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(29 Ottobre 2011) Enzo Apicella
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Disoccupazione e pauperismo (miseria) frutto del capitale

(24 Luglio 2013)

Da “nuova unità” luglio 2013

dispauper

Il rapporto tra capitale e lavoro è il fondamento e il cardine su cui gira tutto il nostro odierno sistema sociale. Al contrario di quanto comunemente la borghesia vuole farci credere, la tendenza al peggioramento delle condizioni di vita di importanti settori della popolazione deriva dallo sviluppo del capitale. Anche nella crisi i capitalisti fanno profitti. Attraverso l’espulsione di lavoratori dai luoghi di lavoro, de-localizzando le produzioni, mettendo in concorrenza fra loro gli operai per abbassare il costo della forza lavoro fanno aumentare, in tutto il mondo, i disoccupati.

In Italia a luglio 2013 i dati Istat contano 3 milioni 140mila disoccupati.
In Europa, Eurostat stima che sono 26,405 milioni gli uomini e le donne senza lavoro nell’Ue.
Nel mondo, secondo l'ILO, nel 2013 il tasso di disoccupazione si avvia a salire al 6% quest'anno, con un aumento dei disoccupati oltre la soglia dei 200 milioni a 201,5 milioni.

Nella crisi le condizioni di vita e di lavoro dei proletari e delle classi sottomesse peggiorano brutalmente, anche se non bisogna dimenticare che, persino in un periodo di economia florida, una parte del proletariato vive costantemente al di sotto del livello medio di sussistenza della stessa classe operaia. Questo è una caratteristica pressoché costante nella società capitalistica, anche nelle fasi superiori del suo sviluppo. L’aumento della disoccupazione e l'esistenza di sovrappopolazione relativa operaia - la povertà - non è altro che l’altra faccia dello sviluppo della ricchezza capitalistica. Una delle condizioni d'esistenza del modo di produzione capitalistico consiste proprio nella formazione di un esercito industriale di riserva disponibile per i mutevoli bisogni di valorizzazione, un materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione.

Uno dei primi effetti della crisi, insieme alla disoccupazione, è la tendenza all’abbassamento dei salari reali che insieme al ricatto della perdita del posto di lavoro, che si accentua nei periodi di crisi in cui l'offerta di forza-lavoro supera notevolmente la domanda, comporta in primo luogo una diminuzione assoluta del prezzo della forza-lavoro stessa, e quindi del salario.

La distruzione di grandi forze produttive è il meccanismo specifico che usa la borghesia per superare i periodi di crisi, con l’espulsione dal processo produttivo di grandi masse di lavoratori che erano occupati nel precedente periodo di espansione. Lo sviluppo che finora è seguito alle gravi crisi non ha mai permesso in generale il reinserimento di tutti i lavoratori rimasti disoccupati, che vanno così a ingrossare le fila dell’«esercito industriale di riserva». L’unica eccezione è stata in caso di guerre mondiali, in cui il bisogno di personale umano per il capitale poteva sviluppare occupazione per le produzioni di guerra e carne da macello in divisa da inviare al fronte.

Il pauperismo e in particolar modo la disoccupazione e la formazione del sottoproletariato sono, quindi, fenomeni endemici e ineliminabili nel modo di produzione capitalistico.
Il pauperismo (la miseria) economico e sociale è il frutto del capitalismo e ancor più dell’imperialismo, ed è caratterizzato dalla presenza di larghi strati di popolazione in intere aree del mondo portate in condizioni di profonda miseria.
La miseria, dovuta a fattori economici e strutturali (mancanza di capitali o di risorse) o ad altri fattori (guerre, calamità naturali, carestia ecc.), è il vero flagello dell’umanità.
Storicamente, con lo sviluppo del capitalismo, il fenomeno si manifestò soprattutto in Inghilterra e in Europa nordoccidentale, per il largo impiego delle macchine nell'industria. Questo determinò il licenziamento di un grande numero di lavoratori.
Oggi nell’imperialismo, lo sviluppo della scienza e della tecnica sempre più asservite al capitale e alle multinazionali in USA, Europa, Asia, in Africa e nell'America Latina, servono ad espellere lavoratori dai cicli produttivi.

La crescente sproporzione tra l'accumulazione della ricchezza capitalistica da un lato e il salario reale dei lavoratori dall'altro presuppone il permanere della disoccupazione e la suddivisione del mondo in aree «ricche» e in aree «povere», all’interno delle stesse nazioni, evidenziando come sia ineliminabile il pauperismo nella società capitalistica fondata sulla logica della proprietà privata e la logica del profitto.
La lotta di classe e il conflitto fra borghesi e proletari si vanno acuendo sempre più in tutto il mondo. Ma risposte locali, isolate, frammentarie, senza collegamenti generali non hanno prospettive. Per rispondere efficacemente agli attacchi dei padroni e dei governi, e non subire solo gli attacchi dei capitalisti, i proletari e la classe operaia di tutto il mondo, devono cominciare a collegarsi e organizzarsi a livello mondiale. La realtà della società capitalista fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, si cambia con lotta, non con il voto e le illusioni elettoralistiche. In ogni paese del mondo gli operai il nemico l’hanno in casa: sono i loro padroni e i loro governi borghesi.

Solo autorganizzandosi in un movimento di classe, in partito politico proletario che si ponga sia la difesa degli interessi immediati che storici, ponendosi il problema del potere politico senza delegare ad altri i suoi interessi, la classe operaia e proletaria può lottare per la liberazione dalla schiavitù capitalista e un nuovo mondo. Tutti i partiti esistenti compresi quelli “più a sinistra” sono stampelle del regime e del sistema capitalista. Ci vuole una nuova leva di operai e proletari rivoluzionari, comunisti, che si organizzi sui suoi interessi di classe.
Una nuova leva di proletari con coscienza di classe che faccia definitivamente i conti con la vecchia guardia d’intellettuali e funzionari “pseudo comunisti” e i loro partiti sostenitori delle guerre imperialiste e del sistema capitalista. Oggi serve un partito operaio, proletario, comunista che dichiari apertamente che il suo programma è: abolizione della proprietà privata del capitale e dello sfruttamento capitalista.



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Lavoro: aumentano in tutto il mondo, i disoccupati.

Il 1° luglio 2013 l’Istat ha comunicato i dati sul mercato del lavoro italiano.
L'esercito dei disoccupati ha toccato quota 3 milioni 140mila. Il numero di disoccupati è aumentato dell'1,8% rispetto ad aprile (+56mila unità) e del 18,1% su base annua (+480mila unità). L'aumento - ha spiegato l'Istituto di Statistica - ha interessato sia i maschi sia le femmine.
Il tasso di disoccupazione è volato al 12,2%, massimo storico mai registrato: è il dato più alto dal primo trimestre del 1977, cioè da 36 anni.
Gli occupati a maggio 2013 sono 22milioni 576mila, in diminuzione dello 0,1% su aprile (-27mila) e dell'1,7% (-387mila) su base annua, e l'occupazione precaria é in continuo aumento.
La disoccupazione giovanile (15-24 anni) a maggio 2013 è stata pari al 38,5%. Le persone in cerca di lavoro sono 647mila, il 10,7% della popolazione in questa fascia di età.
I "Neet" (Not in Education, Employment or Training), cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione, sono arrivati a oltre il 23%.

Disoccupazione in Europa

Nella zona Euro (17 paesi), nel mese di maggio 2013, il tasso di disoccupazione è stato pari al 12,1%, in aumento di 0,1% rispetto ad aprile 2013.
Il più basso in Austria (4,7%), il più alto in Spagna (26,9%).

Dato EUROSTAT 1 luglio 2013

Stati della zona Euro (17 Paesi), disoccupazione a maggio 2013 (%)

Austria 4,7

Germania 5,3

Lussemburgo 5,7

Malta 6,2

Olanda 6,6

Estonia 8,3

Finlandia 8,4

Belgio 8,6

Francia 10,4

Slovenia 11,2

Italia 12,2

Irlanda 13,6

Slovacchia 14,2

Cipro 16,3

Portogallo 17,6

Grecia 26,8

Spagna 26,9

Eurostat stima che sono 26,405 milioni gli uomini e le donne senza lavoro nell’Ue, di cui 19,222 milioni solo nella zona euro. Il più alto tasso di senza lavoro in Spagna (26,9%), Grecia (26,8%), Portogallo (17,6%) e Cipro (16,3%). Il più basso in Austria (4,7%), Germania (5,3%) e Lussemburgo (5,7%).

Disoccupazione nel mondo

L'occupazione precaria é in continuo aumento e la disoccupazione nel mondo, già
grande, nei prossimi anni sono destinate ad aumentare ancora.
Nel mondo un lavoratore su tre è disoccupato o povero, perché su una forza lavoro complessiva di circa di 3,3 miliardi di lavoratori, 200 milioni sono disoccupati e altri 900 milioni vivono con le loro famiglie al di sotto della soglia di povertà, cioè dispongono di meno di due dollari al giorno.
Questo dato è stato comunicato all’inizio del 2012 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization – ILO), che ha pubblicato il Rapporto Tendenze globali dell’occupazione 2012: prevenire una crisi ancora più profonda.
In realtà, osserva l’ILO, queste stime non includono i poveri delle economie sviluppate e sottovalutano l’entità del «deficit di lavoro dignitoso»: quindi, probabilmente, il quadro reale della situazione è anche peggiore di quello contenuto nel Rapporto. Secondo l'ILO, nel 2013 il tasso di disoccupazione si avvia a salire al 6% quest'anno, con un aumento dei disoccupati oltre la soglia dei 200 milioni, a 201,5 milioni.
Così scrive il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore del 3 luglio 2013: “Entro fine 2014 la proiezione è di 205 milioni e il numero di quanti cercano lavoro senza trovarlo è stimato a 214 milioni entro il 2018. Per riportare l'occupazione ai livelli pre-crisi secondo l'ILO sono necessari oltre 30 milioni di posti di lavoro. Il tasso di occupazione globale nel quarto trimestre 2012 era al 55,7%, lo 0,9% in meno rispetto al quarto trimestre 2007, il che comporta un deficit globale netto di circa 14 milioni di posti di lavoro rispetto all'ante- crisi. Servono poi altri 16,7 milioni di posti per i giovani che raggiungeranno l'età lavorativa quest'anno, il che porta dunque a 30,7 milioni lo squilibrio lavorativo globale. Per l'Unione europea il gap complessivo é di ben 6 milioni”.

Michele Michelino - Centro di Iniziativa Proletaria “G: Tagarelli” (Sesto san Giovanni)

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