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In Turchia classe operaia e piccola borghesia alle prime prove della crisi di un capitalismo moderno

(29 Luglio 2013)

Per una interpretazione degli scontri recentemente avvenuti prima ad Istanbul poi in altre città della Turchia dobbiamo fare qualche passo indietro nella storia del Paese, un poco integrando quanto scrivemmo nel settembre 1982 in: Il proletariato turco rifiuti l’inganno antifascista, nel numero 97 di questo periodico, a cui rimandiamo per la precisa analisi storica ed economica.


Breve riassunto storico

Nell’Ottocento continuò ad interessare le potenze europee, come già nel secolo precedente, la cosiddetta ”Questione Orientale”, che verteva su due principali istanze: la spartizione dei territori, quelli europei in primis, del decadente Impero Ottomano ed il controllo delle importanti vie commerciali che lo attraversavano, terrestri, fluviali e marittime, verso l’India e tutta l’Asia.

La pesante sconfitta subita dal grande ma inefficiente esercito di Maometto IV nella battaglia di Vienna del 1683 segna l’inizio del declino militare ottomano. I successivi sultani cercarono solo di rallentare la progressiva perdita di territori, a favore dell’uno o dell’altro vicino. Veneziani, genovesi, ragusani, poi austriaci, francesi e spagnoli si installarono nei centri commerciali di quell’incerto Impero. Successivamente le maggiori potenze commerciali e militari interessate furono l’Impero russo, bastione europeo della controrivoluzione feudale, l’Inghilterra e la Francia, poi la Germania, le cui moderne grandi produzioni industriali necessitavano di uno sbocco sugli immensi mercati asiatici.

La guerra d’indipendenza greca del 1821-22 e specialmente la guerra di Crimea del 1854-56, si inscrivono in questa dinamica, come abbiamo esposto nei rapporti sulla “Questione militare” che pubblichiamo nella nostra rivista Comunismo. Per le divisioni fra i concorrenti, più che con un attacco diretto si preferì erodere l’Impero a piccoli morsi.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento nei Balcani centrali si formarono tanti piccoli Stati che si erano affrancati, o tentavano di farlo, dal secolare dominio ottomano: agli inizi del Novecento nel grande Impero rimaneva solo la Turchia, parte del Medio Oriente e dell’Iraq, essendosi già perso anche lo Yemen.

Nella nostra, e solo nostra, materialistica e dialettica lettura della storia abbiamo osservato che i modi di produzione, e i grandi apparati statali che ne difendono le classi dominanti, crollano sotto il peso delle contraddizioni che li minano quando si presenta una nuova forza sociale rivoluzionaria, portatrice di un migliore modo di produzione e di una ricomposizione delle classi, dei popoli e, modernamente, delle nazioni.

Le contraddizioni interne all’Impero Ottomano nelle sua fase finale si possono così elencare: 1) Era multietnico, multirazziale e multireligioso, in una frammentazione pre-nazionale; le classi medio-alte, professionisti, commercianti, erano rappresentate da minoranze etniche: gli armeni, i greci, gli ebrei; 2) Economicamente si basava sulle conquiste e il bottino, frutto di continue guerre oltre i confini, e sul mantenimento di un esercito sempre più grande e costoso, con enormi problemi, come la difficoltà di rapidi spostamenti; 3) Con le classi pre-borghesi prive di ogni diritto, la sua vita economica era pesantemente condizionata dalla rendita fondiaria, da una agricoltura su piccola scala e da un allevamento semi-nomade; gli unici prodotti di esportazione consistevano in cotone prima e tabacco poi; 4) Esisteva un piccolo commercio interno di produzioni artigianali e manifatture locali e un commercio di transito di merci pregiate tra Europa e Asia; 5) Praticamente assente quindi, o solo sul nascere la produzione su scala più ampia o industriale.

Il potere centrale manteneva l’unità dell’Impero, che si esprimeva in molteplici situazioni locali diverse, attraverso la continuità di un antico e sperimentato apparato militare.

L’inerzia del sistema, a contatto con lo sviluppo europeo, giunse ad un punto di rottura con la guerra italo-turca del 1911-12 quando, dopo la sconfitta della Turchia, le isole di Rodi e del Dodecaneso, la Tripolitania e la Cirenaica, da Gaetano Salvemini definite “scatoloni di sabbia”, divennero colonie del farsesco “Impero Italiano”.


Nascita della Turchia moderna

Alcuni storici borghesi datano l’inizio della Prima Guerra mondiale non dal maldestro attentato di Sarajevo del 1914, ma da questo precedente conflitto, quando il corpo di spedizione italiano di 34 mila uomini con facilità ebbe ragione dei 4 mila ottomani dislocati in Libia, forte anche del blocco dei rinforzi ottomani spediti via mare, intercettati dalla flotta italiana. Questo spinse gli Stati membri della Lega Balcanica, un’alleanza militare tra i regni di Serbia, Montenegro, Grecia e Bulgaria, a scendere in guerra contro l’Impero Ottomano per ottenere la completa indipendenza ed allargare i rispettivi territori. Alla prima guerra Balcanica del 1912 ne seguì una seconda nel 1913, tra i membri ed ex alleati della Lega per la spartizione della Macedonia e della Tracia.

Gli accordi di pace, o per meglio dire di tregua armata, coinvolsero gli interessi delle maggiori potenze europee, Italia compresa, per il controllo dell’Albania, e nel 1914 sfociarono nella Prima Guerra mondiale. L’Impero Ottomano si alleò con gli Imperi Centrali, la moderna economia tedesca infatti aveva da tempo favorito un’alleanza e un’espansione nell’area. La sconfitta degli Imperi Centrali portò come conseguenza per l’Impero turco la perdita di buona parte dei territori e la riduzione praticamente all’attuale Turchia. Nell’immediato primo dopoguerra la Grecia, spinta dalla Gran Bretagna, anche in funzione anti italiana, occupò l’importante città di Smirne iniziando l’invasione della stessa Anatolia, mentre truppe italiane, francesi e inglesi presidiavano quelle coste mediterranee: la questione orientale e balcanica non era evidentemente ancora conclusa.

Nel 1920-21 il generale Mustafà Kemal Pascià, fervente nazionalista, riuscì a costituire un esercito efficiente e a fermare l’avanzata dell’esercito greco su Ankara; nei mesi successivi passò all’offensiva riuscendo a ricacciare in mare le truppe greche mentre gli altri eserciti stranieri lasciavano di loro iniziativa le coste occupate.

Mustafà Kemal depose l’ultimo sultano turco nel novembre del 1922 e l’anno successivo fu proclamata la Repubblica. La nuova Costituzione concedeva il voto alle donne, stabiliva la laicità dello Stato, avendone estromesso l’Islam e tutta la sua gerarchia, proibiva alle donne di indossare il velo nei locali pubblici, sanciva il compimento della rivoluzione nazionale.

Le rivoluzioni democratiche borghesi all’inizio apparvero laiche e atee, come la Rivoluzione francese del 1789, che inizialmente soppresse il potere della Chiesa cattolica e confiscò tutti i suoi beni, salvo, pochi anni dopo, reintegrarla nel sistema di potere per controllare “gli umili e gli oppressi” anche con l’acqua santa e l’incenso. Anche nel mondo islamico in questi ultimi decenni abbiamo visto alternarsi in Iran, Afghanistan, Iraq, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Turchia, ed oggi in Siria regimi “laici e democratici” a governi che si appoggiano alla “tradizione” e al clero. La spinta rivoluzionaria delle deboli borghesie locali, per esangue che sia stata, si è ormai esaurita e la generale crisi capitalistica mondiale impone di utilizzare anche la superstizione religiosa a far da barriera al sovvertimento da parte delle masse sfruttate.

I recenti governi turchi “filo islamici” si inseriscono in questi diversivi controrivoluzionari.

Dopo la Seconda Guerra mondiale la Turchia, alleata dell’ultima ora degli ormai certi vincitori, insieme ai finanziamenti americani ne dovette accettare le imposizioni. In particolare, contro il “pericolo rosso” ai suoi confini, ma anche sociale interno, adottare severe restrizioni legali al partito “comunista” e ai sindacati da esso influenzati.

La casta militare turca, già espressione della locale borghesia rivoluzionaria, ha mantenuto un ruolo egemone ed è intervenuta a più riprese con vari colpi di Stato ad assicurare la continuità del potere a quella parte della borghesia e dei fondiari che meglio difendeva lo sviluppo del capitale, contro il proletariato interno e le varie minoranze etniche. Col tempo l’esercito ha assunto direttamente il ruolo di imprenditore col controllo di alcuni settori economici e attività produttive, come è stato anche per la casta militare in Egitto dopo il colpo di Stato nazionalista di Nasser.

Così scrivemmo:

«La borghesia turca non ha mai avuto i mezzi per concorrere con gli affermati e modernizzati apparati industriali dell’Europa. Non ha mai avuto i mezzi finanziari per corrompere il proletariato, creare una piccola borghesia intellettuale ed una aristocrazia operaia, con il seguito naturale di partiti opportunisti e apparati sindacali di regime. Ha potuto tirare avanti con i prestiti americani ed europei che le sono stati concessi per via della posizione strategica che la Turchia ha al confine con la Russia e per via degli Stretti, e anche per l’assoluta dipendenza alle direttive americane: adesione alla Nato, riconoscimento dello Stato di Israele, mantenimento della pregiudiziale “antimarxista” nella costituzione (...) I militari hanno rappresentato negli ultimi sessanta anni di storia della Turchia la parte più moderna del nemico di classe del proletariato: ancora oggi clero, proprietari fondiari e borghesia riconoscono nella dittatura militare l’ultimo e più efficiente mezzo per tenere a freno le masse proletarie costrette a scendere in piazza dall’aggravarsi della crisi economica (...) Come noi, anche la borghesia europea ha capito che i militari turchi non sono golpisti per passione, ma per necessità».
La situazione attuale
Questo il quadro economico al 1982:

«L’industrializzazione turca è di tipo leggero: assemblaggio di autoveicoli, industria tessile, calzaturiera e pellami, produzione di materiale ferroviario; ricca di minerali manca di petrolio; l’agricoltura, alla quale è dedito ancora il 60% della popolazione attiva, è per la maggior parte di tipo mediterraneo con l’aggiunta di tabacco e cotone. Sia i prodotti agricoli sia quelli industriali sono soggetti ai contingentamenti da parte dei paesi della CEE; la difficoltà a trovare nuovi paesi importatori e ad “adattarsi alle nuove esigenze del mercato” è un fenomeno che affligge certamente anche la Turchia (...) Non può puntare sulla produzione di alta tecnologia, sia perché manca di mezzi finanziari, sia perché non risolverebbe il problema della disoccupazione (...) Repressione violenta di manifestazioni e scioperi, torture, assassini e galera diventarono una costante della vita politica turca. Solo la forte emigrazione in Germania, Svizzera e Austria permise ai vari governi di andare avanti, pareggiando con le rimesse degli emigranti la bilancia dei pagamenti».
Gli interventi statali nell’economia dei primi governi kemalisti sono poi proseguiti negli anni ’80 attuando riforme interne, ovviamente sulle spalle dei lavoratori, allo scopo di richiamare capitali e imprese estere, tra cui dall’Italia la Fiat con lo stabilimento di assemblaggio di vetture, trattori e macchine per il movimento terra di Bodrum. Dal quel periodo, del quale non abbiamo valide statistiche, si assiste ad un continuo rapido sviluppo economico, pur presentando periodi di recessione negli anni 1994, nel 1999, causa anche il grande terremoto, e nel 2001. Nel periodo 1981-2003 il reddito nazionale è aumentato in media del 4% annuo. La Turchia è ora completamente inserita nel ciclo capitalistico mondiale, tanto che è diventata membro al 17° posto del G20, l’organizzazione politico-economica dei maggiori paesi capitalistici. Anche secondo i dati forniti dalla CIA, la Turchia risulta essere uno degli Stati più sviluppati.
La grande svolta si ha dopo la grave crisi del 2001, legata alla bolla della new economy e la conseguente crisi finanziaria, quando il Pil segna un -9,4% nell’anno, l’inflazione sale al 68,5%, con un debito pubblico del 77,9% sul Pil. Rimane arretrata sia la produzione, legata alle vecchie aziende statali che controllano i maggiori settori strategici, sia il prevalente settore agricolo, sia quello dei servizi, turismo compreso.

Per evitare l’insolvenza dello Stato il ministro dell’economia turco Kemal Derviş, già vicepresidente della Banca Mondiale (!), tratta per ottenere un finanziamento dal Fondo Monetario Internazionale, con gli Stati Uniti primi sostenitori, che sarà l’operazione più consistente mai fatta dal Fondo, ma alle solite condizioni: privatizzazione delle aziende statali, compressione delle spese sociali dello Stato, apertura del settore bancario nazionale alle banche straniere e ulteriore compressione e liberalizzazione della forza lavoro (lavoro nero e minorile al massimo livello).

Era utile presentare nel contempo un “uomo nuovo” ed una “nuova” forza politica per mimare la “alternanza” parlamentare. Ecco quindi che entra in scena Erdoğan con il suo Partito della Giustizia e Sviluppo (AKP), fondato nel 1998, che alle elezioni del 2002 prende un terzo dei voti. Il secondo partito, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), “laico”, “kemalista”, di “centrosinistra”, ne ottiene un quinto. Un complesso sistema elettorale con la soglia di sbarramento fissata al 10% permette all’AKP di governare da solo.

Erdoğan è il “personaggio” giusto: di umili origini, già incarcerato per le sue idee politico-religiose islamiche e populiste, piace ai poveri delle periferie di Istanbul, di cui era stato sindaco. E si ritorna all’utilizzo della millenaria ideologia dell’islam a sostegno del moderno regime borghese: l’assistenza statale lascia spazio alla chiesa, dal riammettere le scuole religiose per avvelenare le giovani menti, ai centri sanitari e alle opere di carità per corrompere lavoratori e diseredati.

Arrivano investimenti diretti esteri assecondando la robusta crescita economica, da 1,8 miliardi di dollari nel 2003 ai 22 nel 2007. La bilancia commerciale è negativa e si continua ad importare più di quanto si esporti. Notevole il miglioramento del settore turistico, che diventa la prima voce dell’economia. Dal 2002 al 2007 gli aumenti annui del Pil sono i seguenti: +6%, +5,2%, +9,3%, +8,0%, +6,5%, +4,8%.

Forte di questa crescita nel 2004 la Turchia apre i negoziati per l’adesione all’Unione Europea.

Il 2007 è ancora un anno di espansione economica prima della generale crisi mondiale che scoppierà a metà del 2008. Ancora in quell’anno Erdoğan basa la campagna elettorale sulla possibilità di non rinnovare gli onerosi prestiti del Fmi e ridurre le misure di austerità: stravince così alle elezioni con quasi la metà dei voti.

Ma già nel maggio si rimangia le promesse elettorali e stipula un nuovo accordo con il Fmi a condizioni ancora più gravose: privatizzazioni di importantissime infrastrutture nel settore dei trasporti: aeroporti, autostrade, ponti, porti, in un paese tradizionalmente con un alto tasso di movimento merci e persone; sono incluse anche le dighe, sia per irrigazione sia per produzione di energia, e addirittura le lucrose lotterie.

È imposto un pesante aumento dell’età per la pensione, che passa a 65 anni, in un paese con una aspettativa di vita di 72 anni per gli uomini, mentre anche quella delle donne, sotto la ipocrisia della “parità fra i sessi”, passa da 58 a 65 anni. Viene anche introdotta la Assicurazione Sanitaria Unificata, mediante la quale praticamente si privatizza il sistema sanitario.

La svendita dell’apparato produttivo statale, la cui produzione era il 40% di quella nazionale, presenta questi numeri, forniti dalla “Nota Congiunturale aprile 2011” dell’italiano Istituto per il Commercio Estero: «All’inizio del processo di privatizzazione lo Stato deteneva quote di maggioranza in 250 imprese, 105 impianti produttivi, 524 proprietà immobiliari, 8 autostrade, 2 ponti e 6 porti marittimi. A fine 2009 erano state privatizzate 199 imprese ed in 188 la presenza dello Stato era del tutto scomparsa».

Leggiamo il passaggio della crisi mondiale proseguendo coi dati della precedente tabella della variazione annua del Pil, dal 2008 al 2012: +1%, -4,8%, +9,0%, +8,5%, +2,3%. Sempre secondo l’ICE dovrebbe essere +3,2% nel 2013.

La recessione blocca il flusso degli aiuti europei mentre continuano quelli provenienti dall’Est, Russia in testa. Ciò determina un cambio di rotta negli orientamenti internazionali della Turchia, che blocca il processo di adesione alla UE: almeno per il momento la questione è rinviata, con buona pace delle preferenze di alcuni titubanti governi europei.

La ripresa del 2010 consente ad Erdoğan, forse anche per celare la strisciante crisi interna, di cercare di assumere un ruolo di potenza regionale tra le nazioni arabe; così abbiamo visto il ruolo della Turchia contro Gheddafi nella recente crisi libica, riuscendo ad ottenere la gestione dell’aeroporto di Tripoli appena riaperto. Oppure contro Israele quando permise il carico e la partenza da un suo porto della nave Mari Marmara che portava aiuti nella Striscia di Gaza: la nave fu attaccata da un commando israeliano che causò 9 morti tra gli attivisti pro-palestinesi imbarcati; la faccia di Erdoğan e il prestigio internazionale alla Turchia restarono al sicuro.

In quel periodo Erdoğan, tramite un Referendum Costituzionale, ha cercato di sottomettere al controllo del governo la magistratura e l’esercito, questo rimasto prevalentemente laico e kemalista e che mantiene ancora il controllo di alcuni settori produttivi, tra cui quello degli armamenti.

L’ascesa della parabola governativa del “partito islamico” potrebbe anche invertirsi: lo decideranno le capitali finanziarie europee e mondiali secondo come giudicheranno i tentativi di sganciarsi dal controllo del FMI. Pare che il centro di Londra in occasione delle elezioni politiche del 2011 abbia appoggiato il partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano, “laico”.

Inoltre è da considerare lo spostamento del piano geostrategico degli Stati Uniti, per i quali il pericolo ora proviene dalla Cina, verso i mari della quale stanno progressivamente spostando il loro sistema aereo e navale, mettendo la Turchia in secondo piano.

Nonostante ciò l’AKP ottiene la metà dei voti, il CHP un quarto e un terzo partito, il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), di estrema destra, arriva al 13%, superando la soglia di sbarramento. L’AKP perde però seggi e ne ottiene 327 sui 330 necessari per poter cambiare la Costituzione. Ampi strati, non solo della grande borghesia e dei fondiari, ma anche della piccola borghesia, arricchitisi in anni recenti coi nuovi traffici, col commercio, col turismo, e che sfruttano ampiamente il lavoro nero e quello minorile, e anche gli strati più bassi, lo sostengono ancora.

La Turchia è sprovvista di petrolio; per garantirsi un continuo flusso di greggio dai nuovi pozzi aperti nel nord dell’Iraq, controllato da una autorità locale curda, è stato organizzato un ininterrotto traffico di autocisterne che trasportano circa 70 mila barili al giorno. Le recenti trattative condotte recentemente dal governo turco con il capo del PKK, Abdullah Ocalan, detenuto da anni in un carcere militare, e che hanno portato ad una apparente riconciliazione e all’annuncio, il 21 marzo 2013, di un cessate il fuoco da parte dei gruppi nazionalisti curdi che operano nel Kurdistan turco, può forse essere spiegato con la volontà del governo turco di rinsaldare la collaborazione con le autorità curde del nord Iraq per ottenere maggiori quantitativi di petrolio.


La lotta operaia

I dati forniti dall’ICE indicano che l’agricoltura nel 2001 produceva il 12,9% del Pil che scende al 9,2% del 2011; il settore industriale passa dal 30,4% del 2001 al 26,9% del 2011 e quello dei servizi dal 56,7% del 2001 passa al 63,9% del 2011, con turismo in testa e a seguire il settore finanziario.

Il progressivo sviluppo economico ha prodotto negli ultimi decenni una considerevole crescita del proletariato, soprattutto per la riduzione degli attivi in agricoltura e per una forte crescita di tutte le città: attualmente la popolazione turca è di circa 75 milioni, dei quali 12,5 si concentrano ad Istanbul.

La forza lavoro turca è stimata dal TurkStat in 27 milioni di unità di cui il 30% in agricoltura, il 30% nei servizi e il 40% nell’industria, dati da considerare con cautela perché all’interno delle stesse Agenzie statali per gli investimenti esteri si trovano dati discordanti. Un loro interessante grafico vanta il consistente incremento della produttività del lavoro a fronte del blocco di fatto dei salari (con una nota sull’inesistente assenteismo fra i lavoratori turchi!). Va aggiunta l’enorme diffusione del lavoro nero e l’alto tasso di lavoro minorile e infantile, stimato in 1,6 milioni di bambini e ragazzi.

La nascita, lo sviluppo e l’attività delle organizzazioni di classe in Turchia è sempre stata ostacolata sia a livello costituzionale e legislativo sia con arresti preventivi quando queste organizzazioni potevano dare fastidio.

Il padronato europeo, temendo la concorrenza “sleale” dei compari turchi per il trattamento “di favore” dei loro lavoratori, ha imposto come condizione per l’adesione all’Unione, almeno a livello formale, una qualche apertura verso le organizzazioni dei lavoratori.

Secondo alcune stime sarebbero 3 milioni i lavoratori sindacalizzati. Le poche informazioni di cui disponiamo danno in Turchia 5 grandi federazioni sindacali. Il Kesk, “Confederazione dei sindacati del pubblico impiego”, sorta nel 1995, raggruppa categorie che nella pratica sindacale sono soggette a maggiori restrizioni rispetto al privato. Vi è poi il Disk, fondato nel 1970, “Federazione dei sindacati rivoluzionari dei lavoratori”; fra gli altri uno che, dalla sigla, sembra emanazione dell’AKP: “Federazione giusta dei sindacati”, Hak-is.

Per iscriversi ad un sindacato riconosciuto dallo Stato è necessaria una registrazione presso un notaio, in cinque copie alcune delle quali ovviamente vanno ai vari uffici statali. Per indire uno sciopero occorre un iter particolare di preavviso, dopo di che le autorità possono bloccarlo in qualunque momento per “motivi di sicurezza”. Prima del Referendum Costituzionale del 2010 era possibile scioperare solo nel settore privato e non nei settori strategici dell’energia, gas, carbone e nel settore bancario e notarile. Ancor oggi non sono possibili scioperi politici e di solidarietà di classe. Ci sono poi le Zone Economiche Speciali dove le grandi multinazionali straniere possono stipulare contratti lavoro capestro in assenza di copertura sindacale.

Nonostante questa blindatura della borghesia turca, nel 2004 partono i primi grandi scioperi nel comparto della produzione dei pneumatici, tanto che il governo è costretto ad inserire il settore in quelli strategici, dove sono vietati gli scioperi.

Lo scoppio della bolla speculativa immobiliare produce disoccupati soprattutto nelle imprese minori. Seguono grandi scioperi nel 2007 nella Turk Telecom, scontri di piazza ad Istanbul in occasione del vertice del FMI e della Banca Mondiale del 2009, poi ci sono gli scioperi nel 2010 alla Tekel, l’azienda statale del tabacco e degli alcolici. Nello stesso anno con la riforma della scuola 300 mila insegnanti perdono il posto di lavoro, andandosi ad aggiungere all’esercito dei disoccupati, la cui percentuale sarebbe dell’8,7% degli occupati.


Venendo all’oggi

Lo sviluppo accelerato dell’economia turca ha prodotto una concentrazione di ricchezza da una parte e miseria all’altra, come negli altri paesi a capitalismo avanzato, e tanto più quanto esso “avanza”. L’avvento del capitalismo ha indotto profonde trasformazioni in una società ancora pastorale e contadina. Si è venuta formando una classe piccolo borghese urbana, dedita al commercio e ai traffici, ed un ampio proletariato in gran parte impiegato nella produzione materiale, industriale ed agraria, ma anche nelle attività professionali, intellettuali e del pubblico impiego, sanità, scuola, trasporti, ecc.

Anche in Turchia le condizioni di tutte queste classi e sotto-classi sono migliorate negli anni del primo sviluppo del capitalismo moderno rispetto a quelle vissute dalle generazioni precedenti. Precipitati a milioni da vallate e altipiani nelle aree urbane, hanno sì conosciuto l’inferno della fabbrica, ma anche goduto delle utilità della vita associata moderna e di un certo numero di garanzie che lo Stato capitalista può assicurare ai lavoratori in periodo di grande slancio produttivo.

La crisi di sovrapproduzione mondiale è il brutto risveglio da tutte queste false promesse del capitalismo, ed una nuova miseria, non migliore della antica, viene a minacciare da vicino tutti gli strati proletari e semi-proletari.

Ogni strato sociale reagisce nei suoi modi e nei suoi tempi. Non è detto che la piccola borghesia non si agiti per prima, e vistosamente, ben riflessa nei media, nei suoi atteggiamenti incoerenti, disperati, e senza poter prodursi in un programma realmente diverso da quello della dittatura del grande capitale, e in un partito. Sua propria è la scontata e facile “protesta” ambientalista. La classe operaia ha altri e ben più gravi problemi.

Non sarà la piccola borghesia a tirarsi dietro il proletariato ma, viceversa, una classe lavoratrice in rivolta contro lo sfruttamento crescente e contro il capitalismo.

Delle tre condizioni perché questa gerarchia sociale si capovolga nel giusto ordine, in Turchia abbiamo sì un proletariato moderno e concentrato; abbiamo si in formazione dei potenti sindacati di classe. Manca ancora il partito di classe.

I lavoratori turchi pare abbiano colto l’occasione degli scontri tra la polizia e gli ecologisti per iniziare la lotta loro, e di ben maggior respiro, subito bloccata dalla polizia e dai partiti opportunisti. Non disponendo di documenti originali è difficile valutare la scelta dei due più importanti sindacati, il Disk e il Kesk, di annullare la manifestazione in piazza Taksim il 17 giugno scorso, avendo prima indetto uno sciopero generale di protesta contro le violenze della polizia sui dimostranti di Gezi Park e quando già migliaia di lavoratori si erano concentrati e mossi pur sapendo della presenza della polizia. Ufficialmente questa rinuncia è stata giustificata con la volontà di evitare inutili scontri.

La classe operaia turca, giovane, anagraficamente e di esperienze, saprà dare grandi prove di forza e coraggio.

Partito Comunista Internazionale

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