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Uscire dall’euro? Nuova confusione a sinistra

(18 Giugno 2013)

oskl

Oskar Lafontaine

Lunedì 17 Giugno 2013 13:46

“Il nome di una cosa è per sua natura del tutto esteriore. Se so che un uomo si chiama Jacopo, non so nulla sull’uomo. Così nei nomi di denaro, lira, sterlina, tallero, ducato, ecc. scompare ogni traccia del rapporto di valore”.
Karl Marx

Queste poche parole dal primo libro del Capitale potrebbero da sole aiutarci ad orientarci nell’affollato dibattito che attorno alla questione dell’euro vede la sinistra in un crescente stato confusionale.

La proposta del Movimento cinque stelle di tenere un referendum sull’euro ha suscitato il sacro orrore del Pd, sempre pronto a immolarsi per la causa sbagliata. Ma è singolare che chi a sinistra ha dichiarato invece il proprio sostegno si sia dimenticato di specificare come si schiererebbe in questa ipotetica consultazione.

Dalle suggestioni…

Oskar Lafontaine, fondatore oggi in pensione della tedesca die Linke, in un’intervista propone il ritorno alle valute nazionali in un “processo ordinato e concordato di valutazioni e svalutazioni”, un’audace suggestione che non si preoccupa di spiegare né chi, né come, dovrebbe ristabilire l’ordine e la concordia per uno strumento competitivo per definizione.
Nessuna illusione in un processo condiviso trapela invece dal “Manifesto per il recupero della sovranità economica, monetaria e cittadina” il cui primo firmatario è il segretario del Partito comunista spagnolo ed ex coordinatore del partito spagnolo, Izquierda unida, Julio Anguita. Riassumiamo: punto primo, “con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere”; punto secondo, “il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile”; punto terzo “è necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana”. In parole povere: ognuno recuperi la “sovranità perduta” e pensi ai propri interessi nazionali. Peccato che da quest’ottica “nazional-pragmatica”, di pragmaticamente incisivo contro la disoccupazione di massa, i tagli allo stato sociale e il crollo delle condizioni di vita delle masse spagnole c’è poco da aspettarsi, anzi… Immaginiamo cosa succederebbe con il ritorno alla peseta (o alla dracma, o alla lira, a seconda dei casi) auspicato dall’appello: “una moneta propria per competere” ovviamente verrebbe svalutata, le nuove (o meglio vecchie) monete nelle tasche delle persone varrebbero ben poco e l’inflazione salirebbe alle stelle; oltre a questo nessun capitalista vorrebbe possedere una moneta che non vale nulla e ci sarebbe un’emorragia di capitali che sprofonderebbe ancora di più il paese nella recessione e nella crisi del debito. Risultato: più disoccupati, più tagli allo stato sociale e un peggioramento di tutti i problemi da cui si cercava di uscire. D’altronde, non sarebbero neanche necessari sforzi di immaginazione, basterebbe guardare a quanto successo in un paese come l’Islanda, che alla sovranità monetaria non hanno mai rinunciato.

…agli “studi rigorosi”

Nel proliferare di idee e materiali sulla questione, è degna di nota una risoluzione approvata due anni fa dal Partito di sinistra francese (Parti de gauche) che oggi viene ripresa e tradotta anche in Italia dal segretario del Prc. Questa, criticando la “logica della guerra commerciale” insita nella proposta di ritorno alle monete nazionali e proponendosi di differenziarsene con uno “studio rigoroso”, due meriti li ha. Il primo è quello di partire da una domanda pertinente: quali misure immediate dovrebbe prendere un governo di sinistra per opporsi alle politiche di austerità imposte dalla Commissione europea e superare la crisi delle finanze pubbliche? Il secondo è che considera il ruolo di “dimostrazione e incoraggiamento” che tali misure potrebbero avere sulle popolazioni di altri paesi. La concretezza però si riduce al metodo, non certo al merito, delle proposte.
L’idea sarebbe quella di portare avanti un programma in rottura col trattato di Lisbona senza uscire dall’euro per poi, di fronte all’insostenibilità delle probabili tensioni che ciò produrebbe, applicarlo in un unione monetaria dei paesi costretti ad uscire dall’euro, creando un “eurosud”.
Alcuni punti del programma: acquisto di una parte del debito pubblico da parte della banca centrale con moneta stampata all’occorrenza, ristrutturazione del debito, vendita dei titoli di Stato solo a investitori residenti nel paese, obbligo per le banche e i fondi di investimento di comprare obbligazioni statali, controllo delle transazioni finanziarie limitando quelle puramente speculative. Vuoi con l’euro, vuoi con l’eurosud, i risultati sarebbero gli stessi di quelli prospettati in caso di ritorno tout court ad una moneta nazionale svalutata: inflazione, fuga di capitali (perché investire dove non si è completamente liberi?) e approfondimento della recessione.

Cure vane per diagnosi sbagliate

L’appello di Anguita dichiara con apprezzabile chiarezza che “anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione”. Diversamente il documento del Parti de gauche: “L’euro in quanto tale non è la causa della crisi attuale” ma se nella stessa frase si dice che questa “è imputabile al capitalismo finanziarizzato e alle politiche neo-liberali” rimaniamo nel regno delle impressioni che fanno di finanza e neo-liberalismo entità autonome dal capitalismo.
E invece queste sono in relazione con una realtà fatta di fabbriche che chiudono e di milioni di disoccupati che ci ricordano che la crisi dell’euro, e insieme ad essa la finanza spregiudicata e la speculazione, rappresentano i fenomeni più evidenti ma anche più superficiali di una crisi di sovrapproduzione.
Il primo e fondamentale errore di queste posizioni è non capire che il capitalismo è un sistema mondiale, nel quale il mercato mondiale è una realtà che sovrasta qualsiasi Stato nazionale, anche i più potenti. Al di là delle soluzioni proposte, tutti costoro si muovono nell’ambito di un riformismo nazionale, e ritengono che il sistema capitalistico mondiale non sia altro che la giustapposizione di diversi elementi nazionali, che possono essere scomposti e ricomposti in maniera differente a seconda della volontà politica di chi li governa.

Euro sì, euro no?

Continueremo a guardare un gatto che si morde la coda fino a quando suggestioni, analisi e proposte non attaccheranno un punto di fondo: capitalisti, banche e istituzioni che ne difendono gli interessi contrasterebbero accanitamente qualsiasi programma di misure che cercasse di opporsi al crollo del livello di vita delle masse imposto dalla crisi e dalle politiche di austerità che ne conseguono.
Per rendere effettivo un programma basato sul non rispetto dei patti europei, il non pagamento del debito e l’abolizione dei tagli allo stato sociale, bisognerebbe espropriare chi possiede le banche e i mezzi di produzione. Ciò permetterebbe di reperire risorse e mobilitare i disoccupati per pianificare l’economia in base ai bisogni reali, aggredendo la crisi alle sue radici. Ovvio che uno Stato che intraprendesse questa via verrebbe espulso dall’euro e sottoposto al boicotaggio internazionale, ma questo, sì, sarebbe un modello che, basandosi su nuovi rapporti di forza, e di potere, ispirerebbe le masse di altri paesi, differentemente da chi pensa di poterlo fare sulla base di una proposta di crisi, come tutte quelle che cercano una via di uscita dalla crisi rispettando le compatibilità del capitalismo. Si aprirebbe allora la strada non al riformismo nazionale (impossibile e oggi reazionario), ma a un processo rivoluzionario che, pur partendo inevitabilmente dagli “anelli deboli”, assumerebbe rapidamente una prospettiva internazionale.
Piuttosto che continuare a scervellarci nell’alternativa tra due poli che non differiscono nella sostanza, sarebbe ora di spostare i termini della questione: non dentro o fuori dall’euro, ma dentro o fuori dal capitalismo.

Serena Capodicasa - FalceMartello

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