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(2 Gennaio 2012) Enzo Apicella

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Crisi di Cipro un altro passo verso la instabilità e il crollo di tutto il Capitale mondiale

(21 Maggio 2013)

Dopo i paradisi fiscali di Islanda e Irlanda, anche Cipro si è stata investita dalla crisi finanziaria. Come in Islanda e in Irlanda, l’attivo netto delle banche di Cipro è smisurato: 8 volte il prodotto interno lordo. Si trovano in fallimento le due principali banche, alle quali sono affidati più della metà dei depositi nelle banche cipriote, 69 miliardi di euro in tutto.

Nemmeno lo Stato, è indebitato per l’85% del Pil, trova da finanziarsi sul mercato delle obbligazioni ed è costretto a chiedere aiuto dell’Eurogruppo. Gli occorrerebbero per i prossimi tre anni almeno 10 miliardi di euro. Il che porta il tasso di indebitamento dell’isola, con un Pil di 17,5 miliardi di euro, al 142%!

A questo bisognerebbe aggiungere un apporto minimo di 7 miliardi per rimettere a galla le due banche in fallimento, che per altro sono già indebitate presso la BCE. Se lo Stato cipriota dovesse prendere in carico il debito delle due banche, il tasso di indebitamento arriverebbe a ben il 182%, un livello del tutto insostenibile. Per fare un confronto, quando la Grecia fu dichiarata in fallimento, il suo tasso di indebitamento pubblico era del 129%.

Di fatto il rimborso del debito implicherebbe delle misure draconiane ben peggiori di quelle prese in Grecia e in Spagna! Insomma, lo Stato cipriota è in fallimento.

Ci si può domandare perché l’Europa non dà il denaro a Cipro, cosa sono infatti 17 miliardi rispetto al Pil europeo? L’Eurogruppo non è un’opera di carità. E in fin dei conti sono i singoli Stati che debbono tirar fuori i soldi; e questo mentre i governi stanno raschiando il fondo e tagliano tutte le spese per far scendere il deficit: dalla diminuzione delle pensioni fino alla contrazione delle spese militari.

Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, che ha comportato un aumento colossale del debito pubblico, più nessuno Stato è in grado di prendersi in carico il debito delle banche. Come ha detto molto chiaramente il presidente dell’Eurogruppo, d’ora innanzi in caso di fallimento bancario – e con l’approfondirsi della crisi di sovrapproduzione se ne avranno sempre di più – gli azionisti, i detentori di obbligazioni della banca, i creditori e i correntisti i cui averi ammontano a più di 100.000 euro dovranno rimetterci del loro. Questo corrisponde ad un aggravarsi della crisi, che prosegue, passo dopo passo, il suo cammino.

È per questo che, al primo colloquio, il FMI e la Germania avevano consigliato il presidente cipriota di trasferire tutti i depositi inferiori a 100.000 euro in una banca sana e di mettere in liquidazione le due banche in fallimento. Al rifiuto del governo cipriota, che voleva a tutti i costi mantenere la funzione di paradiso fiscale dell’isola, hanno proposto, per salvare il sistema finanziario, un prelievo del 15,6% su tutti i depositi bancari superiori a 100.000 euro. Davanti all’ostinata indisponibilità del rappresentante cipriota e alle sue richieste hanno suggerito una tassa del 9,9% sui depositi superiori a 100.000 euro e del 6,75% sugli altri.

Infine, dopo una settimana tragicomica di estenuanti trattative, si è tornati al punto di partenza: trasferiti alla Banca di Cipro tutti i depositi della Banca Laiki inferiori a 100.000 euro, più i 9 miliardi che deve alla BCE, e tutto il resto è messo in liquidazione in una “bad bank”. Inoltre per la ristrutturazione della Banca di Cipro sarà prelevato il 60% dei depositi superiori a 100.000 euro, per portare il tasso di copertura al 9%.

Quanto al governo russo, guardiano degli interessi della sua borghesia, ha protestato, minacciato, ma non ha dato un sol rublo ai suoi “amici” ciprioti.

Intense trattative si sono rinnovate fra il rappresentante di Nicosia, quello dell’Europa, Manuel Barroso, e il Cremlino. La notte del 24 marzo, nel pieno dei negoziati, si consentiva la fuga di una parte dei capitali russi:

«Il piano attuato d’urgenza dalla Troika sembra esser stato concepito per permettere al denaro sporco di sfuggire dalla rete. Banchieri e consiglieri fiscali hanno alla svelta organizzato la fuga dei capitali mentre la Troika discuteva a Bruxelles. Malgrado la chiusura ufficiale delle banche, alcuni clienti vip delle banche locali avrebbero beneficiato di un trattamento di favore. La Banca di Cipro a Londra e la sua filiale in Russia, la Uniastrum Bank, non hanno bloccato i trasferimenti di capitali il che ha consentito una fuga in massa verso la Lettonia. Il presidente della Banca di Cipro non ha dato le dimissioni dopo questo colossale trasferimento» (Le Monde Economique, 15 marzo).
Dopo di che il portavoce di Putin poteva affermare: «Tenuto conto delle decisioni prese dall’Eurogruppo, Putin ritiene possibile sostenere gli sforzi del presidente di Cipro e della Commissione europea per risolvere la crisi». Ha inoltre incaricato il governo e il ministro delle finanze di «elaborare con i nostri partners le condizioni di una ristrutturazione del credito già accodata a Cipro». Nella frase la parola partners si riferisce all’Eurogruppo.
I borghesi sono trafficanti e sempre pronti a mercanteggiare: tutto ha un prezzo. Come dicono, bisogna essere realisti.

Questa fuga di capitali ha necessariamente un costo per l’economia cipriota: quello che non si potrà prelevare dai capitali russi lo si dovrà prendere da qualche altra parte, una potatura molto maggiore per i capitali restanti, il 60% invece che il 30-40% inizialmente previsto. Questo comporterà un maggiore rischio di fallimento per le imprese cipriote che hanno depositi in quelle banche, una recessione più profonda ed una disoccupazione accresciuta. È difficile credere al responsabile della banca centrale cipriota quando afferma che il carico va essenzialmente sul fondi stranieri, russi, libanesi, ecc.

Il FMI prevede una caduta del Pil dell’isola dell’8,7% quest’anno e del 3,9% l’anno prossimo. Le previsioni degli economisti borghesi sono sempre al di sotto della realtà, ma devono riconoscere che l’isola si avvia ad un decennio di austerità.

Secondo i media questo modo di procedere nei confronti delle banche sarebbe una novità; e di fatto lo è.

La svalutazione del 14% che ha subito la Sterlina a seguito dell’iniezione massiccia di liquidità da parte della banca centrale per salvare le banche inglesi, si è tradotta in una corrispondente svalutazione dei risparmi della piccola borghesia inglese. L’inflazione ha la stessa funzione di una tassa sul piccolo risparmio.

Invece, stavolta, sono i grossi depositanti, i creditori, i detentori di obbligazioni e gli azionisti della due banche ad essere spennati. Questo indica un aggravarsi della crisi: le borghesie e i loro Stati non hanno più i mezzi per intervenire e salvare le banche; gli Stati sono oggi troppo indebitati per garantire i prestiti necessari alla ricapitalizzazione delle banche in fallimento.

Con trepidazione numerosi economisti e giornalisti si sono domandati se questo potrà avvenire di nuovo, o, peggio, diventare la regola. Al tempo della ristrutturazione del debito greco, la Troika aveva giurato che sarebbe rimasto una eccezione. Ma la crisi è sempre là e la tendenza è ad aggravarsi.

Già si parla della Slovenia come prossimo candidato, un altro piccolo Stato. In piena recessione, accusa una crisi immobiliare simile per ampiezza, tenendo conto delle proporzioni, a quella della Spagna: i crediti in sofferenza, con alto rischio di insolvenza, ammontano a 7 miliardi di euro, cioè il 20% del Pil. L’Eurogruppo anche lì dovrà intervenire a far da pompiere.

Un altro Stato, e non dei minori, in lista è l’Olanda, che segna una forte recessione e dove una euforica speculazione immobiliare in questi ultimi anni ha portato i crediti immobiliari al 128% del Pil. Se la recessione si aggraverà, come probabile, tutta una parte di questi crediti non potrà più essere pagata, come all’epoca della crisi dei subprimes, o come la Spagna di oggi!

Cipro non è il solo paradiso fiscale in Europa, dove la dimensione degli attivi delle banche è smisurata rispetto al Pil. Anche a Malta, un altro paradiso fiscale, le banche accentrano un valore di 8 volte il Pil. Ma il Lussemburgo, nel cuore dell’Europa, batte tutti i record con un attivo che va, secondo le fonti, da 19 a 24 volte il Pil del paese. In media l’attivo delle banche in Europa corrisponde da 3 a 3,5 volte il Pil, come è il caso della Germania e della Francia. Ma il caso dell’Inghilterra è unico e si avvicina a quello di un paradiso fiscale con un attivo bancario equivalente a più di 5 volte il Pil!

Quando il sistema bancario del Lussemburgo o quello della City si trovassero in fallimento tutto il capitalismo mondiale precipiterebbe nell’abisso. Questa crisi finanziaria potrebbe essere innescata da una crisi di sovrapproduzione del tipo di quella del 1929. Ed è proprio quello che si sta preparando, e non solo in Europa ma anche, agli antipodi, in Cina. Una crisi che potremmo predire, al più tardi, per il 2018-2019.

Questa crisi spingerà ad un titanico scontro fra borghesia e proletariato, riportato alle sue tradizioni di classe e sul cammino della Rivoluzione.

C’è anche da dire che Cipro non è solo un paradiso fiscale ma una testa di ponte fra l’Europa e il Medio oriente. Ha una grande importanza strategica, tanto da ospitare storicamente due grandi basi militari inglesi.

Mentre la tensione era al massimo fra i l’Eurogruppo e il governo cipriota su come risolvere la crisi finanziaria che scoteva l’isola, si sono diffuse delle voci di trattative segrete fra la Russia e Cipro per ottenere un accesso ai suoi porti per le navi da guerra russe. Non è da dubitare che se i russi potessero inghiottire il boccone lo farebbero. Ma il problema è che dovrebbero farlo con la forza, il che presupporrebbe una Terza Guerra mondiale, che non è ancora affatto matura, malgrado i numerosi conflitti.

Noi prevediamo che avremo una crisi mondiale del tipo di quella del 1929, poi una ripresa dell’accumulazione; allora si porrà l’alternativa fra Guerra mondiale o Rivoluzione comunista mondiale.

La Russia si è trovata molto indebolita a seguito della sua grave crisi di sovrapproduzione degli anni ’90 e dello smembramento dell’Urss che ne è seguito. Ha perduto allora molto terreno, che oggi cerca di recuperare almeno in parte. Mosca è tornata recentemente ad inviare una flotta nel Mediterraneo, e questo si comprende dopo lo smacco in Libia e il rischio di collasso del regime siriano. Ma con 6 fregate è lontana dall’epoca dell’Urss, quanto poteva allineare da 30 a 50 navi nelle medesime acque.

La Russia è assai indietro rispetto alla potenza industriale che aveva l’Urss. Con gli indici della produzione industriale è risalita solo al 74% del livello del 1989, dell’insieme del blocco sovietico. Di acciaio la Russia oggi produce 68 milioni di tonnellate mentre l’Urss, prima del crollo, 160. Per l’elettricità si hanno rispettivamente 1.104 tera wattora contro 1.712. Sulla base della produzione di elettricità, la misura fisica più affidabile, e tenendo conto della crisi mondiale dell’acciaio, la potenza industriale della Russia attuale corrisponde al 64% della sua precedente. La Russia non può più dirsi oggi una superpotenza, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, che mantengono sotto stretto controllo l’Europa occidentale.

La vecchia talpa, come Marx aveva previsto, continua il suo lavoro e ben altre crisi finanziarie sono in preparazione. Come è stata risolta la crisi cipriota servirà da modello per la liquidazione delle banche in fallimento. E questo fino a che il proletariato internazionale non metterà a morte quel mostro incontrollabile che è il Capitale.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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