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(17 Novembre 2010) Enzo Apicella
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(Di lavoro si muore)

Comunicato sulla tragedia di Genova

(10 Maggio 2013)

Dopo ogni tragedia inevitabilmente si assiste ad un diluvio di inutili chiacchiere.
L’ultima strage nel porto di Genova rispetta in pieno questo insulso copione.
Infatti c’è chi parla di errore umano, chi di tragica fatalità, chi di circostanze sfortunate ecc., eppure, al di la ogni considerazione contingente, c’è un elemento da tutti ignorato. La storia del porto di Genova, negli ultimi decenni, ci fornisce una precisa indicazione sui mandanti e gli esecutori di questa che non è e non sarà né la prima né l’ultima mattanza su un posto di lavoro.
Non più di settimana fa oltre 900 operai di una fabbrica tessile in Bangladesh sono morti seppelliti nel crollo di un palazzo nel quale erano insediate diverse imprese. Bisognava risparmiare sui costi per i profitti e la vita umana conta meno di niente davanti ai bilanci in attivo.
Può sembrare paradossale ma questa stessa logica vale anche in questo ennesimo omicidio. Il porto come ogni altro luogo in cui si combatte una spietata guerra tra capitalisti è stato negli anni passati oggetto di una feroce spartizione tra armatori e terminalisti per appropriarsi di aree che prima erano pubbliche e che ora, privatizzate, sono preziose per incrementare i propri traffici.
L’ultimo piano regolatore del porto approvato tempo fa ha previsto il riempimento a mare per recuperare spazi dove collocare migliaia di containers.
Gli spazi in acqua per le manovre delle navi si sono pericolosamente ristretti ed una nave mercantile, come in questa circostanza, è costretta a retrocedere per un paio di chilometri per manovrare l’uscita dal porto. L’errore umano, o qualsiasi altro inconveniente, diventano largamente prevedibili considerato che, già un paio di anni, fa una nave passeggeri aveva urtato la punta di un molo a qualche centinaio di metri dal luogo di questo disastro. In quel caso le cose andarono bene perché le navi passeggeri hanno eliche di manovra non essendo conveniente montarle su quelle mercantili. Quindi, conseguentemente, hanno previsto di riempire altre aree in acqua dragando il fondale del porto con l’intento di recuperare nuovi spazi terra e consentire la movimentazione di navi di maggior pescaggio.
Non bisogna dimenticare che legge del profitto spinge verso il gigantismo delle infrastrutture e dei mezzi di trasporto e se ciò confligge con la sicurezza o il rispetto della vita umana diventa questione trascurabile. La conclusione di questa drammatica storia è, che se da un lato si producono mezzi di trasporto sempre più grandi per risparmiare sul costo per ogni unità di prodotto trasportato, dall’altro occorrono aree sempre più vaste per il carico e lo scarico stivato in volumi sempre più ampi, per battere la concorrenza, non solo tra porto e porto, ma tra operatori nello stesso porto.
La tragica ironia è che questi sforzi non sono e né saranno premiati perché la crisi attuale ostacola, a causa delle riduzione dei traffici, il riempimento di navi tanto grandi, rendendo di nuovo conveniente l’utilizzo di navi più piccole. Se a ciò si aggiunge che per far passare navi con pescaggio sempre più profondo bisognerebbe intervenire sul canale di Suez, si comprende quindi come tanti morti e tante opere faraoniche nei porti italiani potrebbero rivelarsi del tutto inutili, anche questo “rischio”, quindi, può essere corso essendo i lavori di potenziamento a carico delle casse pubbliche mentre le banchine sono ormai aree private.
I lavoratori hanno pagato con i propri morti e i vivi risponderanno del proprio operato alla magistratura mentre i veri responsabili se la caveranno con po’ di lacrime di circostanza, sempre disponibili però a continuare sulla stessa strada. I sindacati confederali, dopo aver sponsorizzato la privatizzazione ed esserne stati anche artefici, sistemeranno la propria coscienza con la dichiarazione di qualche ora di sciopero in attesa della prossima tragedia.
Genova 9/5/13

Sin.Base
CUB TRASPORTI GENOVA

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