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Gli stupratori della memoria

(4 Luglio 2013)

Sulla fugura ambigua di Riccardo Fedel, un confidente della polizia fascista fucilato dai comagni partigiani, Gianmpaolo Pansa ha costruito anni fa la sua ennesima storia di "innocenti" vittime dei comunisti; ne è nato un tentativo di "riabilitazione" che da tempo costitusce di fatto l'ennesimo attaco alla Resistenza. L'articolo replica alle manovre revisioniste, chiarisce i termini reali della vicenda e denucia i torbidi obiettivi politici di quello che Arfè giustamente definì "sovversivismo storiografico".

L’ho incontrato per caso, Riccardo Fedel, «eroe» di Pansa che «racconta» il suo autore come non fa nessuno. Seguivo le tracce di Umberto Vanguardia, anarchico napoletano, e scoprii che nell’ottobre del 1927 era stato lui a spedirlo in galera assieme a 56 compagni confinati. Finché puoi, i morti li lasci stare, perciò mi limitai ai fatti, senza ricordare le delazioni scovate in archivio da Davide Spagnoli – nomi, fatti, cifrari – e le carte della Milizia con le «Confidenze dell’ex confinato politico Riccardo Fedel, relative a un complotto comunista organizzato in Ravenna nell’anno 1925». Non accennai nemmeno alla lettera con cui nel marzo 1928 la Milizia accreditava il «sig. Fedel Riccardo […] quale suo informatore fiduciario sul movimento sovversivo». In quanto all’anarchico, l’avevo affidato alla memoria storica collettiva e pazienza se la denuncia gli accorciò la vita col carcere duro, i violenti interrogatori e le sofferenze atroci di una infezione da “manette strette” che lo condusse a un passo dall’amputazione.
E’ passato più di un anno e scopro ora una «Fondazione Fedel», che ricorda il comunista pericoloso, l’antifascista più volte confinato e il garibaldino «ucciso da una fazione di partigiani romagnoli, in circostanze e per motivazioni mai del tutto chiarite». Non so se la «Fondazione», che pretende da me una rettifica, abbia mai cercato i parenti dei confinati traditi per chiedere scusa, ma trovo che sul terreno morale la vicenda sia figlia legittima della «scuola storica» di Pansa, il quale, per suo conto, portando elle estreme conseguenze il disprezzo per quelli che chiama «gendarmi della memoria», si inserisce a pieno titolo tra gli «stupratori della Storia», che possiedono con la verità con la forza e più quella si nega alla violenza, più si eccitano e più ci danno dentro, perché, per dirla con le sue parole, «tutto ciò che contraddice il racconto da loro difeso deve essere smentito. O, meglio ancora, taciuto, ignorato, cancellato». Come capitò a Pansa per i «gendarmi», confesso che anche a me «lì per lì il sostantivo stupratori [...] sembrava troppo duro. Poi mi sono convinto che era la parola da usare. Infatti, come si muove lo stupratore?”. Se una donna gli piace e non consente, lui l’acchiappa, la prende e la piega ai suoi lerci desideri. E come accade alla donna, che certo «ha provocato», così va alla Memoria: violata perché, prostituta dei vincitori, osa rifiutarsi alla sacra libidine dei vinti. Nessuno ha affidato agli stupratori il compito di stuprare. L’incarico se lo danno da soli e poiché di questi tempi più peschi nel torbido, più strada poi fai, la pratica s’è diffusa e chi si mette di traverso ha la sorte segnata: è un bugiardo che racconta immotivate e violente menzogne.
La «Fondazione» contesta, corregge i dettagli, s’aggrappa ai particolari, se la prende coi «bugiardi», però va capita. In fondo Pansa s’è inventato un eroe comunista e antistalinista e l’ha chiamato Riccardo Fedel. Non un traditore, ma un innocente fucilato a tradimento da partigiani di osservanza moscovita. Se Mimmo Franzinelli sospende il giudizio su Fedel in attesa di un «biografo in grado di interpretare le fonti d’archivio senza farsi fuorviare da pregiudizi ideologici», se Sergio Luzzatto per poco non laurea Pansa «honoris causa» come «storico serio» e Paolo Mieli lo sostiene, perché dubitare? E’ vero, ammette Pansa, finita la guerra, l’eroe s’è trovato tra le spie dell’Ovra, ma c’è un complotto evidente, insinua ammiccante: fu Togliatti, ministro di Giustizia, che al momento opportuno infilò a tradimento l’odiato nemico nel triste elenco delle spie fasciste. E’ una sciocchezza, fa notare Franzinelli. Fedel non può entrare nell’elenco perché la legge vieta di inserirci i morti – sarà cancellato per questo motivo – ma non ce l’ha messo il ministro ed è stato davvero un confidente. Non serva a nulla. Nella furia della guerra santa condotta in nome dei vinti contro la protervia dei vincitori, Pansa che cancella dalla vita del suo inverosimile eroe comunista l’iscrizione al Partito Fascista e «dimentica» di riferire ciò che di lui scrissero in una sentenza del 19 novembre 1928 Achille Muscara, Claudio Perini e Giuseppe De Rosis, giudici del Tribunale Speciale e rispettivamente Generale di Divisione, Console e Seniore della Milizia. Emessa al termine di un processo a 57 compagni di Fedel, confinati a Ustica e accusati di tramare per una rivolta, la sentenza fa i conti con una così evidente montatura, che i giudici fascisti assolvono tutti gli imputati «per la scarsissima credibilità dei testi di accusa». Tali accuse, aggiungono, formulate «da tre degli stessi confinati [… ] fanno capo a Fedel» e «il processo sorse perché alle stesse ha dato credito il centurione Mammì facendole sue con non molta avvedutezza». Capace «di palesare fatti o addirittura di inventarli, come avvenne a Gorizia, dove simulò un’aggressione in effetti mai patita», Fedel, smentito durante un confronto, non esita a fare nomi, dichiarando che «del progetto di rivolta se ne doveva parlare a Bordiga, Alberti e Ventura, i quali dallo stesso Fedel erano stati denunciati come organizzatori del complotto». Al tirar delle somme, quindi, nella «competizione […] con gli altri confidenti dianzi ricordati, il Fedel era stato più sollecito nella denunzia».
Chi sia l’eroe di Pansa, del resto, lo dice chiaro in un memoriale difensivo del dicembre 1927 il mio povero anarchico, spiegando che il confidente e i suoi complici, «sott’accusa di spie, accompagnati sempre dall’ostilità di tutti i confinati e dannati alla più nera solitudine […] senz’altro accettarono il mostruoso mercato» che assicurava «il certissimo rientro alle loro case». Poi, lapidario, commenta: «l’accusa fatta da Fedel sa d’infamia senza nome». Non sbaglia: è Mussolini in persona, infatti, che ordina di ripagare il delatore con la liberazione e una forte ricompensa economica, ma Fedel delude; pericoloso per i compagni, appare inaffidabile ai fascisti e non riesce a rendere credibile il suo ravvedimento sicché Bocchini, il capo della polizia, irritato, lo manda di nuovo al confino.
Pansa può esultare. L’offensiva contro i partigiani rossi e stalinisti ha sfondato. L’equiparazione fascismo-antifascismo, la Resistenza ridotta a una selvaggia faida tra cosche, gli ideali cancellati, gli errori divisi equamente tra chi si schierò coi nazisti e chi rischiò la vita per l’emancipazione e gli ideali di libertà e giustizia sociale, consentono di modificare la Costituzione nata dalla Resistenza e mentre l’Europa va alla deriva, Jhoan Galtung già lancia l’allarme: «è la reinvenzione del fascismo, il potere che passa nelle mani del nuovo complesso militare-finanziario».
I «vinti» ormai vincitori, avranno quel che vogliono: un Paese di senza storia, consumatori e servi del mercato manipolati nell’intelligenza dal circo mediatico, ridotti a rassegnato bestiame votante e a disciplinati soldatini del capitale. Il trionfo è vicino per Pansa e i suoi estimatori, ma la «Fondazione Fedel» sbaglia indirizzo. Come che abbia vissuto Fedel dopo il processo – sovversivo pentito travolto dal suo passato o avventato doppiogiochista, ucciso da una mossa sbagliata – un punto fermo c’è e non si discute: aveva venduto i compagni. Chi vuole una rettifica, perciò, la chieda ai giudici del Tribunale fascista, che attestarono l’inequivocabile delazione. Io non c’entro, Togliatti non c’entra e non c’entrano nemmeno le immancabili «rese dei conti staliniste». Accadde solo che giovani partigiani furono costretti a difendere vita e libertà dal fondato sospetto di un tradimento. Quei giovani che oggi non possono più tutelare né il loro onore, né la memoria ferocemente violata.

Giuseppe Aragno

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