharraf, ma anche l’attentato del novembre 2008 a Mumbai, in India, per il quale sono accusati alcuni membri del gruppo integralista Lashkar-e-Taiba, notoriamente legato alla potente agenzia domestica di intelligence ISI (Inter-Services Intelligence).

Nonostante l’accesa competizione tra i diversi partiti in corsa per le elezioni dell’11 maggio e la loro condanna del tentativo di ritorno sulle scene di Musharraf, in ogni caso, praticamente tutti i protagonisti del panorama politico pakistano sono complici o sostengono in varia misura la partnership strategica con gli Stati Uniti.

Proprio la campagna “anti-terrorismo” lanciata da Washington più di un decennio fa con la collaborazione dell’allora dittatore ha contribuito in maniera determinante a far scivolare il Pakistan sull’orlo della guerra civile ed essa rientra nel quadro della strategia dell’imperialismo a stelle e strisce di utilizzare questo paese come uno degli strumenti per la promozione dei propri interessi in Asia centrale, anche attraverso il sostegno alle dittature militari succedutesi in sei decenni a Islamabad.

Con la lunga ombra del Fondo Monetario e un governo americano intenzionato a rafforzare i legami con la classe dirigente locale in vista del relativo disimpegno militare dall’Afghanistan a partire dal 2014, indifferentemente da chi uscirà vincitore dalle urne, il Pakistan che si appresta al voto, perciò, dovrà assistere con ogni probabilità ad un ulteriore deterioramento della situazione interna anche nel prossimo futuro.

Michele Paris - Altrenotizie

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