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Per leggere Gramsci non è mai troppo tardi

(1 Luglio 2013)

Due giorni di vacanza inattesa, la fretta di scegliere un libro. Chissà perché ho scelto le Lettere di Gramsci. Un testo illuminante: e di struggente attualità.

lettgramsc

sabato 29 giugno 2013

Mi sono messo in moto per due giorni di inattesa vacanza, al mare: a casa di amici. La fretta di trovare un libro da portare ha fatto emergere da chissà dove le Lettere di Antonio Gramsci. Le avevo lette anni addietro? A giudicare da segni e orecchie direi di sì. Ma che fortuna aver scelto di portarlo comunque con me, quel libro.

Il testo che ho io è quello "ridotto", un centinaio di lettere, poche di più. Ma di una bellezza così intensa, straordinaria, struggente, da avermi fatto dimenticare pressoché completamente che il tempo intorno a me non era quello che ci si aspetta per la fine di giugno, che gli amici erano comunque una presenza gioviale, e tanto altro.

I giornali parlano di un'Italia smarrita, di italiani smarriti, di rabbie, di rigetti, di populismi, di paure, e di molte altre "crisi". Quante debolezze, quanta sfiducia: come dire che tutto questo non mi riguardi e coinvolga, come una malattia contagiosa? Non avrei mai pensato però che quel libro per due giorni mi avrebbe guarito! Con l'esempio umano degli scritti alla madre, alla moglie, alla sorella, gli scritti da Ustica... Non c'è nulla da scoprire al riguardo di Gramsci, chi non sa che è stato un gigante... Ma leggere le sue lettere oggi scuote da uno smarrimento che sa di paura.

I sensi di colpa, di inadeguatezza, potrebbero uscire confermati dal confronto con un gigante come Gramsci, ma la sua prosa si stende invece come un unguento benefico sulle nostre angosce, le nostre paure. Questo sentirsi inadeguati e smarriti trova nelle sue lettere un punto di riferimento capace di placare i marosi di questo tempo.

C'è una lettera che mi ha commosso fin quasi allo stordimento, nella quale Gramsci, appena arrivato ad Ustica, luogo di confino raggiunto con catene e ceppi al termine di una traversata infame, si sofferma sulla dolce bellezza del posto, sui colori del tramonto, sull'affabilità della popolazione locale, e sui "coatti" che popolano l'isola, detenuti comuni per i quali mostra interesse, compassione, rispetto, dolore. A tratti in quella lettera sembra quasi dire "che fortuna che ho avuto a incontrare detenuti comuni, detenuti politici, genti del nord, tutte bramose di dirsi colpevoli di furti ma mai di fatti di sangue, genti del sud, tutte bramose di dirsi colpevoli di fatti di sangue ma mai di furti", che fortuna che ho avuto a conoscere questi condannati, questi esiliati, questi carcerieri, questi isolani, questi patimenti che non ostento, questi colori...

Che fortuna che ho avuto a leggere o rileggere, le lettere di Gramsci. In lui non c'è, ovviamente ammissione di colpe. In me è diverso; colpa, inadeguatezza, rabbia e paura si incontrano: ma tutto questo adesso è più lieve... E anche il futuro fa meno paura: comunque potrò rileggere le Lettere di Gramsci.

Riccardo Cristiano - il mondo di Annibale

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