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Perche' Carlo non venga ucciso di nuovo... the show must stop!

comunicato di "Vis-à-Vis" su Genova 2002

(19 Luglio 2002)

Il "Genova memorial day" si avvicina e poche sono per ora le voci che si levano a contrastare l'allestimento in atto di un'ennesima (ma questa volta anche macabra) messa in scena. Stando al documento "ufficiale" di indizione e alle iniziative preparatorie organizzate da alcune sigle, il percorso che conduce a Genova 2002 richiama da vicino, sotto molteplici aspetti, il percorso che ha anticipato Genova 2001. Una rappresentazione a uso e consumo dei mass media, la riproposizione delle rituali coreografie del conflitto simulato, organizzato e gestito dai soliti "prendi/voce".

Tuttavia, le cose vanno in maniera ben diversa.

Improvvisamente e imprevedibilmente solo per i teorici della superficialità, per quei politicanti "di movimento" che hanno assunto, come propria, la logica del talk show e dell'Auditel politico, un anno fa riapparve il "convitato di pietra": il movimento! Si preparò e si attese "Genova", sperando che potessero finalmente trovarvi un primo vero e compiuto sviluppo i precedenti flebili - ma via via sempre più luminosi - bagliori, che avevano segnato il tempo trascorso da quel dicembre del 1999 in cui il vento di Seattle aveva cominciato a soffiare. Quel vento aveva infatti sùbito attraversato l'Atlantico, investendo l'Europa con un'intensità sempre crescente: a Nizza e a Praga, a Napoli e a Goteborg, man mano era andato montando un flusso inarrestabile di momenti mobilitativi via via più forti e radicati, in un nuovo attivarsi di dinamiche contestative di massa.

E, in effetti, le "giornate di Genova" hanno oggettivamente segnato una sorta di scarto qualitativo, un punto di passaggio assolutamente significativo, determinando, il delinearsi di una situazione profondamente innovata. Nei dodici mesi trascorsi da quell'"evento", sono stati molteplici i segnali, e non solo in Italia, dell'inversione di una tendenza ventennale alla passività, al trionfo atomistico dell'individualismo, alla riduzione della socialità alle sole forme mercificate imposte dalla sua colonizzazione da parte del capitale totale. Un'inversione che ha prodotto la straordinaria riuscita di alcuni importantissimi "appuntamenti metropolitani", lanciati da un ceto politico sempre più "spiazzato", però, e in difficoltà, di fronte alla marea montante delle centinaia di migliaia di soggettività, "inaspettatamente" mobilitatesi.

Si è andato rimanifestando, dunque, un soggetto collettivo ancora allo stato embrionale, sfuggente, e articolato privilegiatamente sul solo livello delle coscienze, ma assolutamente limpido nella propria propensione ad una pratica diretta, dal basso, su contenuti di reale antagonismo, e sostanzialmente indisponibile a essere utilizzato come inerte massa di manovra, nei giochi di potere che partiti e pseudo-partiti hanno ininterottamente preteso di giocare sulla sua pelle, in chiave strumentale e sterilmente egemonistica.

Venne quindi il grandioso corteo contro la "guerra infinita" (autentica controrivoluzione preventiva scatenata su scala planetaria da Monsieur le Capital), che seppe effettivamente permeare dei propri contenuti larga parte della società, riuscendo, insieme ai molti momenti mobilitativi che quella grande scadenza precedettero e seguirono, a capovolgere quello che, fino a pochi mesi prima, era stato il "senso comune", in senso proprio. Un senso comune che, dal 1991 (guerra del Golfo) al 1999 (guerra del Kossovo), era andato individuando la guerra, come strumento se non "giusto" comunque "giustificato", e in ogni caso privo di reali alternative, di fronte ai massacri compiuti dal solito tiranno di turno. Un senso comune che aveva del tutto rimosso, nelle nebbie della propria essenza ideologica, le reali cause profonde - di schiettissimo ordine economico/politico - del sempre più intenso ricorso allo strumento bellico, cui stava portando ciò che si era invece preteso spacciare come l'avvento dell'era della pace e del benessere, a seguito del definitivo trionfo del "modello occidentale" sul Satanasso del "socialismo irreale". Un senso comune che aveva coinvolto quasi tutta la "sinistra di governo" (o ex, o aspirante tale), nonchè gli apparati "triconfederali".

Ebbene, questo senso comune si è sgretolato, in forza certamente dell' assoluta insensatezza delle motivazioni addotte a giustificazione dell' intervento in Afghanistan, ma anche, e soprattutto, per l'irrompere di un movimento che ha saputo alimentarsi - e a sua volta alimentare - degli umori profondi del corpo sociale; o meglio, di quella parte di esso che finalmente stava ritrovando una capacità di attivazione contestativa rispetto a ciò che sapeva individuare come una sorta di autentica, perversa propaganda di regime (di qualsiasi regime).

Vennero poi le mobilitazioni al fianco dei migranti, contro il tentativo di proseguire sulla strada inaugurata dai governi di "centro-sinistra", verso l 'introduzione di nuove forme di "schiavitù salariata" e la negazione dei più elementari diritti a masse sempre più estese di uomini e donne, comunque ormai oggettivamente indispensabili al ciclo complessivo della produzione/riproduzione capitalistica. Mobilitazioni sempre più esplicitamente consapevoli della necessità strategica di contrastare il senso vero di tali discriminazioni, non tanto e solo sul piano di una solidarietà "morale", quanto e soprattutto sul piano di una diretta solidarietà materiale - di classe -, che impone di denunciare e battere la tendenza strategica che in esse si evidenzia: quella cioè di spezzare preventivamente il corpo multiforme del nuovo proletariato universale che va costituendosi, su scala planetaria, dentro la materialità delle dinamiche globali, su cui si regge il dominio del capitale totale.

Venne il reiterato schierarsi in massa al fianco del proletariato palestinese, nonostante i continui tentativi di "sabotaggio" messi in atto (per frustrate ansie egemonistiche) da ampi comparti di Rifondazione e dei Social Forum, nonchè dai "Disobbedienti" tutti. Tentativi infine tanto spudorati da non poter più venire "occultati", nelle segrete stanze dei "soliti noti addetti ai lavori", a salvaguardia di una deleteria solidarietà/omertà da corpo separato, da lobby elitaria: troppo stridente fu, in tal caso, il contrasto fra la logica politicistica di un preciso settore di ceto politico e la tragedia atroce della pulizia etnica che i due boia Sharon e Bush stavano/stanno perpetrando ora in modo spudoratamente "dichiarato", contro un intero popolo (l'ennesimo!) che, nei loro piani geo-strategici, deve essere "semplicemente" cancellato.

E venne anche l'"incontro" - da noi indicato già un anno fa, come fondamentale e imprescindibile - del movimento con la contraddizione di classe. Un incontro che si è articolato - anche qui - in alcune riuscitissime scadenze mobilitative. L'enorme manifestazione del sindacalismo di base del 15 febbraio, i grandi cortei che, il giorno dello sciopero generale, hanno riempito le piazze "storiche" delle principali città italiane, segnando in alcuni casi presenze superiori a quelle delle manifestazioni confederali, ne sono stati le punte più elevate. E pure in tale prospettiva assolutamente centrale, si può ben dire che l'esplosione di Genova ha interrotto la lenta e apparentemente inesorabile "sparizione del "lavoro" (della materialità stessa delle specifiche condizioni di vita individuali), non solo dall'agenda della politica, ma anche dall'immaginario sociale e dallo stesso orizzonte progettuale di ciò che restava dell'"antagonismo", al di là della pur importantissima ma ancora marginale esperienza del "sindacalismo di base", prezioso sedimento di quel breve ma fondamentale sussulto che fu l'"autunno dei bulloni", quando il "lavoro" seppe rompere il plumbeo silenzio degli "ottanta" e ritrovare la forza per una prima fuggevole ripresa di parola!

Il movimento che ha preso improvvisamente e inaspettatamente forma a Seattle, ed è infine esploso a Genova, ha dunque spezzato la catena della passivizzazione sociale, seguita alla sconfitta epocale della fine degli anni settanta, ed ha fornito la "rappresentazione" in atto di una ricomposizione possibile, nella riproposizione di un immaginario definito in funzione di una ritrovata capacità di attivazione su base collettiva. Per quanto sia ancora lontano dal compiersi lo sviluppo dal "movimento delle coscienze" al soggetto collettivo fondato nella materialità del conflitto di classe, un fatto è comunque certo: senza il "movimento" di Seattle, Praga, Nizza, Napoli, Goteborg, Genova, Roma, oltre ai molti affollatissimi e entusiasmanti appuntamenti metropolitani già citati ... non ci sarebbero stati neanche i 3.000.000 del Circo Massimo, non si sarebbe infranta l'unità della "triplice", non ci sarebbe stato il Palavobis, né i girotondisti, non ci sarebbero stati un mese fa i 400.000 di Barcellona, né le accoglienze "calorosissime" a Bush in Germania, né Amato e Blair che, folgorati sulla via di Damasco , riscoprono i "diseredati contro i benestanti bohemienne" ... e così via!!! Insomma, il vento di Seattle ha rimesso in moto la storia e travolto coloro che la pretendevano fossilizzata nell'eternizzazione di questo presente di merda!

Questo "fenomeno sociale" non può perciò essere minimamente confuso con l'immagine spettacolarizzata che hanno preteso fornirne i suoi "prendi/voce", in linea con i criteri sensazionalistici dei mass media. Il ceto politico, pur con sfumature assai diverse al proprio interno, ancora una volta, nel suo complesso, ha privilegiato in maniera autoreferenziale la propria preservazione, in una sostanziale logica da élite, quando non da lobby. Piuttosto che agevolare la riemersione della "vecchia talpa", pur ostinatamente attesa ed evocata durante l'attraversata del deserto degli '80/'90, anche con sforzi spesso apprezzabilissimi - almeno per alcune componenti di esso -, il ceto politico ha per larga parte soggiaciuto a un'inerziale tendenza all'autopreservazione, nella netta percezione dell'inevitabile delegittimazione, alle sue proprie funzioni di mediazione/direzione, oggettivamente implicita in un "sociale" che, via via riaggregandosi e riconoscendo le proprie fondamenta materiali, indubitabilmente mira anche a imporre la propria più totale autonomia decisionale. Le masse di centinaia di migliaiai di soggetti che il "vento di Seattle" ha riportato nelle piazze e al protagonismo diretto sul terreno della critica all'esistente, hanno costituito un referente di assai difficile gestione, rispetto a quella "logica" sostanzialmente strumentale, cui i loro autoproclamati "rappresentanti" non hanno mai cessato di ricorrere, nel rapportarvisi (magari, spesso, anche incosapevolmente). Ed è avvenuto, così, che la messa in discussione da cui è stato investito il ceto politico, nel ruolo di rappresentanza "simbolica" e supplenza, da esso svolto per il passato, nei confronti di un sociale allora drammaticamente afasico, ha innescato in esso una reazione difensiva di oggettiva chiusura e "impermeabilizzazione" - al di là di enfatiche quanto inverosimili professioni di "movimentismo", da ogni parte sbandierate -, nei confronti del nascente movimento (sino addirittura ad abbassare infine, in una tragicomica gara con la questura, il numero dei partecipanti ai cortei !?!), anziché un'effettiva apertura a quel sociale e il progressivo scioglimento in esso.

Se non si mettono a fuoco questi passaggi e non si tiene presente questo quadro, non è affatto possibile cogliere i reali caratteri dell'attuale fase di incertezza che il movimento sta mostrando. Una fase che ha condotto alcuni a parlare di "crisi", confondendo questo "movimento allo stato embrionale", ma già articolato su scala assolutamente "globale", con le penose macchiette politicanti che qui da noi hanno preteso accaparrarsene una presunta rappresentanza, assumendo acriticamente come proprie, in maniera paradossale, le "analisi" sciorinate dai mass media.

L'autoreferenzialità del ceto politico ha avuto la sua più lampante espressione in quell'autentica farsa che sono stati i "Social Forum". Questi, al di là della sempre più marcata ed evidente deriva burocratica, imposta loro dalla gestione egemonistica di ampi settori di ceto politico, soprattutto a livello delle metropoli (giacchè "in provincia" hanno spesso invece effettivamente stimolato un qualche oggettivo riaffacciarsi all'impegno attivo, di soggettività altrimenti frantumate in un "marginalismo territoriale" paralizzante), si sono caratterizzati, sin dall' inizio, come una sorta di riedizione di quegli "intergruppi" che caratterizzarono l'intermezzo "gruppettaro" e regressivo del decennio rosso '68/'77 (non a caso nelle loro pantomime si sono potuti riciclare zombi assolutamente improponibili). Sostanzialmente, si sarebbe preteso accreditare come espressione "del movimento", una congerie di "cartelli" di sigle stabilmente PRE-costituiti, riunentisi a scadenze regolari come asfittici prosceni dove ci si limitava a prendere nota di quanto deliberato dai singoli gruppi e dalle singole organizzazioni, in una "dialettica" totalmente conchiusa fra addetti ai lavori (leader, portavoce, addetti stampa, rappresentanti, ex-portavoce ...). Quelli che erano stati spacciati per luoghi di espressione diretta di ciò che si muove nella società, però, si sono palesati ben presto come una sorta di miseri "parlamentini", funzionali soltanto alle alchimie politicistiche delle riservatissime mediazioni tra apparati organizzativi e dirigenze ... altro che istituti dell'audeterminazione del nascente movimento!

Insomma, agli occhi di tutti, i social forum si sono ormai configurati come luoghi di velleitaria e fallimentare surdeterminazione politicistica dei processi di autodeterminazione del sociale e, parallelamente alla crisi degenerativa di essi, deve essere registrata la crisi strategica e tattica, altrettanto profonda, di quelle componenti del ceto politico che, in termini strumentali e spesso tutt'altro che limpidi, hanno giocato con maggior convinzione quella carta: i Disobbedienti e Rifondazione.

I primi, dopo le ultime fallimentari scadenze mobilitative, hanno operato una tempestiva quanto opportunistica smarcatura dal destino dei forum; una smarcatura realizzata, peraltro, in coincidenza del fatto che, a seguito del tonfo elettorale (con percentuali - 0,4 % - da "prefisso telefonico"!) subìto laddove hanno tentato davvero di svincolarsi dalla "vetusta" forma-partito, non correndo come "indipendenti" sotto l'ombrello del PRC, sembrano di fatto scomparsi dalla scena, probabilmente a studiare le prossime mirabolanti mosse (che i media, con in testa "la Repubblica", sponsorizzano peraltro caldamente, in quanto pur sempre sanamente e giudiziosamente riformistiche, al di là dell'usuale, giovanilistico folklore di facciata).

Rifondazione, invece, insiste nel riciclare i social forum come cinghia di trasmissione fra la "società civile in movimento" e se stessa. Essi, d' altra parte, le sono assolutamente necessari per qualificare e porre in atto il tentativo (da diverso tempo teorizzato da Bertinotti e approvato, con non poche opposizioni, dall'ultimo congresso) di superare la tradizionale forma-partito, in favore di un nuovo modello organizzativo "leggero" e strategicamente osmotico con i movimenti.

La redazione di Vis-à-Vis
Quaderni per l'autonomia di classe
http://web.tiscalinet.it/visavis

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