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Brasile - La democrazia nasce dai corpi nelle strade

Riflessioni da Rio de Janeiro su metropoli, violenza e forza della moltitudine

(25 Giugno 2013)

Scritto da Pedro B. Mendes

brasiladem

Foto tratta dal sito lacava.org

La violenza che appare nelle immagini che circolano in rete è proprio quella violenza che ci viene imposta come unica alternativa di relazione politica nella città in cui viviamo. Questa violenza non è di certo iniziata con gli atti "vandalici", e lo dico in due sensi diversi: si tratta della violenza con la quale le manifestazioni pacifiche sono state caricate dalla polizia e dall'apparato di potere ufficiale – soprattutto Stato e media corporativi – tanto a São Paulo quanto a Rio de Janeiro (il caso del Maracanã, giorno 16, in cui donne incinte, bambini e anziani sono stati aggrediti in modo codardo e premeditato, è esemplare); ed è la stessa violenza che di fatto è diventata improvvisamente intollerabile: l'aumento continuo del costo della vita, lo stato di eccezione, i mega-eventi forgiati unicamente secondo la logica degli affari e contro la popolazione della città; perciò questa violenza viene delegata alle istituzioni che la rendono possibile e la attualizzano quotidianamente per le strade, nelle scuole, negli ospedali, nei trasporti e nelle periferie e nelle favelas della città.

Ciò a cui abbiamo assistito lunedì scorso è stato il tentativo concreto di demolire istituzioni che sono già marce da molto tempo! Se l'Assembleia Legislativa e il Tribunal de Justiça fossero state effettivamente "case del popolo", difficilmente sarebbe accaduto tutto ciò. O meglio, la gente riunitasi attorno ai due edifici aveva già capito di non essere inclusa in quella idea di popolo che là dentro viene rappresentato. Questo era il messaggio che è passato, per quanto riguarda tutti coloro che erano presenti: basta sfratti! Basta esecuzioni sommarie! Vogliamo servizi pubblici di qualità e, prima di tutto, vogliamo decidere il destino della città – siamo noi che le diamo vita e siamo noi che stiamo lottando per riviverla (contro tutta la rivitalizzazione opportunista e parassitaria).

Allo stesso modo, ciò che è seguito nel confronto con i poliziotti non può tantomeno essere inquadrato e banalizzato come l'aggressione codarda di una moltitudine o il gesto isolato di una mezza dozzina di persone. Chi era lì presente ha visto molto chiaramente che erano in migliaia a contribuire coi propri corpi a formare l'onda umana che si è imposta di fronte all'efferatezza della polizia; o qualcuno si è già scordato dei colpi di fucile e dei feriti durante gli scontri?!

Ciò a cui abbiamo assistito è stato un rituale vivo, improvvisato e violento, ma d'altra parte estremamente necessario per una popolazione e una gioventù che sono sempre cresciute sotto il giogo di un potere militare! Un rituale di liberazione dalla paura, in cui tutte le persone coinvolte erano invitate a esorcizzare i loro fantasmi – e il fantasma della violenza come impedimento alla vita politica nella città di Rio de Janeiro – e a liberare l'energia dei loro corpi.

Ho visto giovani, quasi adolescenti, alzare ancora le mani e tirare pietre contro poliziotti infinitamente molto più preparati. Ho sentito di bambini e anziani che hanno preso mazze e pietre per distruggere banche e istituzioni. Conservo nella pelle, come molti, il suono ritmato delle pietre che sbattevano sui pali della luce e che scandivano il tempo dell'avanzata e della ritirata. E ho avuto il piacere di condividere l'aceto con tutti coloro che si trovavano lì per scrivere finalmente nei loro corpi che la democrazia si fa nelle strade, la democrazia nasce dalle strade.

Invece di perdere tempo a tentare di spiegare il contenuto probabilmente irraggiungibile delle manifestazioni, organi di stampa straniera come El País, per esempio, farebbero un servizio migliore cercando di spiegare al mondo cosa vuol dire vivere sotto un'invisibile legge marziale, che attraversa le relazioni sociali e in particolare le pratiche politiche. E quanto può essere liberatorio per una popolazione sperimentare la forza e il coraggio della moltitudine, l'intelligenza collettiva che si sviluppa in questi avvenimenti. Questo esercizio forse aiuterebbe davvero a capire un po' la rivolta esplosiva dei giovani di fronte all'ennesimo tentativo della polizia – e dello Stato – di zittirli per mezzo delle armi.

Credo che, in una situazione tranquilla, nessuno sia a favore dei linciaggi e dei saccheggi, come si è visto chiaramente grazie all'intensità dei cori che reclamavano pace. Ma abbiamo bisogno di qualificare questa pace. Quello che ho visto nelle manifestazioni e che ho visto lunedì scorso è lontano dall'inquadrarsi nelle precarie spiegazioni pre-fabbricate che circolavano nei media. Per questo, accettare il (non)dibattito proposto dai media, in questo senso, significa lasciare che coloro che ci assoggettano possano decidere chi è e chi non è degno di manifestare, chi è e chi non è degno di lottare e di confrontarsi. Infine significa accettare che il movimento si divida, quando il movimento è esattamente il frutto mostruoso di questa città tanto diseguale quanto violenta, e nasce giustamente dalla non-accettazione dei mediatori di professione, siano essi della stampa o dello Stato, per dare alla luce una nuova città.

In tempi di reti e di strade, è un imperativo pensare al di là della grande stampa corporativa e antidemocratica, e al di là delle assemblee di ieri e di altri secoli: si dica, allora, che la lotta di questi giovani – tutti noi – è in realtà l'affermazione della potenza della vita contro la politica della paura e le sue istituzioni, violente e anacronistiche – violente perché anacronistiche.

Traduzione a cura di Giorgio Sammito, per DinamoPress

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