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Bell'Italia amate sponde

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Sì alla repubblica parlamentare delle autonomie. No al presidenzialismo federalista neo/centralista

(11 Giugno 2013)

costitalian

Dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale?

Nel quadro dei motivi più complessivi che militano a favore della strenua lotta culturale e politica per la salvaguardia integrale della Costituzione nata dalla Resistenza e fondatrice di una democrazia sociale che si distingue ancora da tutte le Costituzioni dell'Occidente europeo, un posto essenziale è venuto assumendo il ruolo del Presidente della Repubblica. Tanto più nella sequenza dei comportamenti che hanno trascinato il Capo dello Stato nel gorgo di una crisi del sistema politico tale da assoggettarsi ad una rielezione non gradita, epperò accettata a condizione di forzare i rapporti tra Governo e Parlamento verso la formazione di una compagine ministeriale composta da partiti riottosi, e concordi solo nell'intento di incidere a carico dei connotati più emblematici della Repubblica parlamentare e delle autonomie.

Infatti, la più viva preoccupazione va sollevata di fronte al fatto che il tralignamento della funzione equilibratrice e di imparzialità subìto negli ultimi anni dal protagonismo del Presidente della Repubblica, anziché indurre le forze politiche e i costituzionalisti a invocare il rientro del ruolo del Capo dello Stato negli ambiti di un corretto funzionamento dei rapporti fra Governo e Parlamento senza interferenze che minano la rappresentatività dell'unità nazionale, fa assistere ad una intensificazione, ai limiti del consentito, della perorazione di un passaggio traumatico da un modello di Repubblica parlamentare ad un modello di Repubblica presidenziale, operazione che per la sua qualità incidente sulla forma di Stato, oltre che sulla forma di governo, implica il ricorso ad un potere "costituente", ben oltre i limiti del potere di revisione costituzionale, il cui compito è solo quello di emendare aspetti particolari di un sistema costituzionale da consolidare secondo gli sviluppi dei rapporti sociali e politici.

Il ruolo del capo dello Stato nel disegno organico della Costituzione democratica

Nel ribadire, quindi, la priorità che incombe in favore di un riequilibrio dei rapporti tra il Presidente della Repubblica e gli organi del governo parlamentare - con gravitazione sul sistema delle autonomie locali e sociali - va conseguentemente rimarcato che il disegno di tali rapporti è inscritto nella Seconda Parte della Costituzione in stretta interdipendenza sia con i Principi Fondamentali, sia con la Prima Parte della Costituzione, per una sequenza tra sovranità popolare, funzione dei partiti politici, natura della rappresentanza parlamentare, e organizzazione dell'esecutivo, tale da consentire, nella varietà delle dinamiche sociali e politiche, l'esplicazione del potere legislativo necessario al conseguimento degli obiettivi della democrazia politica, economica e sociale. In tale contesto, il Capo dello Stato - non più capo dell'esecutivo, come nella monarchia - sopravvive storicamente nel disegno della Costituzione democratica fondata sul lavoro come organo di fluidificazione dei rapporti non solo con il governo e con il Parlamento, ma anche con il Consiglio Superiore della Magistratura e con la Corte Costituzionale, per una variegata sintesi alla quale è estranea ogni autonoma espressione di indirizzo politico, che, come tale e nelle sue articolate forme, si esplica attraverso le tre funzioni - legislativa, esecutiva e giudiziaria - con gli sviluppi richiesti dalla rigidità della Costituzione.

Le argomentazioni fuorvianti dei fautori del presidenzialismo

Per capire, allora, come mai invece di operare per un "ritorno alla Costituzione", si stia accanitamente predisponendo una procedura contrastante con le norme sulla revisione costituzionale, pur di condizionare le due Camere sulla base di un "manufatto" predisposto da costituzionalisti di ispirazione "governativa", occorre tener conto del carattere deviante dei motivi addotti per assegnare al nostro sistema politico-istituzionale quell’attitudine alla "governabilità" che ci si affanna a drammatizzare come carente: e ciò ad onta di quanto da oltre un trentennio è in atto, con una serie di "stop and go" che hanno progressivamente chiuso il Parlamento in una morsa di decreti-legge, di decreti-legislativi, con reiterati ricorsi a voti di fiducia, riguardanti non solo la materia sociale ed economico-finanziaria, ma sinanche la struttura del Consiglio dei Ministri e la separazione o la compattazione di ministeri, con ricasco a carico di un’incontenibile inefficienza degli apparati amministrativi.

Pertanto, se nettamente fuorviante è il mito della "governabilità", che è divenuta sempre più l'alibi per uno stravolgimento dei rapporti politico-parlamentari verso un bipolarismo rissoso e nocivo per il soddisfacimento dei bisogni sociali, occorre volgere l'attenzione ai motivi di fondo che caratterizzano le differenze tra le forme di governo. Esse, specie da fine ‘800 in poi, vanno poste in collegamento con i fondamenti ideologici delle forme di Stato intorno a cui ha ruotato la storia moderna e contemporanea nel contrasto tra liberalismo, fascismo, democrazia, a loro volta inseriti nelle pieghe di rapporti non solo interni alla società nazionale, ma anche all'intersezione tra tali società, come mostra il processo di europeizzazione, a sua volta in crisi per motivi legati a problemi di natura istituzionale.

Il presidenzialismo: rivendicazione storica della destra reazionaria

Stando quindi al caso italiano, non ci vorrebbe molto, seguendo la storia delle lotte di classe, a reperire un filo conduttore della chiave di lettura presidenzialista sul versante della destra reazionaria già negli anni in cui era in corso la Resistenza, quando negli ultimi conati il fascismo di Salò si appellava al presidenzialismo repubblichino come vindice della monarchia del 25 luglio e dell'8 settembre; mentre gli epigoni di Salò, sotto gli emblemi del Msi, poi Alleanza Nazionale, hanno mantenuto le linee di una scelta di continuità con il mito dello "Stato forte" in netta antitesi con lo “Stato democratico”, per motivi cioè che hanno a che vedere con la gerarchia fra le classi, anziché con quelli più "burocratici" di una funzionalità degli esecutivi.

Né basta, perché a latere di tale scelta estrema, contraria principi di fondo dell'antifascismo, si è venuta via via organizzando in forma minoritaria una destra conservatrice più o meno intimamente connessa con la Democrazia Cristiana, quando la lotta contro i socialcomunisti e poi contro i soli comunisti ha indotto gruppi palesi ed occulti - si pensi al ruolo della Loggia massonica P2 - a tramare contro le istituzioni repubblicane, antifasciste, democratiche, per impedire l'attuazione dei principi costituzionali come espressione di un progetto di società volto ad eliminare gli ostacoli alla trasformazione dei rapporti economico-sociali.

Tali forze non si accontentano di perseguire obiettivi che privilegiano l'economia sulla politica, il mercato sulla democrazia, secondo principi di un liberismo antisociale di per sé volto ad infierire sul movimento operaio e sugli altri movimenti che le devastazioni del capitalismo pongono ai margini della vivibilità, ma esprimono l'imperativo di un salto di qualità che riporta le lancette della storia ad una fase affine a quella in cui l'autorità dello stato-apparato offuscò le potenzialità dello stato-comunità: non solo, quindi, dando il primato all'esecutivo sul legislativo, ma addirittura "personalizzando" il potere, e quindi dotandolo di poteri di supremazia atti a rendere subalterne le masse, con processi al tempo stesso di populismo e/o di estraniazione.

I due prototipi di UK e USA: Stato fondato su una gerarchia sociale conforme agli interessi del capitale

La materia dei cosiddetti "modelli" di forma di Stato è divenuta sfuggente, sia perché a quelli "astratti" non ne corrisponde in modo preciso alcuno in "concreto", sia perché dal concorso di costituzionalisti, politologi, sociologi e "opinionisti" vengono elaborate ricostruzioni che nella miscela di elementi "formali" e "materiali" finiscono per lasciar aperta ogni fuoriuscita da un modello all'altro, stante l'utilità di un risultato a totale carico della democraticità dei sistemi di governo distribuiti nell'Europa sia orientale che occidentale.

Per orientarsi in tale babele incontrollabile anche dai più "competenti", occorre tener conto dei soli dati di fondo di sicura qualificazione, che sono desumibili dal fatto che i due soli sistemi assunti come paradigmi della proliferazione di sistemi di governo esistenti, e a loro volta come spartiacque di due maxi-classificazioni, sono da un lato il sistema britannico - governo di gabinetto, premier capo del partito vincente col metodo uninominale - e dall'altro lato il sistema USA - governo presidenziale, di uno Stato federale, con separazione dei poteri, presidente e due camere elettive, con metodo uninominale.

I due paradigmi, che divergono per la diversa disciplina dei rapporti tra esecutivo e legislativo, sono prototipi, perché entrambi con diverse "modalità” esprimono, all'ombra del suffragio universale, una gerarchia sociale, attestata dal basso profilo di partecipazione elettorale dei gruppi subalterni, e dalla diffusa accettazione della forza autoritaria dello Stato, più nettamente nel caso del presidenzialismo, rispetto al caso del "premierato", con leader del partito vincente, che può promuovere lo scioglimento del Parlamento, al contrario del presidente USA che, però, non può neppure essere sfiduciato, al contrario del "premier" inglese.

I due paradigmi, come espressione più stretta della conformità dello stato agli interessi del capitale in Inghilterra e in America del Nord, proprio perché "tipici", non sono risultati però riproducibili in modo plastico, e ciò per ragioni legate generalmente alla mancanza nei vari Stati delle condizioni definite di "omogeneità" sociale, che mettono Premier e Presidente al sicuro da crisi organiche, in coerenza con gli obiettivi assegnati al loro potere.

Le insoddisfacenti imitazioni dei modelli anglosassoni nell'Europa continentale e il “modello francese”

In ciò stanno le ragioni per cui nell'Europa continentale i tentativi di conformarsi a tali modelli si sono succeduti nel tempo a fasi alterne: sono prevalsi fino alla metà del ‘900 quelli volti, con il governo "parlamentare", ad imitare quello "di gabinetto", senza esiti soddisfacenti, come dimostra la storia del parlamentarismo della Francia, dove i passaggi dalla III, alla IV, alla V Repubblica - come si suole caratterizzare le differenze di fase storico-politica - documentano le forme di "instabilità" dei governi per cause risalenti a crisi più meno endemiche nei rapporti tra i notabili, prima, e i partiti politici poi. Le forme di ricasco costituzionale delle crisi del sistema politico francese attengono all'uso del potere di nomina e revoca dei ministri da parte del Presidente del Consiglio, di ricorso alla fiducia verso il solo Presidente del Consiglio o verso l'intera compagine governativa, modi e tempi dello scioglimento delle camere: il tutto però valutabile alla luce dei motivi di contrasto nella scelta degli indirizzi di politica internazionale ed interna, soprattutto di carattere economico-sociale.

Ed è risalendo a tali tipi di cause - di cui è intessuta la storia delle due Costituzioni francesi, la prima respinta e la seconda approvata negli anni 1945-46 mediante referendum - che è possibile prendere atto del profilarsi di un modello nuovo di presidenzialismo, diverso da quello degli USA, sulla spinta eversiva del generale De Gaulle: modello che non è assimilabile a quello americano per ragioni connesse alla natura e agli obiettivi dei partiti politici, stante il peso che i partiti di massa, usciti dalla resistenza francese come da quella italiana, hanno manifestato in termini tali da sollecitare esiti imprevedibili alla dinamica sociale e politica ed al suo trasferimento nel Parlamento.

Differenze di fondo tra la situazione francese e quella italiana

Ed ora che in Italia si sta tentando di trasformare la forma di governo insistendo sul cosiddetto "semipresidenzialismo", occorre mettere in piena luce il fatto che quella sorta di colpo di stato che nel 1958 ha portato la Francia a una riforma costituzionale di rafforzamento del potere esecutivo è stata la traduzione di una crisi nei rapporti fra i tre grandi partiti di massa. Ben diverso è il caso italiano, dove, al contrario che in Francia, l'azione di lotta del PCI è valsa, specie negli anni ‘60-’80, a imporre iniziative unitarie nonostante la "conventio ad excludendum" dal governo, rendendone vani i tentativi di isolamento nella società e nelle istituzioni, ed anzi concorrendo, nelle fasi più incisive, a dare compiuto ruolo alla centralità del Parlamento.

Tanto più è insostenibile, quindi, il tentativo di applicare meccanicamente la forma cosiddetta “semipresidenziale" francese al caso italiano. Infatti in Francia il testo costituzionale entrato in vigore dopo la bocciatura del precedente aveva perduto le caratteristiche della Prima Parte, che qualificano tuttora quella italiana, legittimando una ripulsa dell'alterazione della forma del governo da parte di quelle forze sociali e politiche che si battono per obiettivi di democrazia sociale. Mentre in Francia lo stesso partito socialista, già con Mitterrand, aveva finito per conformarsi alle regole dell'elezione diretta del Presidente della Repubblica, come fondamento di un sistema di governo "bicefalo", di formale "diarchia", con cui il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio da lui nominato sono posti in condizioni di governare - anche in forma di "coabitazione", se di partito diverso - rendendo i partiti politici semplici appendici di un sistema di poteri personalizzati e concentrati.

Pervasività del presidenzialismo in Europa. È in pericolo la democrazia politica, oltre che sociale.

Di fronte a una prospettiva così carica di pericoli per la sopravvivenza della stessa democrazia politica, oltre che di quella sociale, occorre la massima capacità reattiva, tenuto conto della pervasività raggiunta dall'uso più o meno simile di tale tipo di modello in altri paesi dell'Europa occidentale (Austria, Finlandia, Irlanda, Islanda, Portogallo), e dell'Europa orientale (Bulgaria, Croazia, Polonia, Romania, Slovenia), tramite la combinazione dell'elezione del Capo dello Stato (con ballottaggio), e l'elezione a doppio turno dei parlamentari, con effetti riduttivi del pluralismo politico, oltre che di concentrazione al vertice del potere, benché suddiviso o accumulato.

La revisione presidenzialistica di stampo francese stravolgerebbe il modello complessivo di forma di stato e di governo della nostra Costituzione

Se poi si tiene conto della legge elettorale in vigore e sempre in attesa di modifica, è evidente come la revisione presidenzialistica di stampo francese rappresenterebbe un arretramento che stravolge il modello complessivo di forma di stato e di governo, operato con una procedura viziata e sotto l'influsso di una cultura costituzionalistica assunta al servizio di un governo indebitamente protagonista preminente dell'indirizzo delle leggi di revisione ipotizzata dal Presidente della Repubblica e dal governo.

Il federalismo accentua il centralismo…

Le riserve di fondo contro la verticalizzazione del potere in forma “bicefala” o “diarchica” anzichè “semi-presidnziale” - come si suol dire, credendo così di meglio differenziare il metodo francese dal paradigma degli USA - vanno portate all’estremo se si tiene conto dell'incombere della prospettiva federalista aperta dalla revisione costituzionale del 2001, imposta, per soli 4 voti di maggioranza, da un centrosinistra illuso di poter blandire il secessionismo leghista, dato che, contrariamente alla demagogia populista sul decentramento, la forma federalista dello stato accentua anzichè attenuare l'impianto centralistico di un sistema di rapporti privilegiati tra gli esecutivi degli stati, o regioni (come si chiamano in Italia e in Germania) convergenti a legittimare le scelte dello stato federale in senso stretto, il cui culmine è appunto rappresentato dal Presidente eletto dal popolo.

No all’elezione diretta del presidente del consiglio!

Va nel contempo colta l'occasione per sottoporre a netta ripulsa l'idea, affacciata più volte nei dibattiti recenti e ripresa proprio in questi giorni dal leader del centrodestra, sull'elezione da parte del popolo dello stesso Presidente del Consiglio dei Ministri, in una esasperata ricerca di imitazione del paradigma del premier britannico. Vi sarebbe così il primato assoluto di un organo monocratico legittimato a decidere da solo, persino con il potere di emanare decreti-legge senza il presidio di un controllo sia pure formale del Capo dello Stato, che - per quanto divenuto effimero nella sostanziale complicità dell'ultimo periodo del settennato di Napolitano - poteva comunque dar luogo in linea di principio ad un contenimento nell'esercizio di un potere divenuto abnorme proprio per l'abbandono di ogni scrupolo imposto dal rispetto della forma di governo parlamentare. La quale oggi è deprecabilmente rifiutata in nome del conservatorismo ideologico e sociale tradotto in ideologia politico-istituzionale sotto la spinta altresì di una deriva europeistica dei sistemi di governo degli stati-nazione, coinvolti in una duplice spinta antidemocratica e antiparlamentare, sia dall'interno, sia dall'esterno.

Giugno 2013
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Salvatore D’Albergo per Marx21.it

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