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Un parco, un popolo, una rivolta

(4 Giugno 2013)

A Taksim si sono uniti in una stessa lotta curdi ed aleviti, comunisti e studenti, ultras e sindacati e lo stesso si è ripetuto ad Ankara, Izmir, Adana ed in tante altre città.

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analisi di Francesca La Bella

Roma, 4 giugno 2013, Nena News - Centinaia di manifestazioni in tutta la Turchia, migliaia di arresti e feriti, alcuni morti accertati, ma mai confermati da fonti governative. Numeri che ci parlano di un Paese in rivolta contro il suo Governo, dati incoerenti con il racconto di una protesta nata per salvare gli alberi di Gezi Park, polmone verde al centro di Istanbul. Gli eventi di questi giorni diventano, invece, maggiormente comprensibili se si guarda al contesto generale dal quale questi fatti sono scaturiti.

Il gigante turco è, infatti, in una fase molto delicata della sua esistenza a causa della necessità di accreditarsi come alleato affidabile per Europa e Stati Uniti (soprattutto rispetto alla crisi siriana) e come modello per la transizione dei Paesi limitrofi investiti dai venti della Primavera Araba. Parallelamente, a livello interno, l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali di agosto 2014 ha indotto il Governo dell'Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo) ad intraprendere progetti di ampio respiro in campo economico, politico e sociale.

In questa direzione vanno il piano di pace concordato con il PKK, le nuove leggi sulle effusioni in pubblico e sugli alcolici e i piani di riqualificazione urbana come quello che riguarda Gezi Park. La commistione tra il piano internazionale e il piano interno, in questo senso, risulta chiara: modernizzare e liberalizzare l'economia per favorire gli investimenti esteri; modellare la società sulla base di un islamismo soft per riconquistare consensi a livello interno rassicurando gli alleati sulla legittimità del proprio potere; risolvere problematiche destabilizzanti senza perdere troppi consensi per poter ridirezionare le proprie forze di sicurezza verso l'esterno anziché verso l'interno.

Ciò che non poteva essere previsto era la reazione popolare a tutto questo. Sarebbe stato molto più semplice per il Governo di Recep Tayyip Erdogan se le proteste fossero state organizzate da curdi o da piccoli gruppi comunisti rivoluzionari. La repressione nei loro confronti sarebbe, probabilmente, passata sotto silenzio o sarebbe stata catalogata come "difesa dello Stato" da forze "insorgenti e terroriste", come da molti anni avviene. Così non è stato.

Dalle manifestazioni per il primo maggio a quelle a seguito dell'attentato a Reyhanli, dai cortei contro il nuovo decreto sugli alcolici a quelli per Gezi Park e contro la violenza della polizia, la composizione delle manifestazioni è stata estremamente eterogenea tanto che nessun partito politico, fino ad ora, ha potuto arrogarsene la paternità. Sicuramente una delle componenti della protesta è quella destra di tradizione kemalista che non ha mai accettato il Governo Erdogan e le sue politiche di de-laicizzazione dello Stato turco, una forza conservatrice ancora sostenuta da buona parte dell'esercito (alcuni militari hanno espresso la loro solidarietà alla rivolta) e da quelle élite che hanno perso, con l'avvento dell'Akp, buona parte dei loro privilegi. C'è, però, molto altro in quelle piazze.

A Taksim si sono uniti in una stessa lotta curdi ed aleviti, comunisti e studenti, ultras e sindacati e lo stesso si è ripetuto ad Ankara, Izmir, Adana ed in tante altre città sparse per il Paese.

Per quanto Erdogan continui a parlare di collegamenti esteri dei rivoltosi e di frange estremiste, le prese di posizione della società civile locale incrinano minuto dopo minuto la tesi proposta dal Primo Ministro. Le maggiori università di Istanbul hanno posticipato gli esami di fine anno accademico a causa della particolare gravità della situazione attuale, una moschea nel quartiere di Besiktas (Istanbul) è stata trasformata in infermeria da campo e il sindacato turco dei lavoratori del settore pubblico (KESK) ha chiamato allo sciopero generale contro il Governo per il 4 e il 5 giugno.

La linea di separazione tra Governo e opposizioni, pur avendo anche una componente di conflitto tra laicità e religione (dello Stato e non del singolo), è diventata, in questi giorni, una frattura vera e propria tra Potere e Popolo, una contrapposizione di classe. In un Paese in cui il PIL cresce ai livelli delle economie BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) tanto da far pensare ad un ingresso di Ankara nel novero di quest'ultimi nel breve periodo, le disuguaglianze aumentano proporzionalmente.

La forbice tra molto ricchi e molto poveri è in continuo aumento e il coefficiente di Gini (indicatore della disuguaglianza della distribuzione del reddito) è cresciuto ogni anno a partire dal 2009, dimostrando che "lo sviluppo" è andato a favore di pochi e a discapito di molti.

L'opposizione alla costruzione a Gezi Park di un centro commerciale e di una Moschea non nasce, dunque, solo da una semplice (anche se degna) lotta ambientalista. Nasce dalla volontà di sovvertire il sistema dei valori di una nazione turca ormai incapace di leggere e di soddisfare i bisogni e le necessità dei propri cittadini. Nasce dalla volontà di impedire la svendita della storia e della cultura del proprio Paese al grande capitale, nazionale ed internazionale. Nasce dalla voglia di far sentire la propria voce, una voce troppo spesso repressa con lacrimogeni, violenza ed arresti di massa.

Nena News

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