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Comunali 2013, un voto che conferma una situazione pessima

(29 Maggio 2013)

com2013

I risultati delle elezioni amministrative del 26 e 27 maggio confermano tutte le principali tendenze già riscontrate nelle recenti votazioni politiche di fine febbraio, seppure nel modo frammentario e a volte contraddittorio proprio delle scadenze elettorali locali.
Da questo punto di vista occorre sottolineare come la liquefazione delle grandi opzioni politiche in cui si divideva l’elettorato italiano nei decenni scorsi e la loro sopravvivenza solo residuale fanno spesso prevalere, anche in una votazione che pure coinvolge una fetta significativa di comuni (quasi 600 con oltre 7 milioni di elettori potenzialmente chiamati alle urne), decine e decine di liste “civiche”, di liste legate a piccoli o grandi potentati locali, ad ambizioni politiche di affaristi o di dirigenti politici “in libera uscita” dalla propria formazione. Emblematica ne è stata la discussa scheda elettorale romana larga 120 centimetri per contenere le 19 coalizioni e i 40 simboli di lista. E così i risultati si sbriciolano in una miriade di soluzioni a volte incoerenti tra loro.
Ecco perché vorrei sottolineare alcuni aspetti dei risultati che appaiono abbastanza diffusi, seppure contraddetti da non poche eccezioni.
Molti commenti hanno rilevato la nuova grande ondata di astensionismo, in crescita anche in questa occasione. Si tratta di un dato certo rilevante (la media della partecipazione al voto ha superato di poco il 60% degli aventi diritto, con punte di poco più del 50% come a Roma). Va però ridimensionato il dato frettolosamente e superficialmente fornito dai commentatori. Infatti i dati di confronto con la precedente tornata amministrativa del 2008 (circa – 15%, con punte di oltre il – 20%) non sono attendibili, in quanto quella tornata si svolse in contemporanea con le elezioni politiche che (tanto più in quel caso, vista la tensione politica dovuta alla conclusione della esperienza del governo Prodi) esercitarono sul voto amministrativo un effetto di trascinamento che falsò il dato tradizionalmente più basso delle votazioni locali.
Ma nonostante questa doverosa attenuazione del giudizio, continua il trend di calo della partecipazione al voto, ormai inesorabilmente in atto dopo la massima punta di partecipazione delle politiche 1976. Ed è un calo che conferma la “disaffezione” dalla politica, il crescente distacco degli elettori dai partiti e l’evaporare della democrazia rappresentativa.
Sottolineati questi fatti si riconferma che, ancor più che nelle politiche, dove l’aspetto dei giudizi generali prevale, nelle comunali pesa ancora con molta forza il fattore della presenza e del radicamento sociale e territoriale delle diverse proposte politiche. E’ soprattutto questo che consente al PD di cantare vittoria.
Ma per ridimensionare questa “vittoria” è sufficiente il dato di Roma: Ignazio Marino si piazza primo e va al ballottaggio con 512.720 voti (pari al 42,61%), nel 2008 Rutelli si piazzò anche lui primo (per poi perdere di fronte ad Alemanno al secondo turno) con 761.126 voti (pari al 45,77%). Ancor più evidente è il risultato del PD come lista di partito: nel 2008 conquistò 521.880 voti (pari al 34,02%) e oggi si ferma esattamente alla metà (267.605 voti pari al 26,26%).
Più significativo, al contrario è il risultato di SEL, che pure anch’essa in calo di voti assoluti, però riconquista quasi tutti i suffragi che ebbe la Sinistra Arcobaleno nel 2008. Anche qui valga per tutti il dato della capitale, dove la lista della sinistra del centrosinistra conquista 63.728 voti (6,25%), andando molto vicino al risultato della “sinistra radicale” unita del 2008 che fu di 69.304 voti (4,52%).
Il dato del radicamento, che nelle amministrative si esprime in modo “materiale” attraverso i ruoli, le capacità e le relazioni sociali, territoriali e personali di migliaia e migliaia di candidati, ha certamente inciso in maniera considerevole su quello che quasi tutti i commentatori hanno descritto come il “flop” del Movimento 5 Stelle.
Nelle elezioni politiche di tre mesi fa il movimento di Grillo capitalizzò una magica congiunzione di vari fattori: il moltiplicarsi degli episodi di corruzione della “casta”, i frutti avvelenati dei 15 mesi di governo dei “tecnici” e di supermaggioranza trasversale, l’impatto mediatico e di massa dello “Tsunami Tour” del leader genovese.
Ma dopo questi tre mesi, una discreta quantità di elettori, soprattutto tra quelli tradizionalmente legati al centrosinistra, non se la sono sentita di rischiare di affidare l’amministrazione delle proprie città ad una formazione che a livello parlamentare non è riuscita ad esprimere quasi nulla, seppure con l’attenuante di una legislatura sui generis come quella inaugurata dopo il voto di febbraio.
Nelle comunali dello scorso fine settimana, inoltre, ha pesato negativamente il carattere apparentemente improvvisato delle liste, fatte di egregi ed onesti sconosciuti, spesso senza alcuna relazione sociale con i territori che ambivano a rappresentare.
Anche qui dunque il confronto seppure in netta perdita per il M5S va comunque ridimensionato e contestualizzato.
Tra i partiti di destra va in particolare sottolineato, qui sì, il vero e proprio flop della Lega. Valgano due esempi, uno di una grande città, come Brescia, dove il partito di Maroni (che pure continua a vantare un radicamento territoriale significativo) raccoglie solo 6.724 voti (8,66%) contro i 16.240 del 2008 (15,8%), uno di una città medio piccola, come Cinisello Balsamo, dove raccoglie 2.261 voti (8,84%) contro i 5.132 del 2008 (11,06%). Anche qua si tratta della conferma di un trend negativo, mascherato nelle elezioni politiche di tre mesi fa dal successo di Roberto Maroni nelle contemporanee elezioni regionali lombarde.
Quanto infine alle liste di estrema sinistra, indipendenti dalla coalizione che si è raccolta intorno al PD, non si può non segnalare il persistere di dati fortemente contrastanti che rispecchiano il peso crescente dell’assenza di ogni progetto riunificante nazionale.
Le stesse liste della Federazione della sinistra hanno conosciuto vicende diverse e contrastanti da città a città.
Laddove sono state costruite coalizioni significative alternative al PD (a volte con il ruolo determinate di liste “civiche” di estrema sinistra, a volte coinvolgendo anche SEL), i risultati sono stati relativamente incoraggianti, come ad Imperia (11,2%), Siena (10,2%), Ancona (9,5%), Pisa (8%).
Deludente e per nulla “progettuale” il risultato di scelte “solitarie” fatte dal PRC (con o senza l’apporto del PdCI), vedi il caso di Brescia, dove da solo conquista solo 581 voti (0,74%)!
Più problematico il bilancio del PRC quando si presentava in coalizione con il PD (cosa che è accaduta in circa un terzo dei casi). Valga qui il risultato di un capoluogo di provincia, Massa, dove il PRC conquista 1.125 voti (3,09%), doppiato da SEL che nella stessa coalizione ne conquista 2.107 (5,80%).
Erano presenti in questa tornata elettorale un discreto numero di liste “civiche” di estrema sinistra, sintomo della ricerca affannosa di una significativa porzione di militanti politici e sociali di una risposta al drammatico vuoto di politica alternativa e antagonista.
Anche qui le vicende che hanno portato alla presentazione di queste liste e, di conseguenza, i risultati finali sono piuttosto diversi, rendendo poco possibile una lettura comune. Ci limitiamo perciò per ora a una segnalazione dei risultati delle principali tra queste liste, in attesa di poter fornire prossimamente analisi disaggregate e più attente.
Abbiamo già detto dell’esperienza pisana, dove la coalizione “Una città in comune” che presentava Ciccio Auletta come candidato sindaco ha conquistato 3.103 voti (8,08%), o di quella senese di Laura Vigni con “Sinistra per Siena” che ha raccolto 2.999 voti (10,29%). Più deludente nel pur difficilissimo contesto romano è stato il risultato di Sandro Medici che ha raccolto 26.825 voti (2,22%), o ancora più quello di Giovanna Giacopini con “Brescia solidale e Libertaria per i Beni Comuni” (520 voti, pari a 0,57%).
Resta che i risultati di questa pure importante tornata elettorale amministrativa sono segnati dalla pessima situazione sociale che stenta a trovare spiragli per invertire la tendenza all’arretramento dei rapporti di forza tra le classi, ormai da tempo in atto, e la pesante mancanza di ogni alternativa politica.

Andrea Martini - Sinistra Critica

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