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Turchia, soffocata la stampa libera

(30 Luglio 2013)

Censura, media sempre più filo-governativi e giornalisti arrestati: e' quello che sta succedendo in Turchia, lo strangolamento della stampa libera.

silencetheoppo

di Giorgia Grifoni

Roma, 30 luglio 2013, Nena News - Mentre il popolo di Gezi park veniva pestato dalla polizia proprio sotto le sue finestre, il canale CNNTurk mandava in onda un documentario sui pinguini. Stessa identica storia per l'incidente di Uludere nel dicembre 2011: degli F-16 turchi colpiscono un gruppo di contrabbandieri curdi scambiati per ribelli alla frontiera con l'Iraq uccidendo 24 ragazzi. E i media di Ankara aspettano ben 17 ore per dare la notizia. Censura, media sempre più filo-governativi e giornalisti arrestati: quello che sta succedendo in Turchia: lo strangolamento della stampa libera.

Secondo il CPJ (Committee for the protection of journalists), una Ong che si occupa della difesa della libertà di stampa, è la Turchia il paese con più arresti tra i reporter. Stando ai suoi dati e a quelli della Federazione europea dei giornalisti e della Commissione europea, a tutt'oggi ci sarebbero più di 70 giornalisti nelle carceri turche. Ufficialmente, gli arresti e le sentenze non sono dovuti ai loro articoli, ma alla loro appartenenza a organizzazioni illegali. "Nessun regime - spiega Kadri Gursel, editorialista e presidente dell'International Press Institute's Turkish National Committee - con tendenze autoritarie arresta un giornalista semplicemente per il fatto di essere un giornalista. Il procuratore generale trova sempre un'altra scusa. E la scusa, in Turchia, è quella di appartenere a un'organizzazione terroristica".

La tendenza non è nuova. Sono decenni che i coraggiosi reporter che decidono di parlare di tematiche scomode - come la repressione dei curdi - o "riaprire vecchie ferite" - come l'olocausto degli armeni - vengono incarcerati, se non direttamente assassinati. Il caso più emblematico è quello di Hrant Dink, giornalista turco di origini armene, condannato a sei mesi di reclusione nel 2005 per "insulto all'identità turca" (nel codice penale turco c'è l'apposito articolo, il 301) per i suoi articoli sui fatti del 1890 e del 1917 e poi ucciso a sangue freddo nel 2007 davanti alla redazione del suo giornale Agos. Dopo che il partito per la Giustizia e per lo Sviluppo (AKP) del premier Recep Tayyip Erdogan ha posto fine al controllo dei militari sulla vita politica e sulla laicità del paese, l'acquiescenza dei media è diventata evidente. " Prima - racconta Ceren Sozeri, ricercatrice all'Università di Galatasaray a Istanbul - i media erano capaci di mantenere un equilibrio tra il General Staff (gli organi militari, ndr) e i partiti di coalizione. Ora sono più preoccupati dai loro affari e dalle relazioni che hanno con il governo piuttosto che dal raccontare la verità".

Esistono più di 1.300 tra testate nazionali, locali, radio e tv in Turchia. La maggior parte di loro sta diventando filo-governativa per convenienza, mentre le piccole redazioni indipendenti fanno fatica a sopravvivere. Secondo Ceren Sozeri, sono i media tycoons l'ostacolo maggiore alla stampa libera. "Molti proprietari di gruppi editoriali - spiega - hanno investimenti in altri settori. Il business delle news serve loro solamente per sostenere le altre attività, non sono sicuramente interessati a fare del giornalismo di qualità". Un'opinione condivisa anche da Deniz Ergurel, segretario generale dell'Associazione dei Media (un'organizzazione costitutita da membri di testate filo-governative): "Sappiamo - racconta - che alcuni proprietari di gruppi editoriali fanno affari con il governo: non è un segreto. Questi direttori fanno le loro scelte editoriali per proteggere i propri interessi, il che sfortunatamente spesso si traduce nell'ignorare alcune notizie e nell'esagerarne altre".

Il fenomeno dell'avvicinamento dei media ai centri di potere produce inesorabilmente una "mattanza" di giornalisti. Licenziati o costretti a lasciare le redazioni, il CPJ - tramite l'Unione dei giornalisti turchi - ne ha contati almeno cinquanta negli ultimi mesi. Quasi tutti in relazione alla copertura degli eventi di Gezi Park. Secondo una ricerca del CPJ, gli editori cacciano i propri reporter dopo aver ricevuto pressioni dal governo: di solito accade in seguito a un monito pubblico del premier Erdogan o di qualche altro ufficiale turco al lavoro dei giornalisti, irresponsabili e colpevoli di danneggiare gli interessi turchi. E pensare che Ankara ha festeggiato qualche giorno i 105 anni dall'abolizione della censura: fino al 1908, infatti, qualsiasi produzione scritta veniva ispezionata dagli ufficiali ottomani e sequestrata, con le ben note conseguenze. Ogni cosa ha il suo tempo.

Nena News

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