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Il governo Letta esce rafforzato dalle elezioni ma le contraddizioni rimangono aperte

(14 Giugno 2013)

L’ultima tornata di elezioni amministrative, conclusasi con i ballottaggi di domenica e lunedì scorsi (nonché con le amministrative siciliane), ha dato un risultato indubbiamente favorevole alle coalizioni di centrosinistra (PD e Sel). I 17 comuni capoluogo in cui si sono svolte le elezioni sono stati tutti conquistati dai candidati di centrosinistra, compresi i 10 che erano governati dal centrodestra (tra cui Roma, Treviso e Brescia). Nei 76 comuni con più di 15mila abitanti, il centrosinistra ottiene 37 sindaci, dai 23 che aveva nella precedente tornata elettorale. Ovviamente l’affluenza ai ballottaggi è stata ancora più bassa che a quella del primo turno elettorale amministrativo.

Nei comuni siciliani la tendenza è la stessa che nel resto d’Italia. Il centrosinistra conquista al primo turno il sindaco di Catania e va al ballottaggio con vantaggi significativi a Siracusa, Ragusa e Messina, contrapposto a liste civiche (da segnalare l’ottimo risultato al primo turno della lista No Ponte di Messina guidata da Renato Accorniti) e al Movimento 5 Stelle, che arriva al ballottaggio a Ragusa, mentre ottiene solo il 3% a Catania e Messina. L’affluenza è stata significativamente più bassa del 2008 anche nei comuni siciliani.

Le tendenze emerse già con le elezioni politiche sono confermate, con qualche eccezione per quanto riguarda l’affermazione del movimento 5 stelle. L’astensionismo si conferma ad un livello importante, ai ballottaggi vota meno della metà degli aventi diritto. Anche se non è lecito paragonare la partecipazione al voto tra elezioni politiche ed amministrative, è chiaro che la disaffezione dalle elezioni è un dato di fondo nella società italiana. Questo dato non ci sorprende, riflette la perdita di efficacia delle istituzioni democratiche di fronte alla crisi economica e la coincidenza di vedute dei principali schieramenti politici nell’applicare le politiche economiche imposte dalla borghesia europea ai danni delle classi lavoratrici. La percezione di massa è che i politici di professione, lungi dal fare in qualche modo gli interessi dei cittadini, lucrino sulle proprie posizioni di potere, mentre il governo reale dell’economia viene deciso in sedi non democratiche.

Paradossalmente questi risultati elettorali stabilizzano il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. In questa situazione nessuno è interessato ad anticipare le elezioni politiche. Il Partito Democratico, pur continuando a perdere voti, ne perde meno degli altri, facendo tesoro di una organizzazione presente sul territorio, ben inserita nelle relazioni di potere a livello locale (rapporti con le imprese locali, cooperative), e delle esperienze negative delle amministrazioni di centrodestra, quella romana in testa. Può continuare a governare secondo accreditandosi presso i poteri forti come un partito affidabile, saldamente europeista e capace di compiere scelte antipopolari.

Il Pdl, che ha finora dimostrato di essere la parte più “riottosa” all’interno della grande coalizione, minacciando ad ogni occasione di togliere il proprio consenso, è stato ulteriormente ridimensionato rispetto alle elezioni politiche. La linea di collaborazione con il Pd, se ha rimesso al centro della scena politica una forza che era uscita fortemente sconfitta dalle elezioni generali, non ha pagato in termini di riconquista di consensi. La crisi del centrodestra è profonda. E’ l’onda lunga del governo Berlusconi, che aveva fatto una serie di promesse alla sua base sociale che poi non ha potuto mantenere, essendo travolto dalla crisi economica poco dopo la sua elezione. La stagione del Popolo delle Libertà sembra essere finita, se ne rende conto lo stesso Berlusconi che vagheggia la possibilità di cambiare nome al suo partito e tornare a Forza Italia. La crisi è grave e non è detto che si risolva con una svolta nominalistica. Il blocco sociale che ha sostenuto il berlusconismo in questi anni è stato travolto dalla crisi economica e quello che ne rimane non sembra voler rinnovare la fiducia a quel ceto politico.

La crisi della destra trascina anche la Lega Nord, che aveva le carte per cavalcare in senso reazionario le paure dei piccoli imprenditori, ma che è rimasta impelagata nell’azione di governo – e nelle amministrazioni locali – ad applicare le ricette dell’austerità imposta dall’Unione europea.

Il Movimento 5 Stelle ha subito una battuta d’arresto in queste elezioni. Da una parte ha pesato la mancanza di un’organizzazione articolata a livello territoriale, il successo alle elezioni politiche essendo stato trainato da un consenso d’opinione verso le uscite di Grillo. D’altra parte, dopo l’elezione di un folto numero di Parlamentari con la promessa di “mandare tutti a casa” e di sconvolgere il quadro politico, il movimento ha dovuto fare i conti con la propria inesperienza e l’inconsistenza delle proprie idee di fondo. Avendo raccolto un voto trasversale da destra e sinistra, dai piccoli imprenditori in crisi come da lavoratori e giovani disoccupati e precari, ha provato a rispondere in modo confuso ed eclettico alle istanze della propria base sociale, scontentando ora questi ora quelli, ed essendo incapace di andare oltre la denuncia della “casta” politica. Le contraddizioni di questo movimento potrebbero ancora evolversi in un senso o nell’altro, ma il fallimento registrato alle elezioni amministrative segnala un esito di probabile sgonfiamento della bolla di opinione costruita intorno all’antipolitica di Grillo.

A sinistra sembra consolidarsi il ruolo di Sel come pungolo riformista del centrosinistra. Le illusioni riformiste sono dure a morire, e qualcuno doveva pure prendere le redini di una fetta di elettorato orientato in quel senso. Tanto più che a livello locale Sel gode ancora delle illusioni di una parte del movimento dei centri sociali, che pensa di poter utilizzare le relazioni con le istituzioni per consolidare le posizioni acquisite, non rendendosi conto di favorire i poteri forti che incideranno ben più in profondità sull’orientamento delle amministrazioni di centrosinistra, chiamate a governare la crisi e i tagli alle spese sociali, compreso il terzo settore.

Le contraddizioni tuttavia stanno per venire al pettine. L’accordo sulla rappresentanza tra i sindacati confederali e la confindustria, così come la programmata svolta istituzionale in senso presidenzialista (di fatto già praticata con il ruolo assunto da Napolitano negli ultimi anni), costituiscono delle manovre preventive che la borghesia ha ritenuto di dover mettere in atto contro una possibile esplosione sociale e politica di dissenso contro l’austerità economica. La situazione di crisi capitalistica impone misure sempre più drastiche di compressione dei diritti e dei salari, un livello di disoccupazione di massa che ha pochi (nefasti) precedenti nella storia europea, il taglio sempre più drastico dello stato sociale e dei posti di lavoro legati alle funzioni della pubblica amministrazione. Già nei prossimi giorni il governo è chiamato a trovare circa 8 miliardi di euro per scongiurare il pagamento dell’Imu e l’aumento dell’Iva al 22%, e comunque ha da trovare le risorse per garantire all’Italia il rispetto del trattato del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio immediato e la riduzione drastica del rapporto tra debito e Pil. Le dichiarazioni della ministra Lorenzin sulla sanità pubblica, secondo cui non si potrebbe garantire tutto a tutti, lanciano un grave segnale sulle direzioni in cui si muoverà il governo nei prossimi mesi.

In questo quadro non ci sono soluzioni riformiste che tengano. La situazione si risolve o con un massacro sociale, come si sta facendo sotto l’egida della Troika in Grecia e sempre più nel resto d’Europa, oppure mettendo in discussione le compatibilità di sistema, rilanciando l’intervento pubblico nell’economia con la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle grandi aziende e delle banche, riducendo l’orario di lavoro a parità di salario e facendo pagare i costi della crisi a chi l’ha prodotta, ovvero al grande capitale industriale e finanziario. La necessità della costruzione di una sinistra politica anticapitalista è sempre più evidente. Proprio nel momento di crisi più acuta del capitalismo, questo modo di produzione è dato per scontato nelle coscienze delle masse. Questo porta all’individualizzazione della condizione di crisi – con l’aumento di suicidi tra i lavoratori cui stiamo assistendo – o alla ricerca di altre soluzioni irrazionali, accarezzate da Grillo come dall’estrema destra.

Il Prc continua ad ostinarsi nel mantenere in piedi un’esperienza ampiamente screditata agli occhi delle masse, dopo la partecipazione alle politiche neoliberiste e guerrafondaie del governo Prodi, e ad essere diretto dallo stesso gruppo dirigente che lo ha portato al disastro. Il suo dibattito interno è sclerotizzato tra chi vorrebbe superare a destra quella esperienza, seguendo le orme tracciate da Sel, e chi si ostina a mantenere in piedi una struttura che si richiama ad un comunismo nostalgico ed identitario più che al movimento che abolisce lo stato di cose presenti.

Quello che serve oggi è invece una proposta comunista e rivoluzionaria (anche rispetto alle esperienze sedicenti comuniste del passato), da far vivere nella società e nelle lotte prima ancora che sul terreno elettorale, che denunci le contraddizioni della crisi capitalistica e che sappia offrire la prospettiva di una società alternativa alle condizioni di vita disperate e disumane in cui siamo costretti da questo sistema.

Francesco Locantore - Sinistra Critica

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